Negli anni Novanta e nei primi Duemila, quando il telefono di Moggi squillava, dall’altra parte spesso c’erano presidenti in cerca di una soluzione. Il Messina dei Franza, l’Ascoli di Costantino Rozzi, la Reggina di Lillo Foti, solo per fare alcuni esempi: tutti, in un modo o nell’altro, cercavano un consiglio, una mediazione, un’intuizione, la soluzione ai propri problemi. Moggi una risposta l’aveva sempre. E sempre anche il giocatore o il direttore idoneo
Nel calcio italiano c’è stato un tempo in cui il mercato aveva il sapore delle strette di mano, delle telefonate notturne e delle trattative chiuse davanti a un piatto di pasta più che dentro una call su Zoom. Un tempo in cui, nel bene o nel male, il centro del villaggio calcistico portava spesso lo stesso nome: Luciano Moggi.
Figlio di un’Italia operosa, cresciuto tra le Ferrovie dello Stato e i campi polverosi del calcio minore, Moggi aveva intuito prima di molti altri che il talento non abitava soltanto negli stadi illuminati della Serie A, ma anche nei campetti di periferia. Così iniziò a girare l’Italia da osservatore instancabile, costruendo una rete di contatti quando ancora il termine “scouting” non era di moda. Alla Juventus di Giampiero Boniperti contribuì a portare ragazzi destinati a diventare simboli del calcio italiano: Paolo Rossi, Claudio Gentile, Gaetano Scirea.
Da lì, il passo verso il grande calcio fu naturale. Alla Roma riuscì perfino a strappare Roberto Pruzzo proprio alla Juventus, mentre alla Lazio arrivò nel momento più difficile, subito dopo lo scandalo del calcioscommesse del 1980, per provare a ricostruire. Poi il Torino, il Napoli di Diego Armando Maradona e infine ancora la Juventus, dove avrebbe costruito la parte più vincente della sua carriera.
Ma ridurre Luciano Moggi soltanto ai trofei conquistati sarebbe quasi ingeneroso. Certo, i numeri impressionano: scudetti, Coppe Italia, Supercoppe, una Champions League, una Coppa UEFA, una Coppa Intercontinentale. Però il suo vero marchio di fabbrica era un altro: la capacità di muovere con successo uomini, idee e opportunità come pochi dirigenti abbiano mai saputo fare.
Negli anni Novanta e nei primi Duemila, quando il telefono di Moggi squillava, dall’altra parte spesso c’erano presidenti in cerca di una soluzione. Il Messina dei Franza, l’Ascoli di Costantino Rozzi, la Reggina di Lillo Foti, solo per fare alcuni esempi: tutti, in un modo o nell’altro, cercavano un consiglio, una mediazione, un’intuizione, la soluzione ai propri problemi. Moggi una risposta l’aveva sempre. E sempre anche il giocatore o il direttore idoneo.
Il mercato, allora, era un rito collettivo. Si discuteva nei famosi “raduni” che lui stesso organizzava tra Roma, Torino o Napoli, dove direttori sportivi e presidenti si incontravano dal vivo, senza intermediari infiniti e senza comunicati strategici. Oppure ci si ritrovava a Monticiano, nel senese, nel buen retiro della famiglia Moggi, dove molte trattative prendevano forma davanti a tavolate allegre ed promesse mantenute. Nel calcio di allora la parola data aveva ancora un peso specifico enorme: pochi dirigenti, pochi interpreti, ma rapporti chiari e sempre riconoscibili.
Anche per questo Moggi resta una figura che divide, ma continua a raccontare un’epoca. Un calcio meno globale, forse meno perfettino, ma sicuramente più umano. Un calcio in cui il direttore sportivo non era soltanto un manager, ma un conoscitore di uomini. Uno che capiva se un ragazzo avrebbe retto la pressione della Juventus o se un campione avesse bisogno prima di tutto di sentirsi accolto. Non era soltanto questione di soldi: era psicologia, intuito, carattere.
Lo dimostrano certi retroscena alcuni ancora “riservati”, ma divenuti “leggenda”: Berlusconi lo voleva al Milan, ci aveva anche parlato, provocando la reazione gelosa di Adriano Galliani. Massimo Moratti, a metà stagione, lo aveva già alternato a Mazzola, saltò tutto per un mancato trasferimento di Moriero che Luciano aveva invece già chiuso all’estero. Come Zinedine Zidane che inizialmente lasciò dubbi a molti prima di trasformarsi in un fuoriclasse assoluto o Pavel Nedvěd convinto a trasferirsi a Torino con una visita segreta organizzata in aereo privato. Zlatan Ibrahimović bloccato a Montecarlo grazie ai rapporti con Mino Raiola. O ancora le sfuriate di Christian Vieri, gestite con quell’autorità ruvida che era parte integrante del personaggio.
Poi arrivò Calciopoli, che segnò la fine della sua parabola dirigenziale proprio quando sembrava essere divenuto intoccabile. Ma al netto delle sentenze, delle polemiche e delle infinite discussioni, resta difficile negare quanto Luciano Moggi abbia invece inciso, positivamente, sul calcio italiano.
E forse il punto è proprio questo: oggi il calcio italiano continua ciclicamente a fare i conti con gli stessi problemi, magari ampliati, con le tensioni politiche, le polemiche arbitrali, con società fragili e dirigenti improvvisati, ma senza più figure capaci di tenere insieme il sistema con relazioni, esperienza e carisma. Il calcio di oggi, bisogna ammetterlo, è peggiorato. Moggi apparteneva a una generazione di dirigenti che il calcio lo vivevano ventiquattr’ore al giorno, consumando suole, stringendo mani, guardandosi negli occhi.
Un altro mondo, certo. Ma anche un calcio che, a modo suo, sapeva ancora fare comunità.


