di Rosa Surico
È la storia di dolore di un padre che oggi con la sua fondazione sostiene i ragazzi in giro per l’ Italia, promuovendo il dialogo aperto con gli adulti
“Dobbiamo smettere di indignarci solo quando succede il peggio e iniziare a lavorare prima, insieme”
All’ alba del 9 maggio l’ omicidio del giovane Bakari Sakò ha scosso la città di Taranto. Un delitto efferato commesso da un gruppo di giovanissimi impone una serie di interrogativi e riflessioni. Noi di Cosmopolis pensiamo che non si debbano spegnere i riflettori su quanto accaduto. Dalla Lombardia, il messaggio di papà Giampietro che in seguito alla perdita di suo figlio ha trasformato il dolore in supporto, un aiuto al mondo complesso dei giovani di oggi.
Fondazione Ema PesciolinoRosso ETS. Ci racconti in breve di cosa si occupa.
La Fondazione Ema PesciolinoRosso ETS nasce dopo la morte di mio figlio Emanuele, “Ema”.
Nel 2013 Ema aveva 16 anni quando, durante una serata sbagliata, provò una droga sintetica. In uno stato di totale alterazione si gettò nel fiume vicino a casa, proprio nello stesso punto dove dieci anni prima avevamo vissuto insieme un episodio che allora sembrava irrilevante, ma che col tempo ho capito essere stato per lui un momento importante.
Avevamo un pesciolino rosso nel nostro stagno. Era l’estate del 2013 e faceva molto caldo e il pesciolino boccheggiava. Così lo convinsi a portarlo al fiume che distava 200 metri da casa, convinto che con l’acqua fresca del fiume avrebbe potuto vivere meglio. Ma non avevo fatto i conti con le anatre: arrivò un’anatra e lo mangiò davanti ai nostri occhi.
Io ridevo per la situazione quasi assurda, mentre Emanuele scoppiò a piangere disperato e iniziò a colpirmi con piccoli pugni pieni di rabbia e dolore. Solo molti anni dopo ho capito che quello, per lui, era stato il primo vero incontro con la sofferenza, con la perdita, con il senso dell’impotenza.
Ed è da lì che nasce il nome “Ema PesciolinoRosso”. oggi la Fondazione è iscritta al RUNTS e ed è Ente del terzo Settore, abbiamo anche firmato un Protocollo d’Intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ha incaricato la Fondazione di portare i valori quali legalità, rispetto e verità in tutte le scuole d’Italia.
Dopo la morte di Ema ho vissuto un dolore indescrivibile, poi una notte, dopo pochi giorni dalla tragedia, feci un sogno: vidi Emanuele nel fiume e io mi gettavo nell’acqua per salvarlo. Lo tiravo fuori e lo salvavo. Al risveglio ho sentito dentro di me un’energia indescrivibile e capito una cosa: non potevo più salvare lui, ma forse potevo provare a salvare qualcun altro.
Da quel momento abbiamo scelto di non chiuderci nel dolore, ma di trasformarlo in qualcosa che potesse aiutare altri ragazzi e altre famiglie. Oggi con la Fondazione abbiamo tenuto oltre 2500 incontri nelle scuole, nei teatri, nelle comunità, nelle aziende, nelle Parrocchie, ovunque ci sia bisogno di parlare ai giovani e agli adulti di ascolto, fragilità, relazioni, dipendenze, vita vera. Non facciamo lezioni: portiamo testimonianza. Ema oggi è diventato un messaggio che continua a camminare attraverso gli occhi e il cuore di tantissime persone.
Chi è papà Gianpietro oggi?
Oggi sono un padre e un uomo che ha imparato che dal dolore più grande può nascere anche qualcosa di utile per gli altri.
Non mi sento un esperto, né un professore. Mi sento semplicemente un papà che racconta la sua storia con sincerità cercando di arrivare al cuore delle persone, per evitare che quello che è successo a Ema e alla mia famiglia non succeda più. Ogni incontro è diverso, ogni ragazzo che incontro mi insegna qualcosa.
Genitori – educazione. Un binomio che oggi sembra essere minato su più fronti. Quanto è importante ascoltare i figli e qual è secondo lei la fascia d’età più delicata?
Ascoltare i figli oggi è fondamentale. Ma ascoltare davvero significa esserci, guardarsi negli occhi, accorgersi dei silenzi, delle fragilità, dei cambiamenti.
Viviamo in un mondo velocissimo, dove spesso i ragazzi hanno tutto tranne qualcuno che si sieda davvero accanto a loro senza giudicarli.
L’adolescenza resta sicuramente la fase più delicata, ma io credo che il lavoro inizi molto prima. I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, hanno bisogno di adulti presenti, coerenti e capaci di mettersi in discussione.
Taranto, l’omicidio di Bakari Sakò, un uomo di 35 anni che si stava recando a lavoro. Un gruppo di minorenni alla presenza di maggiorenni si è reso responsabile di questo terribile delitto. Pare che sia stato un 15enne a sferrargli il colpo mortale. Il suo punto di vista su questo.
Quando accadono tragedie come questa, il rischio più grande è fermarsi all’orrore del gesto senza provare a capire cosa ci sia dietro. Nulla giustifica la violenza, sia chiaro. Ma io credo che questi episodi ci stiano dicendo che tanti ragazzi stanno crescendo senza punti di riferimento veri, senza limiti, senza educazione emotiva.
C’è una povertà affettiva enorme. Ragazzi che magari hanno tutto materialmente, ma non hanno qualcuno che insegni loro il valore della vita, del rispetto, della responsabilità.
E allora dobbiamo smettere di indignarci solo quando succede il peggio e iniziare a lavorare prima, insieme.
Cosa si sente di dire ai genitori dei ragazzi coinvolti?
Da padre non riesco nemmeno a immaginare il dolore che stanno vivendo oggi. Perché quando sbaglia un figlio, in qualche modo si sente crollare il mondo addosso anche a un genitore.
Non mi interessa giudicare. Mi interessa dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di tornare vicini ai nostri figli, di guardarli davvero, di dedicare loro tempo vero.
I ragazzi non hanno bisogno solo di regole o di soldi. Hanno bisogno di presenza.
Quanto è importante per lei la presenza delle istituzioni e quanto conta la collaborazione tra scuola e famiglia per l’educazione dei ragazzi?
È fondamentale. La scuola da sola non può farcela, così come non può farcela una famiglia lasciata sola.
Educare un ragazzo oggi significa creare una rete: famiglia, scuola, istituzioni, associazioni, territorio. Tutti devono sentirsi responsabili.
Quando un ragazzo sta male, spesso manda segnali ovunque. Il problema è che gli adulti troppo spesso sono presi dal lavoro e non riescono a cogliere i segnali di disagio dei figli.
Le istituzioni rappresentano un punto fondamentale nel percorso educativo e sociale che portiamo avanti ogni giorno. Abbiamo recentemente firmato un Protocollo d’Intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, un passo importante che ci permetterà di sviluppare insieme nuovi progetti, creando occasioni concrete di ascolto, crescita e confronto per ragazzi, famiglie e scuole.
Gli adulti. Quale mondo stiamo consegnando ai nostri ragazzi? Un messaggio per Taranto, città profondamente ferita.
Credo che ai ragazzi stiamo consegnando un mondo pieno di connessioni ma povero di relazioni vere. Un mondo dove si corre tanto ma ci si ascolta poco.
Però io continuo ad avere speranza, perché incontro ogni giorno giovani straordinari che hanno voglia di essere visti, ascoltati, amati.
A Taranto voglio dire di non smettere di educare, di non smettere di credere nei ragazzi. Le ferite si possono trasformare in consapevolezza, ma serve il coraggio degli adulti di esserci davvero.
I ragazzi non cercano supereroi. Cercano adulti veri.



