di Rosa Elenia Stravato
Dalla Resistenza francese alla sfida della complessità: ritratto del filosofo che ha insegnato al Novecento a superare i confini dei saperi
Esistono pensatori che scelgono un unico sentiero e lo scavano fino in fondo, verticali ed implacabili nella loro specializzazione. E poi esiste Edgar Morin. Se il ventesimo secolo è stato il secolo della frammentazione esasperata, in cui l’essere umano ha imparato a sapere sempre più cose su porzioni sempre più piccole del mondo, Morin ha rappresentato un’antitesi vivente, un intellettuale totale animato da una rara e vorace ampiezza culturale.
Annoverarlo semplicemente come filosofo, sociologo o antropologo significa fargli un torto, poiché egli si è configurato come il grande tessitore della conoscenza contemporanea. Ha speso un’intera esistenza, attraversando da protagonista più di un secolo di storia, a dimostrare che isolare un problema significa precludersi la possibilità di capirlo, e che la realtà, per essere compresa autenticamente, va guardata nella sua meravigliosa e caotica totalità. La traiettoria biografica di Edgar Morin, nato Edgar Nahoum a Parigi nel 1921, possiede lo spessore epico di un romanzo d’avventura e di formazione.
Nato da famiglia ebraica di origini livornesi e saloniccesi, subisce a soli dieci anni il trauma precoce della perdita della madre, un vuoto profondo che scaverà nella sua psiche una sensibilità acutissima verso l’incertezza e la fragilità della condizione umana. Durante l’occupazione nazista della Francia sceglie la via della clandestinità ed entra nella Resistenza comunista, contesto in cui adotta lo pseudonimo “Morin”, un nome di battaglia destinato a diventare il suo definitivo passaporto per la storia della cultura. Nel dopoguerra, guidato da uno spirito critico incurabile, si allontana dal Partito Comunista rifiutandone il dogmatismo e nel 1950 fa il suo ingresso al prestigioso Centre National de la Recherche Scientifique. Questo legame istituzionale si rivela il terreno fertile per dare sfogo a una libertà di ricerca senza precedenti, che lo spinge a viaggiare, a studiare sul campo i costumi della Bretagna, ad appassionarsi alla sociologia del cinema e a volare in California, dove la scoperta della cibernetica e della teoria dei sistemi getta i semi della sua imminente svolta epistemologica. Questa apertura mentale si traduce in una produzione intellettuale monumentale, il cui culmine è rappresentato da Il Metodo: un’opera imponente in sei volumi pubblicati nell’arco di quasi trent’anni. In queste pagine Morin non propone un sistema filosofico chiuso, ma una mappa per navigare tra la fisica, la biologia, la sociologia e l’etica, con l’obiettivo di rifondare l’educazione e il pensiero contemporaneo. Prima ancora di questa sintesi suprema, la sua penna aveva già esplorato territori eterogenei in testi fondamentali come L’uomo e la morte; audace analisi transdisciplinare del tabù supremo, e Il cinema o l’uomo immaginario in cui il grande schermo veniva restituito come specchio dell’anima collettiva. Perfino in età avanzata, con la stesura de I sette saperi necessari all’educazione del futuro per conto dell’UNESCO, Morin ha continuato a delineare una bussola pedagogica pensata per traghettare le nuove generazioni oltre le barriere delle singole materie scolastiche.
Ciò che rende Morin una figura insostituibile è proprio questa sua radicale e feconda indisciplina, il rifiuto sdegnoso delle barriere dogmatiche tra le scienze esatte e le scienze umane. Per lui l’essere umano è contemporaneamente biologico, psichico, sociale e storico, e separare questi aspetti significa generare un’intelligenza cieca. Egli amava ricordare che la conoscenza isolata costituisce un’ignoranza potenziale, poiché tutto ciò che viene isolato diventa astratto e tende inevitabilmente a tramutarsi in una menzogna. Il suo concetto di Pensiero Complesso, dal latino complexus ovvero ciò che è tessuto insieme, non rimanda a qualcosa di astruso o incomprensibile, ma rappresenta una sfida diretta all’iper-semplificazione. In un’epoca dominata da crisi globali strettamente interconnesse, in cui le tensioni geopolitiche si intrecciano ai cambiamenti climatici e all’avvento della transizione digitale, la sua lezione risuona più urgente che mai. Edgar Morin ci lascia in eredità non un dogma da venerare passivamente, ma un metodo dinamico da praticare ogni giorno, fondato sull’arte di connettere i saperi e sul coraggio di abitare l’incertezza a testa alta.
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