di Rosa Elenia Stravato
L’estetica della disillusione e la “bella giornata” nel pensiero di Raffaele La Capria
Napoli è un palcoscenico di voci che si rincorrono per specchiarsi nel mare su cui troneggia, spavaldo, il Vesuvio. Napoli è una piazza immensa in cui perdersi è impossibile, corri il rischio di ritrovarti. In questo teatro di perenne esposizione e introspezione, la figura di Raffaele La Capria si staglia non come il cantore folkloristico della napoletanità, ma come il suo più lucido, dolente e aristocratico chirurgo. Nato a Napoli nel 1922, La Capria incarna l’intellettuale europeo nato per caso sulle sponde del Mediterraneo. Cresciuto in una famiglia della borghesia colta, la sua formazione non si esaurisce tra le mura dell’Università di Giurisprudenza, ma si nutre di una curiosità onnivora: la letteratura anglosassone -Eliot e Joyce in primis- , il cinema e lo sport -il nuoto, il tuffo come metafora esistenziale-. Insieme a Francesco Rosi e Giuseppe Patroni Griffi, fece parte di quella generazione cresciuta all’ombra di Palazzo Donn’Anna, capace di guardare a Napoli con un occhio che era, al tempo stesso, interno per affetto ed esterno per rigore critico.
Il 1961 segna lo spartiacque della sua carriera con la pubblicazione di Ferito a morte -Premio Strega- ; il romanzo è un capolavoro di tecnica narrativa, un flusso di coscienza che scardina la cronologia lineare per inseguire i riflessi dell’acqua e i frammenti di conversazioni al bar o sui motoscafi. L’opera Il tema del fallimentoha come protagonista Massimo De Luca, emblema di una giovinezza che “non si è fatta storia”, che è rimasta incagliata nella luce dorata dell’estate napoletana senza riuscire a tradursi in impegno o maturità. La Capria opera una pulizia linguistica senza precedenti, fuggendo dal dialettismo di maniera per approdare a una prosa tersa, cristallina, capace di restituire la “luce del mattino”. Il nucleo filosofico di La Capria ruota attorno al concetto della “Bella Giornata”. Non si tratta di una banale osservazione meteorologica, ma di una categoria dello spirito: quell’istante di perfetta armonia tra uomo e natura, tra desiderio e realtà, che però è intrinsecamente destinato a svanire. “La bella giornata è quel momento in cui la tua vita coincide col mondo, e tutto sembra avere un senso. Ma è un attimo, il resto è nostalgia o rimpianto.”
Questo senso di perdita si accompagna a una critica feroce alla pigrizia intellettuale. Per La Capria, l’armonia è un traguardo che richiede sforzo, non un dono gratuito della terra d’origine. C’è chi afferma che i napoletani nascono con un DNA intriso di quella eterea bellezza della catartica Partenope; il rapporto di La Capria con la sua città è stato un lungo, raffinatissimo corpo a corpo. Egli ha teorizzato Napoli come il “Grande Alibi”, una città che giustifica ogni propria mancanza, ogni ritardo storico e ogni degrado morale attraverso la propria sfolgorante bellezza o la propria secolare sventura. Egli rifiuta la Napoli del “core” e dei mandolini. Per lui, Napoli è una città che “ti ferisce a morte” perché ti illude di un’eternità che non esiste, trattenendoti in un presente perenne che impedisce il futuro. Trasferitosi a Roma, La Capria ha guardato a Napoli con la distanza necessaria per non esserne fagocitato, scrivendo saggi fondamentali come L’armonia perduta.
Iconica la sua affermazione: ”A Napoli si vive in un eterno presente, come se il passato non fosse mai passato e il futuro non dovesse mai venire. È una città che ti mangia l’anima con la sua bellezza, se non hai la forza di guardarla in faccia senza restarne accecato.” La napoletanità non è un certificato di nascita, né una dizione perfetta: è una condizione neurologica, un modo di stare al mondo che oscilla perennemente tra l’estasi e l’abisso. Spiegarla significa addentrarsi in una selva di contrasti dove la grammatica cede il passo al sentimento. Ecco cos’è, nel profondo, questa strana forma di appartenenza. La napoletanità è la capacità di abitare l’ossimoro. È la coesistenza pacifica di luce accecante e ombra viscerale. È vivere ai piedi di un vulcano — che è insieme padre distruttore e custode del paesaggio — imparando che la precarietà non è una sventura, ma un motivo per celebrare l’istante. “Napoli è un paradiso abitato da diavoli,” si diceva un tempo. Ma la verità è più sottile: a Napoli, angeli e diavoli prendono il caffè allo stesso bancone, perché sanno che la distinzione tra bene e male è spesso un lusso che chi deve “arrangiarsi” non può permettersi. E questo si evince chiaramente in La Capria. Negli ultimi decenni si è imposto come uno dei massimi saggisti italiani (La mosca nella bottiglia, Lo stile dell’anatra). Il suo stile, apparentemente semplice ma frutto di una sottrazione faticosa, è diventato un modello di etica della parola. Raffaele La Capria scompare nel 2022 a cento anni, lasciandoci il monito di chi ha saputo tuffarsi nel mare di Napoli senza mai affogare nel pregiudizio, insegnandoci che per amare davvero un luogo bisogna avere il coraggio di denunciarne la “ferita”. Perché, in sostanza, per un napoletano il tempo non è una freccia che corre verso il futuro, ma un cerchio che si morde la coda. È quel “senso della perdita” di cui parlava La Capria, la sensazione che la bellezza sia già accaduta, che la “bella giornata” sia un ricordo o un’aspirazione, mai una certezza.
Da qui nasce quella malinconia vibrante, la pucundrìa, che non è depressione, ma una dolcissima consapevolezza della finitudine umana. È una ferita che non vuole rimarginarsi. È l’orgoglio di chi sa di aver dato al mondo la bellezza e di averne ricevuto in cambio la cenere, eppure continua a cantare. È quella strana forma di resistenza che ti fa dire, davanti al mare del Golfo, che nonostante tutto, nonostante il caos e le ferite, vivere ne è valsa la pena. È l’arte di trasformare un naufragio in un tuffo spettacolare. (Crediti foto Wikipedia)


