di Rosa Surico
Da Taranto a Cosenza, l’ editing della politica italiana non racconta la vita, la seleziona seguendo il diktat social, non sociale e a zone geografiche
È il 2 giugno, l’ Italia si sveglia da nord a sud, con le celebrazioni in onore della Repubblica e i primi piani del Presidente del Senato, Ignazio La Russa (Celebrante nostalgico del MSI ogni tanto, più volte, pubblicamente).
Ma le immagini che arrivano dalla terra dei Bruzi, la Calabria, catapultano lo stivale in una dimensione disumanizzata, di barbarie e crudeltà inaudita.
Nella Repubblica fondata sul Lavoro, quattro uomini, braccianti agricoli, vengono rinchiusi in un caravan e dati alle fiamme. Moriranno tra atroci sofferenze, arsi vivi sotto gli occhi dei loro aguzzini ad Amendolara.
Sono lontani i tempi di chi passeggiando senza scorta in Via Condotti, faceva bruciare la sua pipa come un comune cittadino tra la gente, per la gente. Questi sono i tempi del discorso di fine anno e dell’ invito già formulato da qualcun’ altro prima, a “disarmare le parole”. Almeno da un certo punto in poi, disarmare le parole o non proferirne alcuna anche quando sarebbero un segnale forte di guida di un paese diviso, sgomento ma non troppo.
La voce del silenzio e la presenza – assenza. Dal Quirinale, nel giorno dei suoi 80 anni, il maggior rappresentante della Repubblica, non si esprime, nemmeno due righe in merito alla strage Calabrese. Nessun leader di partito, nemmeno da quel lato (di rosso relativo!? ) dal suo profilo social, fa riferimento a quello che può essere definito macabramente l’ evento sentinella, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto rimarcare la solidità delle sue fondamenta, il lavoro.
Da Amendolara in Basilicata a raccogliere le ciliegie. Il vaso di Pandora del caporalato nel settore agroalimentare in Italia, è scoperchiato da tempo ma una strage come questa fa puntare il “faretto” solo dei sindacati e Elly, la Schlein, è in prima fila alla manifestazione di ieri con 3000 persone. Sì, ma che ha detto che non era già stato detto?
Il silenzio brucia come sta bruciando l’umanità. Dai social dei rappresentanti politici si edita.
Da maggio a giugno la disumanità è andata in onda, in diretta, anche sulle reti televisive italiane, sembrerebbe meno sulle coscienze di tutta l’ opinione pubblica. Non in egual misura almeno, da nord a sud. Il dibattito politico non dibatte, se lo fa, timidamente, seleziona le zone geografiche e lo strazio.
Certo, quattro braccianti arsi vivi in Calabria e un giovane bracciante ucciso da una gang di minorenni a Taranto in meno di un mese, sembrano fare meno clamore di un ragazzo straniero piombato sulla folla con l’ auto a Modena. Il presidente della Repubblica e il primo ministro Giorgia Meloni si recano in ospedale dai feriti.
Bakari Sakò, da Taranto invece, è tornato nel villaggio in Mali, solo durante il pestaggio e solo da morto, a terra, in Piazza Fontana. È partito però con le bandiere a mezz’ asta, in rigoroso ritardo, perché il lutto cittadino, sostiene qualcuno, si può pure proclamare a festa passata del Santo senza nemmeno più il Santo.
Anche nelle sedi di partito a livello locale, si edita, da sud a tutto il sud sembrano fare il gioco del silenzio. La voce del silenzio, quella che in certe comunità africane è sacra: la madre africana diventa madre sotto un albero prima del concepimento e nel silenzio assoluto. Non si meraviglierebbe nemmeno Bossi a questo punto, omaggiato dal Quirinale, come il “sincero democratico” nel giorno della sua dipartita: ” I meridionali vanno aiutati a casa loro altrimenti questi straripano. È un po’ come l’ Africa” affermava democraticamente in uno dei suoi famosi interventi pubblici, alla presenza di un più giovane vicepresidente del Consiglio attuale, Salvini.
Siamo in Africa da Roma in giù!?
Ma qui il silenzio urge svestirlo di quella sacralità africana, dargli quella “voce” di cui scrissero Mogol e Limiti, dalle istituzioni alla politica, soprattutto dinanzi a episodi di gravità assoluta come questi. Voce, presenza.



