di Erasmo Venosi
Accordo di Programma. Nuova Autorizzazione integrata ambientale. Il Ministro Urso, sull’ex Ilva, sceglie di non scegliere. E consegna nelle mani degli enti locali il cerino acceso
Un fallimento l’incontro sull’ex Ilva convocato dal ministro Urso. Continua il passaggio del cerino acceso tra ministero, Regione Puglia ed enti locali. Un governo che di fatto si sveglia sull’Ilva alla vigilia del pronunciamento del Tribunale di Milano.
Un ministro che rimanda tutto al 17 luglio presentando due a nostro avviso utopistici scenari. Centrale in questa partita è la produzione del cosiddetto acciaio verde. Un procedimento che si è rivelato un’illusione ed è forse ora che il Ministro e quanti perseguono questa ipotesi si rivolgessero ad Arcelor Mittal e a Thyssenkrupp.
Costi altissimi per un processo che usa idrogeno e preridotto (DRI Direct ReducedIron) a sua volta prodotto usando gas naturale. Ancelor Mittal, secondo produttore di acciaio al mondo, ha abbandonato i piani per l’acciaio verde in Germania a causa degli elevati costi energetici rifiutando 1,3 miliardi di sussidi pubblici. E’ l’ultimo colpo a un settore industriale tedesco ancora scosso dalla perdita improvvisa dell’accesso al gas russo che aveva alimentato le sue fabbriche per decenni. Mette, inoltre, in discussione la strategia per l’idrogeno verde lanciata dal precedente governo.
Altra botta all’idrogeno verde proviene dal produttore tedesco di acciaio Thyssenkrupp che ha sospeso la sua offerta per l’acquisto di idrogeno verde per il suo impianto di riduzione diretta del ferro di Duisburg, poiché le indicazioni di prezzo da parte degli offerenti erano “significativamente più alte” di quanto previsto dall’azienda.
Thyssenkrupp Steel aveva lanciato la gara d’appalto nel febbraio 2024 per l’acquisto fino a 151.000 tonnellate/anno di idrogeno rinnovabile e a basse emissioni di carbonio nell’ambito di contratti decennali per la consegna tramite gasdotto alla sua acciaieria di Duisburg in Germania, ma prezzi più alti del previsto e un lento sviluppo del mercato hanno costretto l’azienda a riconsiderare la propria decisione. Si badi bene idrogeno verde prodotto tramite elettrolisi alcalina, supportata da accordi di acquisto di energia rinnovabile.
Quali sarebbero i due scenari ipotizzati dal ministro Urso e base di discussione per il 17 luglio? La prima opzione è quella di produrre acciaio “verde“ nel porto calabrese di Gioia Tauro. Sembra che questa ipotesi sia conseguente ai “valuteremo“ , “vedremo“ , “forse“ espressi dalla Regione Puglia ieri al ministero e riferiti alle condizioni vincolanti poste dal governo per procedere con il piano di “decarbonizzazione” dello stabilimento siderurgico di Taranto.
Le condizioni vincolante le abbiamo citate nell’articolo di ieri, la nave rigassificatrice per alimentare tre forni elettrici funzionali al peridrotto (Dri), l’impianto di desalinizzazione e l’accordo sulla continuità produttiva e quindi sulla nuova AIA.
La posizione degli enti territoriali non ha portato alla firma dell’Accordo di Programma. A Gioia Tauro si costruirebbe un rigassificatore, probabilmente al ministro sfugge che l’Italia ha progettato e realizzato un’unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione (FSRU) che dovrebbe essere operativa al largo di Ravenna e un terminale GNL offshore previsto a Porto Empedocle nel 2026. Si aggiunga il terminale di Piombino.
Il rigassificatore di Gioia Tauro in grado di processare da 12 a 16 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto all’anno è stato già autorizzato nell’area. Cinque rigassificatori con la domanda flettente in tutta Europa .
Un’analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) rivela che il consumo di GNL in Europa raggiungerà il picco nel 2025. Gioia Tauro, può beneficiare dei Fondi di Coesione per il Mezzogiorno, riarmo UE permettendo.
La opzione Taranto rientrerebbe nella elaborazione di un Piano Siderurgico Nazionale che il Ministro si è impegnato a presentare. Sembra che esperti abbiano affermato che il raddoppio del TAP e quello della rete esistente consentirebbe di avere il funzionamento di tre forni elettrici che necessitano di 2,5 miliardi di metri cubi per funzionare.
Si eviterebbe la nave rigassificatrice ma non altri effetti. Una riunione di 8 ore per lasciare il cerino acceso nelle mani della Regione Puglia. In questa storia manca il rischio del “cigno nero“ rappresentato da chi eventualmente compra. Di certo per evitare il modello Alitalia e liberare Taranto dal Mostro la opzione sensata sarebbe la chiusura dell’ex Ilva con piani di bonifica e riconversione dell’area.



