Figlio d’arte, cresciuto all’ombra di un padre, Saverio, professore di inglese, ma anche giornalista negli anni Settanta, Alfredo respira fin da giovanissimo l’atmosfera delle redazioni, dei campi di provincia, delle cronache vissute sul posto. A quindici anni non osserva soltanto: partecipa. Accompagna il padre, ascolta, impara. È lì che nasce tutto. Un’iniezione precoce di passione che si trasforma rapidamente in vocazione
Alfredo Pedullà: la passione più forte di tutto. Ci sono mestieri che si scelgono. E poi ce ne sono altri che ti scelgono, ti entrano dentro presto, quasi senza chiedere permesso, e non ti lasciano più. Il giornalismo, per Alfredo Pedullà, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Figlio d’arte, cresciuto all’ombra di un padre, Saverio, professore di inglese, ma anche giornalista negli anni Settanta, Alfredo respira fin da giovanissimo l’atmosfera delle redazioni, dei campi di provincia, delle cronache vissute sul posto. A quindici anni non osserva soltanto: partecipa. Accompagna il padre, ascolta, impara. È lì che nasce tutto. Un’iniezione precoce di passione che si trasforma rapidamente in vocazione.
Eppure, quella stessa strada che per Alfredo appare naturale, per il padre rappresenta un’incognita. Saverio conosce bene le difficoltà del mestiere e tenta, con affetto e lucidità, di indirizzare il figlio verso un percorso più stabile. È un confronto silenzioso, mai conflittuale, fatto di sguardi e tentativi. Ma la passione, quando è autentica, non si lascia deviare.
Il primo passo arriva prestissimo: appena quindicenne, Alfredo commenta la rassegna stampa del lunedì in una piccola televisione via cavo di Reggio Calabria. È solo l’inizio. Seguono la cronaca nera, la conduzione del telegiornale regionale, le telecronache di basket. A diciotto anni arriva persino l’interessamento della Rai, grazie ad Aldo Giordani. Un riconoscimento importante, nonostante le difficoltà iniziali, tra cui la necessità di regolarizzare una posizione da “abusivo” con il patentino da pubblicista.
Intanto, il patto con il padre prende forma: iscrizione a giurisprudenza, come garanzia di un futuro alternativo. Ma il richiamo del giornalismo resta dominante. L’esperienza a Radio Televisione Peloritana, con i continui viaggi attraverso lo Stretto per seguire la pallavolo, segna anche l’inizio di una prima indipendenza economica. Piccola, ma significativa. Sufficiente a rafforzare una convinzione: quella strada è giusta.
La svolta arriva nel 1988. A soli ventiquattro anni, la chiamata del Corriere dello Sport. È il salto. Quello vero. L’assunzione a tempo indeterminato, la gavetta, le prime responsabilità. Basket e pallavolo, poi il calcio. L’incontro con Italo Cucci si rivela decisivo: un maestro che ne intuisce le qualità e gli affida la Serie B. Inizia così un lungo percorso di diciotto anni, fatto di crescita professionale, soddisfazioni, ma anche tensioni di redazione e qualche delusione, come quelle legate alle scelte editoriali dei Mondiali 2006.
Ma è proprio quando il mondo cambia che emerge una delle qualità più importanti di Pedullà: l’intuito. La capacità di leggere il tempo. La consapevolezza che la carta stampata non è più sufficiente. È il 2007 quando decide di rimettersi in gioco. Una scelta tutt’altro che scontata.
L’incontro con Michele Criscitiello apre una nuova fase: televisione, calciomercato, Sportitalia. Un linguaggio diverso, più rapido, più diretto. Un format di nicchia che intercetta perfettamente il cambiamento del pubblico. Per sette anni, senza interruzioni.
Poi un’altra prova: la chiusura dell’emittente. Ripartire a quarantanove anni non è semplice. Ma ancora una volta Pedullà dimostra di saper reagire. Una breve esperienza in Rai, poi il ritorno a Sportitalia nel 2014, quando Criscitiello rilancia il progetto. La scelta è chiara: restare, rifiutare altre offerte, mantenere indipendenza e libertà.
Nel frattempo, nasce anche una dimensione personale: il canale YouTube, i contenuti diretti, il rapporto senza filtri con il pubblico. Il giornalismo cambia ancora, diventa immediato, continuo, digitale. E Pedullà non insegue: anticipa.
Oggi è considerato un punto di riferimento nel panorama dell’informazione calcistica, soprattutto per quanto riguarda il calciomercato. Un leader costruito nel tempo, grazie a una rete di relazioni solide, credibilità e presenza costante. “Essere sulla notizia” non è uno slogan, ma un metodo.
Gli aneddoti che accompagnano la sua carriera sono innumerevoli. Tra i più emblematici, quello legato al trasferimento di Antonio Cassano alla Roma. Quando tutti parlavano di Juventus, Pedullà riuscì, grazie ai rapporti costruiti negli anni, ad accedere al contratto già firmato tra Franco Senzi e Vincenzo Matarrese, i presidenti. Il Corriere dello Sport uscì con la notizia esclusiva, dando “buco” a tutti. Un colpo da giornalista vero.
Eppure, al di là dei successi, resta il principio che ha guidato tutto: il giornalismo come passione. Non come mestiere qualsiasi, ma come scelta quotidiana. Come divertimento, ancora oggi. Il suo vantaggio sulle nuove generazioni? Non è solo esperienza. È la consapevolezza del sacrificio. Di cosa significhi costruire credibilità giorno dopo giorno, senza scorciatoie.
Il futuro non è una priorità. Pedullà vive nel presente, scandito da un flusso continuo di informazioni, messaggi, contatti. Una media di quaranta messaggi su WhatsApp ogni mattina. Sarà forse proprio la loro assenza, un giorno, a indicare il momento di fermarsi. Perché anche le passioni, per quanto forti, hanno un tempo.


