Di Rosa Elenia Stravato
L’ultimo saluto ad un artista che ha reso l’eleganza protagonista indiscussa della sua poetica
Abbiamo accolto, come un lampo improvviso nel cielo, la notizia della scomparsa di Gino Paoli avvenuta da poche ore e annunciata dalla famiglia stessa con una raffinata compostezza nel dolore. L’artista, l’uomo, semplicemente Gino è una delle figure più intense e stratificate della canzone d’autore italiana, capace di attraversare decenni senza perdere quella vibrazione intima e notturna che ha reso la sua voce immediatamente riconoscibile. La sua non è mai stata una musica da superficie: Paoli ha sempre scritto come se stesse parlando a qualcuno seduto accanto, in una stanza silenziosa, con il mare fuori dalla finestra e il peso dei sentimenti dentro. Nato a Monfalcone ma profondamente legato a Genova, è stato uno dei protagonisti di quella stagione irripetibile che ha visto emergere la cosiddetta “scuola genovese”, accanto a nomi come Fabrizio De André, Luigi Tenco e Umberto Bindi. In quel contesto, Paoli ha portato una cifra stilistica unica: meno narrativa rispetto a De André, meno tragica rispetto a Tenco, ma profondamente esistenziale, fatta di pause, sospensioni e parole che sembrano sempre sul punto di svanire. La sua produzione è vasta e attraversa epoche diverse, ma alcune canzoni sono diventate vere e proprie pietre miliari. Il cielo in una stanza è forse il vertice assoluto: un brano che ha rivoluzionato il modo di raccontare l’amore, trasformando una stanza qualunque in uno spazio infinito, quasi cosmico. Poi Sapore di sale, che condensa l’estate in una malinconia dolceamara, e La gatta, esempio perfetto della sua capacità di trasformare un ricordo personale in memoria collettiva. Paoli non ha mai cercato il virtuosismo: la sua forza è sempre stata nella sottrazione, nel lasciare che il silenzio completasse ciò che le parole appena suggeriscono. Nel panorama del cantautorato italiano, il suo ruolo è stato fondativo. Paoli ha contribuito a spostare la canzone dalla dimensione leggera e spesso evasiva degli anni precedenti verso una forma più adulta, più introspettiva. È stato tra i primi a trattare l’amore non come semplice sentimento romantico, ma come esperienza complessa, fatta di desiderio, perdita, rimpianto e memoria. In questo senso, la sua influenza è sotterranea ma profondissima: molti cantautori successivi hanno ereditato proprio quella capacità di dire poco per evocare molto.
La sua carriera non è stata lineare. Ha conosciuto momenti di grande successo e fasi più appartate, ha attraversato crisi personali e artistiche, ma è sempre rimasto fedele a se stesso. Anche la sua breve esperienza politica – come senatore negli anni Ottanta – è stata una parentesi significativa, seppur non centrale. In quel contesto, Paoli ha portato con sé la sensibilità dell’artista, ma è apparso quasi come un corpo estraneo, più incline all’ascolto che alla retorica, più interessato alle sfumature che agli slogan. La politica non è mai diventata il suo linguaggio naturale: la sua vera arena è sempre rimasta la canzone. E poi c’è l’amore, o meglio, gli amori. Tra tutti, quello con Ornella Vanoni occupa un posto speciale, quasi mitico. Non è solo una storia sentimentale, ma un incontro artistico e umano che ha lasciato tracce profonde nella musica italiana. La loro relazione è stata intensa, irregolare, attraversata da passione e distanza, proprio come le canzoni che ne sono nate. In quelle note e in quelle parole si avverte qualcosa che va oltre il tempo: una complicità fragile e potentissima, capace di sopravvivere anche alla fine dell’amore stesso. L’eredità di Gino Paoli è difficile da racchiudere in una definizione. Non è solo un repertorio di canzoni, ma un modo di stare nella musica e nella vita. È l’idea che l’arte possa essere un sussurro invece di un grido, una confessione invece di una dichiarazione. Nel grande, affollato “harem” degli artisti italiani, Paoli occupa una stanza tutta sua: appartata, in penombra, ma indispensabile. Chi entra lì, difficilmente ne esce indenne. E viene da immaginare che, da qualche parte lassù, tra nuvole leggere e silenzi pieni di senso, lui e Ornella stiano ancora cercando parole, ancora inseguendo una melodia. Forse stanno già scrivendo un’altra pagina di storia, con la stessa delicatezza di sempre, lasciando che sia il tempo – come ha sempre fatto Paoli – a darle significato.


