di Armando De Vincentiis
Il primo errore è pensare alle baby gang come a un insieme di individui cattivi che agiscono insieme. Il gruppo è un’entità a sé, con una logica propria che travolge quella dei singoli. Una sorta di deindividuazione: quando si entra in un gruppo coeso, l’identità individuale si mette in pausa. Non conta più chi sei tu, conta cosa fa il branco. In questo stato, nessuno si chiede più “è giusto?”. Ci si chiede solo “sto tenendo il passo?”
Un bracciante che va a lavorare all’alba viene circondato, picchiato e ucciso da un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 20 anni. Nessun motivo, nessuna rapina, nessun conflitto precedente. Solo un uomo solo in una piazza che per qualcuno ha rappresentato un bersaglio. Casi come quello di Bakary Sako a Taranto. Ma perché è successo? Certi fatti si capiscono solo guardando cosa accade dentro la testa di chi li commette.
Il gruppo ha una sola mente
Il primo errore è pensare alle baby gang come a un insieme di individui cattivi che agiscono insieme. Il gruppo è un’entità a sé, con una logica propria che travolge quella dei singoli. Una sorta di deindividuazione: quando si entra in un gruppo coeso, l’identità individuale si mette in pausa. Non conta più chi sei tu, conta cosa fa il branco. In questo stato, nessuno si chiede più “è giusto?”. Ci si chiede solo “sto tenendo il passo?”
Nei ragazzi adolescenti questo meccanismo è amplificato da un dato biologico: la corteccia prefrontale — quella che regola il controllo degli impulsi e il giudizio morale — non è ancora completamente sviluppata. Un adulto ha più strumenti per resistere alla pressione del gruppo. Un quindicenne, molto meno.
La violenza collettiva è caratterizzata da uno stato mentale specifico che si genera nell’azione di gruppo: una sensazione di invulnerabilità che i singoli non provano mai da soli. La forza numerica abbatte il rischio percepito. La responsabilità si diluisce tra tutti. La pressione degli sguardi interni al branco funziona da acceleratore — fermarsi, mostrare pietà, viene vissuto come tradimento. La vittima non è più una persona. Diventa un oggetto. E gli oggetti non fanno male, non chiedono pietà.
L’empatia in certe condizioni si blocca. La vittima viene rapidamente etichettata come “altro”, e quell’etichetta diventa un permesso collettivo. Se nessuno del gruppo mostra pietà, mostrarla è pericoloso: significherebbe uscire dalla logica del branco. Così anche chi dentro di sé sente qualcosa, non lo mostra. E non mostrarlo aiuta a non sentirlo più.
Durante l’azione, il gruppo entra in una forma di iperattivazione emotiva collettiva in cui il pensiero critico crolla. Le conseguenze (la polizia, il carcere, il rimorso) diventano astratte, lontane, quasi inesistenti. Ogni componente del gruppo alimenta quello degli altri in un circuito che si autoalimenta.
Il mostro, in questi casi, non è il singolo. È collettivo. Si genera nell’incontro tra fragilità specifiche, dinamiche di gruppo, un posto, un momento, una vittima che si trova lì per caso. È una combinazione. E le combinazioni sono, per definizione, difficili da prevedere.
Non esiste un profilo del ragazzo che diventerà un assassino in branco, perché da solo quel ragazzo forse non lo sarebbe mai diventato. Esiste una chimica tra persone e circostanze che in certi momenti produce qualcosa che nessuna delle parti, presa singolarmente, avrebbe prodotto.
Quando il gruppo si disperde e ognuno torna ad essere solo se stesso, molti di questi ragazzi provano incredulità verso i propri gesti. Come se a farlo fosse stato qualcun altro. Non è finzione: è la traccia di quello stato alterato che si dissolve. Anche se , ovviamente, si tenta di mantenere il silenzio su ciò che il gruppo ha fatto.
Il silenzio dopo la violenza di gruppo non è istintivo, è strutturato. Regge su tre pilastri: la paura di perdere l’unico posto in cui ci si sente qualcuno, la paura degli stessi componenti del branco, e la logica del “se tacciono tutti, nessuno è più colpevole di nessuno”. Per questo le testimonianze nelle indagini arrivano sempre tardi e a pezzi — non per mancanza di memoria, ma perché parlare significa uscire dal gruppo. E per questi ragazzi, è ancora la cosa più difficile.
Analizzare questi meccanismi non significa assolvere chi ha commesso un omicidio. Significa rifiutare la spiegazione più comoda “erano mostri” perché quella spiegazione non aiuta a capire, e quindi non aiuta a prevenire.
Tuttavia, la vittima, Bakary Sako andava a lavorare. Sua moglie aspettava un figlio. Ricordarlo è il punto da cui qualsiasi discorso serio deve partire.



