Fu Toni Pasinato a chiedermi un portiere giovane, intuendo il calo di Daniele Goletti. Con Biagio Pascali, allora presidente del Brindisi, bastò una fredda mattina di fine ottobre 1987 per chiudere la nostra trattativa. Un accordo rapido, quasi d’altri tempi. Spagnulo non era nemmeno presente: “Nel pomeriggio sarà allo Iacovone”, mi assicurò Pascali. E così fu
C’è una categoria di portieri che non fanno solo parate: costruiscono storie. Gianpaolo Spagnulo appartiene a questa schiera. Una carriera iniziata nei primi anni Ottanta e distesa con coerenza fino alle soglie del Duemila, attraversando categorie, città, presidenti visionari e maestri autentici. Sempre con un tratto distintivo: la personalità.
La promessa di Brindisi
Nel campionato di Serie C 1986/87, a Brindisi, Spagnulo era una promessa ventiduenne già titolare. Fisico, riflessi, coraggio nelle uscite: qualità che non passavano inosservate. La stagione successiva, dopo poche giornate di Serie B, arrivò la chiamata decisiva.
Fu Toni Pasinato a chiedermi un portiere giovane, intuendo il calo di Daniele Goletti. Con Biagio Pascali, allora presidente del Brindisi, bastò una fredda mattina di fine ottobre 1987 per chiudere la nostra trattativa. Un accordo rapido, quasi d’altri tempi. Spagnulo non era nemmeno presente: “Nel pomeriggio sarà allo Iacovone”, mi assicurò Pascali. E così fu.
L’esordio e la nascita di un beniamino
Il debutto in Serie B arrivò l’uno novembre 1987, allo stadio Dall’Ara, contro il Bologna di Luigi Maifredi. Favorito dall’infortunio allo scafoide del braccio destro di Goletti, Spagnulo entrò a inizio ripresa e fu decisivo: parò anche un rigore a Poli, blindando il pareggio.
Fu l’inizio di tutto. Cinque rigori neutralizzati in quella stagione, il titolo di miglior portiere della Serie B con il Guerin d’Oro e l’affetto immediato della tifoseria rossoblù. Allo Iacovone legò, anche umanamente, con il nostro storico magazziniere Aldo Scardino e con il fisioterapista Mimmo Alfieri: complicità quotidiane, qualche marachella, ma soprattutto un senso di appartenenza che non si improvvisa.
Il maestro e la consacrazione
In quattro stagioni solide affinò tecnica e mentalità grazie agli insegnamenti di Sergio Buso, autentico maestro nell’arte di allenare i portieri.La crescita attirò l’attenzione di uno dei presidenti più carismatici del calcio italiano, Romeo Anconetani, che lo volle titolare al Pisa, all’ombra della Torre pendente. Ancora un campionato da protagonista in nerazzurro, poi il passaggio in prestito al Genoa.
La sfida al Genoa
L’avvio non fu semplice: bisognava contendere il ruolo a Stefano Tacconi. A dargli fiducia fu ancora Maifredi. Il 28 novembre 1992, in Udinese-Genoa, Spagnulo, fresco ventottenne, colse l’occasione. Da lì non lasciò più la maglia da titolare, guadagnandosi i galloni sul campo e confermando la fama di pararigori.
Indimenticabile l’episodio del derby sotto la curva blucerchiata: una bottiglietta lo colpì alla testa, lo stordì, ma lui rimase in campo. Il pareggio fu opaco, ma i giornali del lunedì titolarono: “Spagnulo vincitore del derby”. Perché a volte si vince anche così, restando in piedi.
Le sliding doors del mercato
Nonostante il buon rendimento, Pisa e Genoa non trovarono l’accordo per il suo futuro. Anconetani immaginava di farne un pezzo pregiato di mercato. Il calcio, però, sa essere spietato: nessuna offerta concreta, una stagione ai margini, la svalutazione, lo svincolo. Seguì il ritorno in rossoblù sotto la presidenza di Aldo Spinelli, con il Genoa sceso in Serie B. Poi una parentesi al Perugia, quindi l’affascinante opportunità brasiliana, mai concretizzata per il mancato arrivo del transfer.
Ancora Casarano Calcio, poi il richiamo del cuore: il ritorno al Taranto. Una vittoria in Serie D e una in C prima di togliersi i guantoni, ormai prossimo ai quarant’anni.
Lo spirito libero
Finita la carriera agonistica, Spagnulo ha capito presto che né la scrivania né il ruolo fisso di allenatore dei portieri gli appartenevano fino in fondo. Spirito libero, insofferente agli orari imposti, ha scelto di essere padrone del proprio tempo.
Viaggiare, conoscere culture, godersi il mare, camminare senza fretta. Ma senza mai tradire il calcio: qualche stage per giovani portieri, per insegnare che un pallone può essere respinto, che una rete può restare inviolata, che il coraggio fa la differenza.
Un’eredità silenziosa ma solida
La carriera di Gianpaolo Spagnulo non è solo un elenco di club o di categorie attraversate. È la storia di un portiere che ha mantenuto le promesse, che ha saputo rialzarsi dopo le soste forzate del mercato, che ha trovato nel campo la propria verità.
Ha parato rigori, certo. Ma soprattutto ha parato il tempo, attraversando due decenni di calcio italiano con dignità, talento e carattere. E questo, per chi lo ha visto crescere da promessa ventiduenne a uomo libero, vale più di qualsiasi coppa.


