di Raffaella Fanelli
Francesco Pazienza era nato a Monteparano, in provincia di Taranto. La strage di Bologna, la P2 di Lucio Gelli, la Banda della Magliana. Vita e retroscena dell’ex agente segreto morto ieri all’ospedale di Sarzana
“La strage di Bologna? Sono stato condannato per un depistaggio che hanno fatto altri. Graziella De Palo e Italo Toni? Avevano scoperto un traffico d’armi al porto di Acquamarina, in Libano, e per questo i due giornalisti furono uccisi e buttati in mare”. Francesco Pazienza fumava una sigaretta dietro l’altra e soffiava fuori fumo e risposte: “I brigatisti avevano rapporti con il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina e si addestravano in Siria e Libano”. L’ex agente segreto è morto all’ospedale di Sarzana. Aveva 79 anni. L’ho incontrato più volte nella sua villa sul mare, a Lerici. Mi parlò delle pagine più oscure della nostra storia, rispondendo a tutte le domande. Anche a quelle più scomode. “Fu Massimo Carminati a prendere quel mitra Mab dall’arsenale della Banda della Magliana poi usato per il depistaggio nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna. E’ stato assolto perché è l’uomo col culo più protetto d’Italia”. Una frase che ricordo ancora, insieme all’irriverenza di chi la pronunciò. Perché proprio di quel depistaggio volevo sapere quando entrai per la prima volta nella villa e nei ricordi di Francesco Pazienza. Stavo scrivendo La Verità del Freddo, il libro intervista a Maurizio Abbatino ed era stato proprio l’ex boss della Banda della Magliana a coinvolgere Massimo Carminati nell’inchiesta sul depistaggio. Abbatino riconobbe quel mitra Mab come quello conservato nell’arsenale della banda, al ministero della Sanità. Massimo Carminati fu prima condannato a nove anni di reclusione e poi assolto, nel dicembre 2001, dopo il furto al caveau del tribunale di Roma, “ci entrò con la complicità dei carabinieri e prese i documenti che lo salvarono dalle condanne”. Francesco Pazienza confermò le dichiarazioni di Abbatino. Mi parlò del mig libico caduto sulla Sila: “Cesare Romiti si precipitò da Giuseppe Santovito per chiedere la restituzione del Mig alla Libia”. Mi disse di Roberto Calvi: “Il Banco Ambrosiano non era una banca fallita. Fu divorata dagli sciacalli”. Mi disse di Mino Pecorelli e di Licio Gelli, di Federico Umberto d’Amato e del Supersismi. Mi parlò del sequestro di Emanuela Orlandi e di Ali Agca. Del rapimento di Ciro Cirillo e delle cene con Pablo Escobar. Mi rivelò intrighi e segreti, dall’operazione orchestrata con Mike Ledeen per incastrare il fratello del presidente americano Jimmy Carter agli impicci con il clan dei Gambino, “se l’ambasciata jugoslava a Roma è rimasta in piedi è grazie a loro”. Fino a tirare fuori, dagli armadi di altri, gli scheletri più spaventosi. Da Paul Marcinkus a Domenico Sica, da Francesco Cossiga a Mario Mori. Una caterva di ossa mai pubblicate.



