La domanda che il calcio italiano continua a rinviare è sempre la stessa: ha ancora senso mantenere un campionato professionistico così ampio e oneroso? In gran parte d’Europa il professionismo è più ristretto e sostenibile; in Italia, invece, si continua a difendere un impianto che mostra evidenti segni di logoramento
Serie C e dintorni: il calcio italiano che rischia di implodere.Tra i problemi più urgenti che il futuro presidente federale troverà sulla sua scrivania di via Allegri c’è senza dubbio quello delle categorie inferiori. Una crisi ormai strutturale che coinvolge Serie C, Serie D e, a cascata, tutto il calcio della seconda fascia nazionale.
Da anni si parla di riforme, ma l’attuale assetto federale, che richiede la condivisione delle diverse componenti per modificare gli equilibri esistenti, finisce spesso per bloccare ogni innovazione. Ognuno tutela i propri interessi e il sistema resta immobile, mentre le criticità aumentano.
La Serie C rappresenta il simbolo di un professionismo in evidente declino. Un campionato poco spettacolare, economicamente fragile e quasi ovunque in perdita. Un modello che appare sempre più distante da quelli adottati nel resto d’Europa, dove il professionismo è generalmente più contenuto e sostenibile.
Le conseguenze sono evidenti. Il campo non è più l’unico giudice dei risultati. Penalizzazioni, deferimenti e decisioni della giustizia sportiva modificano continuamente le classifiche. Le inadempienze amministrative sono diventate una consuetudine e cresce il numero delle società escluse per carenze finanziarie, costrette a ripartire dall’Eccellenza regionale.
Anche la stagione che si sta chiudendo lascia una lunga scia di contenziosi. Mentre Ascoli e Brescia si contendono la promozione in Serie B, molte società guardano già alle procedure di riammissione e ripescaggio, spesso sperando nelle difficoltà altrui durante il rilascio delle Licenze Nazionali.
In questo quadro il 16 giugno rappresenta una data cruciale. L’inasprimento dei requisiti infrastrutturali e dei parametri economico finanziari, richiesti per certificare la solvibilità dei club, potrebbe provocare nuove esclusioni. Tra le situazioni monitorate emergono criticità a Crotone, mentre il Foggia continua a sperare in una riammissione in Lega Pro. Dubbi e verifiche riguardano persino la Serie B, dove un provvedimento del Tribunale di Napoli ha alimentato interrogativi sulla possibile continuità della Juve Stabia. Se ne saprà di più dopo il 10 giugno.
Emblematico anche il caso del Trapani. Il presidente Valerio Antonini, nonostante un quadro normativo che rende la prospettiva estremamente difficile, continua a credere in una possibile riammissione in Lega Pro. È il segno di un sistema in cui, ogni estate, i tribunali e le procedure amministrative finiscono per occupare uno spazio pari, se non superiore, a quello del campo.
Parallelamente cresce il ricorso a soluzioni alternative consentite dai regolamenti. Il caso più significativo è quello della Ternana. Falliti i tentativi di salvataggio, i rossoverdi avrebbero dovuto ripartire dall’Eccellenza. L’ex presidente e attuale sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, sta invece percorrendo la strada del trasferimento del titolo sportivo dell’Orvietana nel capoluogo umbro, operazione consentita dal fatto che entrambe le città appartengono alla stessa provincia.
Una procedura che non rappresenta più un’eccezione. Anche il Nola sarebbe orientato a trasferire il proprio titolo a Torre del Greco, consentendo il ritorno della denominazione Turris. Operazioni formalmente legittime ma che evidenziano una tendenza sempre più diffusa: cambiare veste giuridica per garantire continuità sportiva, senza affrontare le cause profonde delle crisi.
Il problema, infatti, resta invariato. A metà stagione tornano puntualmente ritardi nei pagamenti, inadempienze, deferimenti e penalizzazioni. Tutto nasce da programmazioni spesso approssimative e da modelli gestionali che non riescono a sostenere i costi di una Lega Pro strutturata su dimensioni ormai difficilmente compatibili con le reali capacità economiche dei club. Costi che, inevitabilmente, si riflettono anche sulla Serie D.
La domanda che il calcio italiano continua a rinviare è sempre la stessa: ha ancora senso mantenere un campionato professionistico così ampio e oneroso? In gran parte d’Europa il professionismo è più ristretto e sostenibile; in Italia, invece, si continua a difendere un impianto che mostra evidenti segni di logoramento.
Per questo la crisi delle serie minori non può più essere considerata un problema secondario. Riguarda la tenuta dell’intero sistema calcistico nazionale. Senza una riforma profonda e condivisa, capace di superare veti e interessi di parte, il rischio è che la Serie C e le categorie sottostanti continuino a trascinare il calcio italiano in una spirale di instabilità economica e amministrativa dalla quale sarà sempre più difficile uscire.
Perché la vera partita che attende il calcio italiano non si gioca negli stadi della Serie A, ma nei bilanci della Serie C e della Serie D. Perché senza una riforma delle fondamenta, prima o poi anche il piano nobile rischierà di risentire delle crepe che si stanno allargando nei piani inferiori.


