Di Rosa Elenia Stravato
Michele Riondino: interprete e cittadino che racconta il tempo
Michele Riondino è una tra le figure più significative della scena artistica italiana contemporanea, capace di coniugare un percorso di riconosciuta eccellenza cinematografica e teatrale con un impegno sociale e politico radicato nella sua città natale, Taranto. La sua carriera, che va dalla grande televisione alla regia cinematografica, si intreccia con una “sete sociale” che non si limita a occuparsi di temi civili, ma li rende parte integrante della sua praxis artistica e pubblica.
Nato il 14 marzo 1979 a Taranto, Riondino cresce nel contesto di una città segnata dall’industria siderurgica e dai conflitti tra lavoro, salute pubblica e ambiente. Dopo gli studi pugliesi, si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, diplomandosi nel 2000. La sua formazione teatrale si esplica attraverso esperienze su palcoscenici classici e sperimentali, che consolidano in lui una sensibilità per la dimensione collettiva del teatro e per la responsabilità dell’attore come interprete della complessità umana. Riondino esordisce professionalmente nel teatro, cimentandosi con testi come Aspettando Godot e Edipo Re, prima di approdare alla televisione. Negli anni 2000, ottiene ruoli in serie come Distretto di Polizia e La freccia nera, che lo rendono noto al grande pubblico. Al cinema, la sua svolta avviene nel 2008 con Il passato è una terra straniera, per cui riceve riconoscimenti internazionali; seguono ruoli importanti in Dieci inverni, Fortapàsc, Acciaio, Bella addormentata e Il giovane favoloso. Nel corso degli anni, Riondino si afferma come interprete versatile, capace di spaziare dal dramma alla riflessione sociale, dal cinema d’autore alle produzioni televisive di successo come Il giovane Montalbano.
Nel 2023, Riondino compie un passo ulteriore con l’esordio alla regia cinematografica in Palazzina Laf, film di denuncia, ispirato a una vicenda reale di mobbing nella storica acciaieria locale. La pellicola, che egli co-scrive e interpreta, indaga le contraddizioni del lavoro operaio e il rapporto tra identità individuale e condizioni sociali, segnalando una chiara tensione civile nell’uso della macchina da presa. L’attivismo di Riondino nasce da un profondo attaccamento alla sua città. Figlio di un operaio dell’allora Ilva, ha da tempo messo il proprio volto e la propria notorietà al servizio di iniziative civiche. È tra i fondatori del Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, realtà collettiva che riunisce residenti, lavoratori, studenti e soggetti interessati a promuovere un futuro diverso per Taranto, capace di conciliare lavoro, salute e ambiente.
Dal 2012 è direttore artistico del concertone dell’Uno Maggio Libero e Pensante, insieme ai musicisti Antonio Diodato e Roy Paci. Questa manifestazione musicale e civile, organizzata ogni primo maggio nel Parco Archeologico delle Mura Greche di Taranto, non è un semplice evento di spettacolo, ma una piazza di riflessione sui diritti dei lavoratori, la tutela ambientale, la salute e la giustizia sociale. Da questa tribuna l’attore ha più volte espresso posizioni critiche verso il governo nazionale, ha ricordato i morti sul lavoro e ha sollecitato un impegno collettivo per coniugare salute e dignità umana con le politiche industriali. Per Riondino, questo è palese, l’arte non è separata dalla politica: è “parte di una conversazione collettiva sulla realtà”, come ha più volte sottolineato in occasione della presentazione di Palazzina Laf.
Il cinema e il teatro diventano così strumenti per raccontare storie che altrimenti rischierebbero di restare ai margini. L’esperienza dell’operaio, la fatica del cambiamento, la possibile riconciliazione tra uomo e ambiente. Questa sinergia tra arte e impegno civico testimonia una visione in cui la professione d’attore si fa responsabilità culturale: una pratica attraverso cui si interroga il presente e si propongono alternative alla rassegnazione. Taranto, con le sue bellezze e le sue ferite, resta per Riondino un luogo simbolico — casa d’origine e spazio di lotta — che alimenta la sua vocazione di artista cittadino. In lui, l’attore diventa figura di mediazione tra palco e piazza, tra immaginario e realtà, ricordandoci che la scena — come la città — è sempre teatro di domanda etica e politica. Del resto, l’arte costituisce storicamente uno dei principali veicoli del pensiero libero e critico perché opera in uno spazio simbolico sottratto, almeno in parte, alle rigidità del discorso politico, economico o ideologico. Attraverso forme, narrazioni, immagini e linguaggi non convenzionali, l’opera d’arte rende visibile ciò che spesso rimane implicito o rimosso nella società. Il suo valore critico risiede anzitutto nella capacità di dislocare lo sguardo: l’arte interrompe l’abitudine percettiva, incrina le certezze, costringe lo spettatore a riformulare le proprie categorie interpretative. In questo senso, essa non trasmette semplicemente contenuti, ma attiva processi di riflessione. Non impone una tesi, bensì apre uno spazio di interrogazione. Inoltre, l’arte tutela la libertà del pensiero proprio perché non è riducibile a propaganda o a mera informazione.
La sua ambiguità feconda, la pluralità di significati, la dimensione immaginativa favoriscono l’autonomia del giudizio. Dove il linguaggio pubblico tende alla semplificazione, l’arte introduce complessità. Infine, come testimoniano molte esperienze del Novecento, l’arte diventa luogo di resistenza quando le libertà civili sono minacciate: attraverso metafore, allegorie o sperimentazioni formali, essa conserva e alimenta uno spazio di dissenso. In questo senso, non è solo espressione individuale, ma esercizio collettivo di coscienza critica. E tutte queste consapevolezze sono ben vestite da Michele Riondino.


