La difesa dell’attuale format a 60 squadre viene giustificata come tutela della base, dei territori, dell’occupazione. Ma a quale prezzo? Quello di una precarietà permanente, che ogni stagione presenta il conto
Serie C, il paradosso infinito: sostenibilità negata e riforme impraticabili. La Lega Pro continua a rappresentare la più grande contraddizione del calcio professionistico italiano. Una categoria formalmente “professionale”, ma strutturalmente fragile; regolata da norme severe, ma incapace di garantire stabilità; sorretta da contributi federali importanti, eppure costantemente attraversata da crisi societarie, deferimenti, penalizzazioni e, nei casi più gravi, estromissioni anticipate.
Le vicende che coinvolgono Trapani, Siracusa e Triestina non sono eccezioni: sono la fotografia di un sistema che da tempo mostra crepe evidenti. La sentenza del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso del Trapani Calcio chiude definitivamente la stagione delle illusioni giudiziarie e riporta il tema al suo alveo naturale: il rispetto delle regole. Il Trapani calcio dal 22 gennaio prossimo potrebbe essere fuori dalla competizione. La giustizia sportiva endofederale non è un’opzione, ma un pilastro del sistema. Contrastarla o cercare di delegittimarla non rafforza le ragioni di una società, le indebolisce.
Il proliferare di deferimenti per inadempienze amministrative, spesso reiterate, evidenzia però un problema più profondo, che va oltre le singole responsabilità. La recidività non è solo colpa dei dirigenti: è anche il sintomo di una categoria sovradimensionata, che non regge più il peso di sessanta società professionistiche.
Sessanta club, tre gironi, territori vastissimi, costi di gestione crescenti, contratti pluriennali spesso sproporzionati rispetto ai ricavi reali. Da un lato una massa di calciatori con compensi minimi, difficilmente compatibili con lo status di professionisti; dall’altro stipendi a cinque zeri che generano squilibri strutturali e buchi di bilancio cronici. Una dicotomia che mina la credibilità dell’intera terza serie.
Eppure, nonostante tutto, la riforma resta bloccata. Lo Statuto federale consente a una sola componente di opporsi per rendere impraticabile qualsiasi revisione dei campionati. È un meccanismo democratico solo in apparenza, che nei fatti si traduce in immobilismo. La difesa dell’attuale format a 60 squadre viene giustificata come tutela della base, dei territori, dell’occupazione. Ma a quale prezzo? Quello di una precarietà permanente, che ogni stagione presenta il conto.
I contributi economici non mancano: dai proventi della Legge Melandri ai diritti televisivi redistribuiti dalla Serie A, fino agli altri trasferimenti federali. Ma divisi per sessanta, diventano risorse insufficienti, incapaci di sostenere costi che crescono più velocemente dei ricavi. Le fideiussioni richieste all’atto dell’iscrizione, 350 mila euro a prima richiesta, appaiono oggi inadeguate, fuori dal tempo, svuotate dal peso dell’inflazione e dall’aumento generalizzato dei costi. Una garanzia che non garantisce più nulla.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: penalizzazioni come prassi, campionati falsati, classifiche riscritte a tavolino, credibilità sportiva compromessa. E una selezione che avviene nel modo peggiore possibile: a stagione in corso, sulle macerie.
Forse è arrivato il momento di invertire il paradigma. Non più correggere dopo, ma prevenire prima. Alzare l’asticella all’ingresso, rendere più stringenti i requisiti economici, pretendere garanzie reali e proporzionate. Anche oltre il milione di euro. Non per escludere, ma per tutelare chi può davvero sostenere il professionismo. Una selezione naturale, dolorosa, ma necessaria. Vedo già Matteo Marani, attuale presidente della Lega Pro fare fuoco e fiamme in opposizione. In quanto sente già la terra mancargli sotto i piedi.
Le riforme non si fanno per convenienza politica, ma per salvaguardare il sistema. E quando il sistema rischia di collassare, anche decisioni impopolari diventano responsabilità istituzionali. Il calcio italiano, se vuole preservare il professionismo, deve avere il coraggio di ridisegnarlo.
La Lega Pro, così com’è, non si regge più. Continuare a difenderne l’attuale struttura significa accettare che l’emergenza diventi normalità. E questo, semplicemente, non è più sostenibile.


