“Il sistema attuale è economicamente insostenibile”, ha ammesso Gabriele Gravina, presidente federale. “Abbiamo bisogno di una riforma strutturale, ma senza una visione comune tra Leghe e club non si va da nessuna parte”
Crisi economica, infiltrazioni mafiose e riforme mai attuate: così il calcio italiano di seconda e terza serie rischia il collasso. Un tempo la Serie C era la culla dei sogni: campi di provincia, bandiere vere, storie di riscatto. Oggi è il termometro del declino del calcio italiano.
Negli ultimi mesi Juve Stabia, Crotone e Foggia sono finite sotto amministrazione giudiziaria, con accuse pesanti di infiltrazioni mafiose nella gestione societaria. La fotografia, drammatica, di un sistema che si sta sgretolando non per ragioni sportive, ma per fragilità economiche e vuoti normativi che aprono la porta a ogni tipo di criticità.
Crisi diffusa e bilanci in rosso. Secondo i dati più recenti del centro studi della Federcalcio, oltre il 60% dei club di Serie C chiude la stagione in rosso, con un monte ingaggi che spesso supera i ricavi operativi. Gli introiti da stadio rappresentano meno del 10% dei costi, i diritti televisivi garantiscono briciole rispetto ai 100 milioni distribuiti ogni anno in Serie A. Gli sponsor territoriali non sono più sufficienti.
Il risultato ha un effetto domino: Triestina, Trapani, Rimini colpite da penalizzazioni e procedimenti federali; Spal, Taranto, Lucchese costrette alla retrocessione tra i dilettanti per inadempienze o irregolarità amministrative. Molte altre società, soprattutto del centro sud, navigano a vista tra fideiussioni in extremis e minacce di esclusione.
“Il sistema attuale è economicamente insostenibile”, ha ammesso Gabriele Gravina, presidente federale. “Abbiamo bisogno di una riforma strutturale, ma senza una visione comune tra Leghe e club non si va da nessuna parte.”
Le infiltrazioni e il rischio “zona grigia”. Le indagini della magistratura su alcune società di Serie C hanno aperto scenari inquietanti. A Castellammare di Stabia, Crotone e Foggia, la gestione diretta o indiretta da parte di soggetti vicini alla criminalità organizzata è finita nel mirino dei tribunali.
La Serie C, con i suoi budget ridotti e controlli limitati, è divenuta terreno fertile per investitori poco trasparenti, disposti a immettere liquidità in cambio di visibilità o riciclaggio. Non è solo un problema sportivo. Quando il calcio diventa uno strumento economico opaco, si rischia di alterare anche il tessuto sociale delle comunità territoriali.
Quella riforma che non arriva mai. Da anni la Federcalcio e la Lega Pro discutono di una riforma radicale della Serie C: riduzione del numero di squadre, creazione di una C d’élite semiprofessionistica, salary cap e regole d’iscrizione più rigide. Ma ogni tentativo si arena di fronte a resistenze territoriali e interessi politici. “Occorrono criteri economici sostenibili e controlli più rapidi”, ha ribadito anche Gravina. “Non possiamo più permetterci campionati finti dove metà delle squadre rischia di scomparire a stagione in corso.” Eppure il Consiglio Federale non ha mai approvato la riforma.
E la serie B? Anche qui un equilibrio precario. Anche la Serie B non è immune. Pur mantenendo un buon livello tecnico e una discreta visibilità televisiva, diversi club segnalano bilanci in sofferenza e ricavi stagnanti. La distanza dalla la Serie A, che incassa 1,2 miliardi l’anno in diritti televisivi, è ormai siderale. La B sopravvive principalmente grazie ai paracadute retrocessione ed alle plusvalenze sui giovani, ma anche qui il sistema è fragile: basta un’annata storta per sprofondare.
Il calcio di provincia è, da sempre, l’anima del sistema, nel frattempo però proprio il calcio di provincia perde pezzi. Le squadre che un tempo riempivano gli stadi e rappresentavano intere comunità, da Rimini a Cava de’ Tirreni, da Crotone a Taranto, ora vivono tra tribunali, penalizzazioni e stadi semivuoti. Il calcio di provincia rappresentava un collante sociale, racconta la storia della Lega Pro. Oggi si rischia di cancellarlo per sempre. Ma se scompare quella passione, il sistema calcio italiano perde la sua anima.
Il possibile futuro? Tre i possibili scenari all’orizzonte. Una ristrutturazione forzata, con fusioni e fallimenti a catena. Un’apertura agli investitori stranieri, con l’incognita del controllo finanziario. Una riforma federale profonda, che premi i club virtuosi e rilanci il calcio dei territori. Ma il tempo stringe. Senza la indispensabile svolta, la Serie C rischia di collassare su se stessa. E con essa, un intero pezzo della cultura popolare italiana. Perché se il pallone smette di rotolare sui campi di provincia, non è solo il calcio a perdere. È una buona parte del nostro Paese che, allo specchio, smette purtroppo di riconoscersi.


