di Rosa Elenia Stravato
Dalle origini omeriche al kolossal contemporaneo: una rilettura critica del poema dell’ingegno, della regalità di Penelope e della ricerca di casa
Se l’Iliade è il poema della forza brutale, del destino ineluttabile e del sangue versato sotto le mura di Troia, l’Odissea rappresenta la nascita del pensiero moderno. Attribuita tradizionalmente a Omero e consolidatasi attorno all’VIII secolo a.C. attraverso una secolare tradizione di trasmissione orale -studiata a fondo dalla filologia nella celebre Question Omerica – l’opera segna un cambio di paradigma fondamentale: il passaggio dalla bia -la forza fisica di Achille – alla metis -l’astuzia multiforme di Odisseo.
La questione è un dibattito filologico che da secoli divide gli studiosi: da un lato ci sono coloro che considerano l’opera un mosaico di canti preesistenti (le rapsodie), assemblati da mani diverse in epoche differenti; dall’altro vi sono quelli che affermano l’esistenza di un singolo autore geniale — Omero — capace di strutturare un’architettura narrativa complessa e organica. La teoria dell’oralità, d’altro canto, dimostra come l’uso di formule fisse, epiteti e moduli ripetitivi fosse lo strumento mnemonico fondamentale per la composizione estemporanea in versi esametri.
Qualunque sia la verità storica, l’ Odissea rappresenta il passaggio dal mito della forza brutale (l’ Iliade) al mito dell’intelligenza multiforme, della curiosità e del nostos -il ritorno. L’opera nasce come materia viva, fluttuante e incandescente; frutto di una millenaria tradizione orale tramandata dagli aedi della Grecia arcaica, il poema si colloca all’apice della cultura micenea e arcaica, cristallizzandosi probabilmente intorno all’VIII secolo a.C.
Un’opera che ha un’architettura mastodontica: si comincia con la Telemachia (Libri I-IV) in cui seguiamo il figlio Telemaco alla ricerca del padre, in una classica storia di formazione (bildungsroman). Seguono, dunque, i racconti alla corte dei Feaci (Libri IX-XII) dove – finalmente – Odisseo prende la parola, trasformandosi nel narratore delle sue stesse avventure. Polifemo, Circe, le Sirene e la discesa nell’Oltretomba non sono raccontati in tempo reale, ma sono un lungo flashback, un esercizio di memoria e narrazione. Infine, il ritorno e la vendetta ad Itaca (Libri XIII-XXIV) che si compie non con un’entrata trionfale, ma nell’ombra, attraverso il travestimento da mendicante e la graduale riconquista del proprio spazio.
L’ Odissea è anche il primo grande testo classico a concedere a una figura femminile una posizione di parità intellettuale: Penelope non è la sposa passiva che attende sullo sfondo. Lei è la regina di Itaca, e la sua astuzia equivale in tutto e per tutto a quella del marito. Lei, come ha affermato qualcuno, “non cerca un marito, vuole Ulisse”. L’inganno della tela non è una semplice scusa per prendere tempo, ma una vera e propria strategia di resistenza politica con cui Penelope domina e manipola l’arroganza dei Proci.
Penelope non è una semplice attesa passiva, né una custode silenziosa. Lei, come detto, è regina nel senso più pieno e politico del termine;la sua metis -il furbo ingegno – non ha nulla da invidiare a quella di Ulisse. Se Odisseo combatte i mostri del mare con l’astuzia, Penelope combatte i mostri della terra — i Proci — con la medesima intelligenza strategica. L’inganno della tela non è soltanto un espediente dilatorio, ma un’opera d’arte politica, una dimostrazione di controllo psicologico e mentale in un mondo maschile ferocemente patriarcale.
In questo duello d’ingegni a distanza, Penelope brilla di una luce propria, sovrana assoluta della mente e del destino di Itaca. Quando infine ritrova Odisseo, non lo riconosce ciecamente: lo mette alla prova con il segreto del letto radicato nell’olivo, dimostrando che a Itaca governa la mente, non solo la corona. Una cosa è certa: Odisseo è il primo eroe tragicamente umano; non è un demone dell’inganno né un semidio invulnerabile; è un uomo che fallisce, soffre, sbaglia, si traveste e piange, ma che trova nell’intelletto e nella capacità di adattarsi l’unica vera arma di sopravvivenza.
Insomma, come ogni grande opera classica, questa parla dritta agli uomini di ogni tempo, bussa alle nostre stanze vuote. Ma, dunque, perchè? Perché continuiamo a rileggere, adattare e trasporre l’ Odissea al cinema, a teatro e nella letteratura? Perché l’opera omerica ha codificato la metafora primaria dell’esistenza umana. Il viaggio di Odisseo non è soltanto una mappa geografica del Mediterraneo antico, ma un viaggio interiore. Ogni mostro rappresenta una paura dell’uomo; ogni isola incantata — come quella di Calipso — rappresenta la tentazione di dimenticare chi siamo per evitare il dolore di crescere.
Non stupisce, dunque, se queste sono le premesse come i cinema si siano riempiti di gente che è accorsa a vedere la rilettura di Christopher Nolan. Padroneggiare una materia così titanica significa, per un autore cinematografico, misurarsi con le fondamenta stesse del racconto occidentale. Tuttavia, confrontarsi con Omero richiede di mettersi in ginocchio davanti a un Olimpo secolare.
Tentare di imprigionare la vastità dell’epos in una pellicola porta inevitabilmente con sé il germe della hybris, la tracotanza tragica di chi sfida l’assoluto. Nolan accetta il rischio avvalendosi di un cast monumentale che vede Matt Damon vestire i panni dell’eroe e un ensemble d’eccezione composto da Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Zendaya e Charlize Theron.
L’operazione nolaniana si presenta come una scommessa estetica imprevedibile: riuscire a dominare le geometrie del tempo e dello spazio — marchi di fabbrica del regista — senza farsi schiacciare dalla sacralità dell’originale. L’ Odissea sopravvive ai millenni perché non parla solo di un re di pietra nella Grecia antica, ma della traiettoria esistenziale dell’essere umano.
Il viaggio di Ulisse non si conclude con la sconfitta dei Proci o con la riconquista del trono, ma con la comprensione che la vera meta è il senso stesso del percorso. Ma, allora, perché Itaca sembra la Terra di tutti noi? Itaca non è una coordinata geografica, né uno scoglio emerso dalle acque dello Jonio. Se fosse soltanto un pezzo di terra, a Odisseo sarebbero bastati pochi anni e una rotta lineare per toccarne le rive. Itaca è una condizione dell’anima, un miraggio necessario, un’architettura della mente che costruiamo per non smarrirci quando il mare intorno a noi diventa troppo profondo.
Ognuno di noi possiede la propria Itaca, ma la sua natura cambia a seconda del coraggio con cui guardiamo dentro le nostre tempeste. Ognuno di noi naviga sul proprio mare, spinto da venti incoerenti o trattenuto da bonacce prive di respiro. Ma ciò che tiene davvero rotta e timone saldi non è la forza delle braccia sulle vele, né l’accuratezza delle mappe: è l’idea, intima e ostinata, di una terra che ci attende.
Itaca non è soltanto un’isola di roccia e ulivi; Itaca è un concetto dell’anima, una forma della mente. Per alcuni, Itaca è una promessa da adempiere. È quel patto stretto con noi stessi nell’ingenuità della giovinezza o nella lucidità di un dolore, una parola data che il tempo non ha il diritto di scalfire.
È il debito d’onore verso chi eravamo prima che la vita ci insegnasse la prudenza. Raggiungerla significa poter guardare il proprio riflesso senza provare vergogna, sapendo di non aver tradito il nucleo essenziale della nostra esistenza. Per molti, Itaca nasce come una promessa da adempiere. È la parola data a noi stessi quando eravamo giovani e incontaminati, il patto d’onore stretto con i nostri desideri più autentici prima che la vita ci insegnasse il compromesso. È il dovere morale di diventare esattamente chi avevamo promesso di essere.
Tuttavia, proprio per la sua natura esigente, Itaca sa trasformarsi in un dolce e atroce tormento. Diventa la nostalgia per ciò che non è ancora accaduto (nostos e algos, il dolore del ritorno), l’ombra costante che si allunga su ogni porto sicuro in cui cerchiamo di fermarci. Calipso ci offre l’immortalità, una pace priva di scosse, ma la nostra Itaca continua a gridare dalla scogliera dell’anima, ricordandoci che la stasi è un’illusione e la sicurezza spesso somiglia a una prigione dorata.
Per altri, Itaca è un amore per cui correre il rischio, sfidando il buon senso e le cassandre che popolano le nostre vite. È la scelta irrazionale, eppure inevitabile, di navigare controvento per raggiungere una persona, un ideale o una passione che il mondo definisce follia. È quell’amore che richiede di attraversare i mari delle incomprensioni, di ignorare il canto seducente della comodità per inseguire un’affinità elettiva che solo noi riusciamo a scorgere all’orizzonte.
È la dimostrazione che la ragione sa come si sopravvive, ma solo il rischio sa come si vive. Ci sono momenti nella vita in cui Itaca si veste dei tratti dell’altro: diventa un amore per cui vale la pena sfidare la ragione dei più. Raggiungere questa sponda richiede di calcolare il rischio, guardare gli scogli del giudizio altrui e decidere, scientemente, di naufragare. È l’atto sovversivo di chi sceglie una fedeltà invisibile rispetto alle garanzie tangibili del mondo. Riconoscere quell’amore significa capire che casa non è un perimetro di mura, ma un abbraccio capace di resistere all’assedio dei giorni.
Eppure, per molti, Itaca sa essere anche un tormento. È la nostalgia dell’incompiuto, il fantasma di ciò che avrebbe potuto essere se solo avessimo scelto un’altra rotta. È l’isola che continua a sfuggire, che si sposta un miglio più in là ogni volta che pensiamo di aver ammainato le vele. È la condanna di chi si accorge di non saper più stare sulla terraferma, perché ormai appartiene al mare e al suo moto perpetuo. Non augurarti che il viaggio sia breve, ma che sia lungo, pieno di scoperte e di sapienza. Forse la rivelazione più profonda che il mito ci consegna è proprio questa: Itaca ha senso solo perché ci ha messi in cammino. Senza la sua illusione non saremmo mai salpati, non avremmo mai affrontato i nostri Polifemo né imparato a resistere alle nostre Circi.
L’isola non ci arricchisce con ciò che troviamo al nostro arrivo — che spesso è solo pietra arida e vento —, ma con l’uomo o la donna che siamo diventati lungo la rotta. Itaca siamo noi, dopo che il mare ci ha spogliati di tutto il superfluo.
Itaca è il posto a cui tornare, ma con una consapevolezza che gli occhi di chi non ha mai preso il largo non potranno mai comprendere.Il grande paradosso del mito è che l’Itaca che trovi al ritorno non corrisponde mai all’Itaca che avevi lasciato. Non perché la terra sia cambiata, ma perché sei cambiato tu.
I mostri affrontati — i Polifemi della paura, le Circi dell’illusione, le Sirene della tentazione — non erano che ostacoli posizionati lungo la rotta per cesellare la tua forma finale. Senza la promessa di Itaca non saremmo mai partiti. Ma senza il viaggio, Itaca rimarrebbe un’isola spoglia e priva di valore. Non importa se quando finalmente la toccherai la troverai povera o ricca: Itaca ti ha già dato la sola cosa che contava — il coraggio di attraversare il mare.


