Politica e calcio: davvero non c’entrate? Cataldino afferma con solennità che “la politica non gestisce le squadre di calcio e non deve tornare a farlo”. Un principio condivisibile, se non fosse che lo smentisce lui stesso poche righe dopo
Il comunicato “personale” di Cataldino? Una difesa d’ufficio travestita da neutralità. C’è un punto da chiarire subito, senza girarci attorno: quando un assessore parla di una questione pubblica, lo fa sempre da uomo delle istituzioni, soprattutto se il comunicato viene diffuso dai canali ufficiali del Comune di Taranto e firmato con tanto di carica amministrativa. Definire “personale” l’intervento di Gianni Cataldino non lo rende tale. Lo rende, semmai, contraddittorio. Ed è proprio la contraddizione il filo rosso di un comunicato che, più che chiarire, confonde; più che rassicurare, difende l’indifendibile.
Politica e calcio: davvero non c’entrate? Cataldino afferma con solennità che “la politica non gestisce le squadre di calcio e non deve tornare a farlo”. Un principio condivisibile, se non fosse che lo smentisce lui stesso poche righe dopo. Perché se davvero la politica non deve entrare nelle dinamiche del calcio, perché il sindaco e l’assessore hanno interlocuzioni dirette con Vito Ladisa? Perché si spiegano, si interpretano e si giustificano dimissioni, riassetti societari, cambi di governance? Perché si entra nel merito del “progetto”, delle ambizioni, della promozione possibile?
Questo non è “garantire il contesto”. Questo è fare politica sul calcio, assumendosi la responsabilità di difendere una scelta precisa: l’affidamento del titolo sportivo e del futuro del Taranto Calcio al gruppo Ladisa. E allora sarebbe più onesto dirlo chiaramente, invece di rifugiarsi dietro una neutralità che nei fatti non esiste.
Una governance che esiste solo nei comunicati. Nel testo si parla ripetutamente di: Consiglio di Amministrazione, Governance, Passaggi di crescita, Riassetti organizzativi. Peccato che la realtà giuridica della società parli di un amministratore unico, non di un Cda strutturato come viene raccontato. Qui non siamo davanti a una “narrazione ottimistica”, ma a una mistificazione lessicale, utile solo a dare un’immagine di solidità che, nei fatti, non si riscontra.
E mentre si evocano comitati, saggi e presidenti onorari, la struttura territoriale è carente, la presenza in città è episodica, le decisioni strategiche vengono prese altrove (Bari), il rapporto con il territorio è ridotto al minimo sindacale. Altro che “maggiore continuità sul territorio”.
E’ un progetto isolato dalla città, non sostenuto da risultati. Il comunicato insiste ossessivamente su parole come: unità, ambiente, responsabilità, equilibrio.
È lo stesso ritornello che da mesi arriva dai Ladisa. Che stride con una verità evidente: il Taranto Calcio è oggi un’azienda sportiva isolata dalla città, lontana dal tessuto sociale, dai tifosi, dalle energie locali. E soprattutto: manca il risultato sportivo; manca una struttura credibile; manca una visione che metta al centro Taranto e non altri interessi.
Il fallimento sportivo viene derubricato a “fisiologia di una stagione difficile”. Ma quando la stagione è difficile per scelte sbagliate, non siamo più nella fisiologia: siamo nella responsabilità. Il grande rimosso: lo stadio e gli interessi futuri. C’è un’assenza clamorosa nel comunicato di Cataldino: nessun accenno al vero nodo politico della vicenda, quello stadio Iacovone e delle aree adiacenti. Eppure sin dall’inizio la proprietà ha mostrato un interesse evidente sulla futura gestione dell’impianto ristrutturato; un interesse economico e imprenditoriale, legittimo, ma che andava governato, monitorato, regolato.
Qui la politica non poteva e non doveva essere neutrale. Doveva esercitare controllo, tutela del titolo sportivo, vigilanza sull’interesse pubblico. Tutto ciò che non è stato fatto. Il controllo che non c’è stato (e ora si nega). Cataldino oggi tenta di sfilarsi, di parlare come osservatore esterno, ma la realtà è un’altra: lui e l’intera amministrazione sono stati sostenitori convinti dell’affidamento ai Ladisa. E proprio per questo avrebbero dovuto esercitare un minimo di controllo politico/amministrativo, avrebbero dovuto verificare coerenza, radicamento, solidità del progetto, avrebbero dovuto intervenire prima, non ora che la barca imbarca acqua. Il calcio, piaccia o no, ha regole scritte e non scritte che tutelano un titolo sportivo che appartiene alla città, non a chi lo gestisce temporaneamente.
Alla fine quello di Gianni Cataldino è un comunicato che rassicura solo chi l’ha scritto. Alla fine resta l’impressione netta di un testo costruito per prendere tempo, contenere il malcontento, difendere una scelta politica ormai in difficoltà. Non è un’analisi lucida. Non è un’assunzione di responsabilità.
È una difesa d’ufficio, goffa e tardiva, che chiede unità a una città che è stata esclusa e silenzio a una tifoseria che ha il diritto di pretendere molto di più. Il problema non è che il consenso vacilli. Il problema è che la realtà ha presentato il conto. E a Taranto, ancora una volta, si chiede ai tifosi di avere pazienza, mentre chi ha sbagliato prova a riscrivere la propria parte nella storia.


