Nel secondo tempo l’Italia ha trovato coraggio, ha alzato il ritmo, ha iniziato a giocare in verticale. Il gesto tecnico di Sandro Tonali ha aperto la partita, rompendo l’equilibrio e, soprattutto, liberando la testa dei compagni. Da lì in avanti è stata un’altra squadra. Più convinta, più libera
La Nazionale doveva vincere. E ha vinto. Non era scontato, non lo è mai, soprattutto quando davanti trovi un’avversaria come l’Irlanda del Nord, ordinata, compatta, capace di erigere un muro al limite dell’area e aspettare l’errore. Ma l’Italia quel muro lo ha abbattuto, con pazienza prima e con qualità poi.
È stata, di fatto, una partita da due volti. I primi 45 minuti sono stati la fotografia delle paure: gioco orizzontale, ritmo basso, poca profondità. Matteo Politano ha impiegato troppo per trovare spazio sulla fascia, Mateo Retegui è apparso lontano dalla migliore condizione, Federico Dimarco è stato ignorato per lunghi tratti, mentre Alessandro Bastoni ha dato l’impressione di non essere al top. La manovra, più che costruita, è stata spesso subita: poco movimento, poca lucidità, poche idee. Poi, però, qualcosa è cambiato.
Nel secondo tempo l’Italia ha trovato coraggio, ha alzato il ritmo, ha iniziato a giocare in verticale. Il gesto tecnico di Sandro Tonali ha aperto la partita, rompendo l’equilibrio e, soprattutto, liberando la testa dei compagni. Da lì in avanti è stata un’altra squadra. Più convinta, più libera. Il raddoppio di Moise Kean è stato il premio a una ricerca ostinata del gol, a una presenza continua, fisica e mentale. Pio Esposito è entrato in partita con autorità. Dietro, quasi spettatore: Gianluigi Donnarumma non è stato praticamente mai chiamato in causa. Segno che, una volta sbloccata, la partita è stata gestita con autorità.
E forse è proprio qui il punto: non è stata solo una vittoria, ma una liberazione. Lo si è visto anche in panchina, con Gennaro Gattuso e Gianluigi Buffon travolti dall’emozione dopo il raddoppio. Una tensione accumulata e finalmente scaricata. Ma questa partita racconta anche altro. Racconta il clima che circonda la Nazionale e Via Allegri.
Da una parte c’è il “partito del sì”: quelli che vedono nell’azzurro qualcosa che va oltre il calcio. Un simbolo identitario, quasi patriottico. La voglia di vincere, il bisogno di crederci sempre, quella passione che scatta automatica quando gioca l’Italia. Dall’altra parte c’è il “partito del no”: i critici a prescindere, quelli che vivono di sentenze. Prima della partita erano già partiti i processi: Gattuso e Buffon considerati inadeguati, la federazione sotto accusa, invocazioni di commissariamenti al CONI, nomi improbabili già pronti a sostituire chiunque. Un tiro al bersaglio continuo. È un copione che si ripete: si passa con facilità dall’esaltazione alla demolizione. E spesso, più che i fatti, contano le parole. Tante, troppe.
Le giocate di Tonali e Kean hanno (ri)messo tutti a sedere. Silenziosi. Almeno per qualche giorno. Fino alla prossima partita, fino al prossimo episodio. Eppure, se vogliamo essere seri, il punto non è scegliere tra il sì e il no. Il punto è costruire. Perché questa Nazionale non nasce nel vuoto. È figlia del sistema calcio italiano. E oggi quel sistema paga anni di difficoltà.
I club italiani, salvo eccezioni, hanno perso competitività in Europa. Meno investimenti strutturali, meno continuità tecnica, meno spazio per i giovani italiani. I vivai producono meno talenti pronti, e quelli che emergono spesso trovano meno contesti di alto livello per crescere davvero. Il risultato? La Nazionale si ritrova con meno alternative, con giocatori spesso spremuti o non pienamente formati, con cicli tecnici più fragili.
Non è un caso se molti dei segnali positivi arrivano da chi ha fatto esperienze diverse o ha avuto percorsi di crescita più solidi. Né è un caso se, nei momenti di difficoltà, manca quella profondità di talento che un tempo era quasi scontata. Allora sì, va bene festeggiare. Era fondamentale vincere e lo abbiamo fatto. Anche bene, nella ripresa. Ma la vera sfida è un’altra: uscire dalla logica del processo continuo e costruire una visione. Meno “partito del sì” e meno “partito del no”. Più competenza, più pazienza, più progettualità. Perché una partita si può vincere con una giocata. Ma il futuro della Nazionale si costruisce solo con un sistema che torna a funzionare. E lì, davvero, non bastano le parole. Servono i fatti.


