Dalla gestione degli alberi abbattuti nei cantieri alla lotta alle isole di calore. Il collettivo avverte: “Per Taranto si pensi ad una vera infrastruttura ecologica”
Taranto ha un problema di verde urbano secondo gli ultimi dati Istat?
“Sì, Taranto si colloca nel gruppo di coda tra i capoluoghi italiani per numero di alberi pubblici in rapporto agli abitanti, con valori molto inferiori a quelli delle città italiane più dotate sotto il profilo del capitale naturale urbano.
In una città già esposta a pressioni industriali, inquinamento atmosferico, ondate di calore e fragilità socio-sanitarie, questo non è un dato estetico o marginale, ma un indicatore sintetico di vulnerabilità economica, sanitaria e sociale: meno alberi significa minore capacità di mitigare il calore, assorbire inquinanti, ridurre i consumi energetici e proteggere le fasce più fragili durante gli eventi estremi.”
Perché gli alberi devono essere considerati una infrastruttura urbana?
“Nel linguaggio dei servizi ecosistemici, il patrimonio arboreo urbano va interpretato come una infrastruttura regolativa del benessere collettivo, capace di produrre benefici climatici, sanitari e sociali misurabili ma ancora poco contabilizzati nelle decisioni urbanistiche e infrastrutturali.
Questa lettura è particolarmente rilevante per Taranto, dove il capitale naturale non rappresenta un semplice complemento paesaggistico, ma una condizione abilitante per la salute pubblica, la resilienza climatica e la qualità della vita urbana.
Un albero urbano non è un elemento ornamentale, ma una infrastruttura vivente: ombreggia, raffresca per evapotraspirazione, assorbe acqua piovana, filtra inquinanti, sostiene biodiversità e contribuisce alla salute collettiva.”
La questione climatica riguarda solo le periferie?
“La climate poverty non va letta esclusivamente come fenomeno periferico. Nella città compatta, anche quartieri semicentrali caratterizzati da minore dotazione di verde, maggiore mineralizzazione e qualità abitativa più bassa possono presentare profili di vulnerabilità climatica elevata, soprattutto quando tali condizioni si sovrappongono a fragilità socio-economiche.
Per questo, accanto alle mappe di calore e di freschezza, sarebbe utile integrare nell’analisi indicatori socio-demografici e fiscali disaggregati per quartiere, insieme a proxy come i valori immobiliari medi al metro quadro.
L’accesso diseguale alla natura urbana non produce solo effetti climatici e sanitari, ma anche differenziali patrimoniali e redistributivi, che dovrebbero entrare a pieno titolo nella valutazione delle politiche urbane e delle priorità localizzative degli interventi pubblici.”

La depavimentazione può essere una risposta anche per Taranto?
“La depavimentazione, intesa come rimozione di asfalto e superfici impermeabili per restituire spazio al suolo vivo, all’acqua e alla vegetazione, rappresenta una delle strategie più rilevanti per contrastare le isole di calore urbane, soprattutto quando viene integrata con la piantumazione di alberi e con una più ampia visione di pianificazione bioclimatica.
Togliere asfalto non significa semplicemente “fare più verde”, ma riattivare funzioni ecosistemiche fondamentali: assorbimento dell’acqua piovana, evapotraspirazione, riduzione del calore accumulato dalle superfici minerali e diminuzione del runoff urbano.
In un contesto come Taranto, caratterizzato da forti discontinuità tra aree iper-impermeabilizzate, isole di calore urbane e quartieri socialmente fragili, questa strategia dovrebbe essere trattata come una politica climatica prioritaria e non come una misura accessoria di arredo urbano.”
Il tema degli alberi abbattuti nei cantieri, come nel caso del BRT, è un problema di valutazione?
“Dal punto di vista scientifico ed economico, piantare nuovi alberi non equivale a compensare in modo immediato la rimozione di un albero maturo.
Quando si abbatte un albero adulto si genera un vero e proprio debito ecologico: si perde istantaneamente la sua capacità di sequestrare carbonio, filtrare inquinanti, ombreggiare, raffrescare e offrire habitat, mentre un albero giovane impiegherà anni o decenni per raggiungere lo stesso livello di funzionalità.
Per questo, nei cantieri del BRT e in qualunque grande opera, parlare esclusivamente di numero di alberi abbattuti e ripiantati è fuorviante: la compensazione andrebbe valutata in termini di bilancio di servizi ecosistemici nel tempo, e non solo come conta aritmetica delle piante.”
Quanto vale un albero maturo per la collettività?
“Negli ultimi anni, modelli come i-Tree Eco e i-Tree Canopy sono stati utilizzati in molte città per stimare il valore dei servizi ecosistemici prodotti dagli alberi urbani.
Anche considerando il singolo albero, la letteratura indica che un albero maturo di grandi dimensioni può generare benefici per la collettività nell’ordine di 100-200 euro all’anno, grazie alla capacità di migliorare la qualità dell’aria, ridurre il calore, limitare i consumi energetici, gestire le acque e assorbire carbonio.
Se questi benefici vengono considerati lungo alcuni decenni, il valore complessivo può arrivare a diverse migliaia di euro per ogni albero. Una stima prudente, su un periodo di circa 30 anni, porta a un valore indicativo di 3mila/5mila euro per singolo albero maturo.”
Quindi la compensazione non può essere solo numerica?
“Esattamente. Stimare il costo sociale della rimozione di un albero significa misurare il valore dei servizi ecosistemici che la collettività perde quando quell’albero viene eliminato.”

Dal punto di vista metodologico, il procedimento può essere descritto in tre passaggi: quantificare fisicamente i servizi persi, attribuire un valore monetario a ciascun servizio e calcolare il valore dei benefici che non saranno più disponibili nel tempo.
Occorre dunque stimare quanta CO₂ quell’albero avrebbe ancora sequestrato, quanta energia elettrica avrebbe contribuito a risparmiare tramite ombreggiamento e raffrescamento, quanti inquinanti atmosferici avrebbe continuato a rimuovere e quanta acqua piovana avrebbe intercettato.
Il punto decisivo è che, quando un albero maturo viene sostituito da un giovane esemplare, la collettività non recupera subito i servizi perduti, perché il nuovo albero, nei primi anni, fornisce una quota molto più bassa di ombra, raffrescamento, filtrazione e intercettazione idrica.”
Dunque qual è il costo ambientale?
“Il debito ecologico consiste proprio in questo disallineamento temporale tra perdita immediata dei benefici e ricostituzione lenta dei servizi ecosistemici.”
Perché la perdita di un albero adulto non riguarda solo l’ombra?
“Un albero maturo non fornisce soltanto servizi climatici, atmosferici e idrologici, ma rappresenta anche un nodo ecologico che offre habitat, continuità e risorse trofiche per avifauna, insetti impollinatori e altre componenti della biodiversità urbana.
In questo senso, la perdita di un albero adulto non si traduce solo in una riduzione di ombra o sequestro di carbonio, ma anche in una contrazione della funzionalità ecologica locale e della continuità dei corridoi verdi urbani.”

E le piantumazioni compensative?
“Quando si parla di piantumazione compensativa andrebbe specificato che le nuove alberature e gli arbusti impiegati negli interventi di depavimentazione dovrebbero essere prevalentemente di specie autoctone o comunque coerenti con il contesto bioclimatico locale.
Le specie autoctone tendono infatti ad adattarsi meglio al clima, a richiedere minori input manutentivi e minori apporti irrigui, riducendo così la pressione sulla risorsa idrica, e al tempo stesso risultano più efficaci nel sostenere habitat e corridoi ecologici anche in ambito urbano.”
Cosa sono i rifugi climatici e perché possono essere importanti per una città come Taranto?
“I rifugi climatici sono spazi urbani, aree verdi ombreggiate o edifici pubblici freschi, pensati per offrire un riparo temporaneo durante le ondate di calore.
Nelle linee guida europee, il criterio fondamentale è che ogni rifugio sia raggiungibile a piedi in 10–15 minuti, proprio per contrastare direttamente la cooling poverty, cioè la povertà energetica legata al raffrescamento.
Nelle aree densamente abitate, una soluzione strategica è la riconversione dei cortili scolastici, spesso completamente cementificati, in spazi verdi e drenanti che funzionino come rifugi climatici di prossimità.
Si tratta di un modello particolarmente interessante per Taranto, dove i cortili delle scuole potrebbero diventare nodi di una rete di rifugi climatici diffusi, integrati con parchi, viali alberati e spazi pubblici ombreggiati.”
Perché l’aria condizionata non è una soluzione sufficiente? Per chi, ovvio, possa permettersela…
“Il ricorso di massa all’aria condizionata genera il cosiddetto paradosso del condizionatore: raffrescare le case significa espellere calore all’esterno, surriscaldando ulteriormente le strade e lo spazio pubblico e aumentando la domanda di energia.
Questa dinamica alimenta un’ingiustizia climatica sia sociale sia geografica, perché le fasce più deboli non possono sempre permettersi la climatizzazione artificiale e spesso vivono nei quartieri con meno vegetazione e minore disponibilità di ombra.”
Taranto ha oggi una strategia adeguata sul verde urbano?
“Il quadro resta ancora frammentario: esistono interventi e piani di settore, ma manca probabilmente un vero piano del verde e della biodiversità ancorato alla contabilizzazione dei servizi ecosistemici e pienamente integrato con pianificazione urbanistica, mobilità e salute.
La vera sfida per Taranto non è quindi solo aumentare il numero degli alberi o depavimentare alcuni spazi, ma ripensare il modello urbano affinché il suolo torni a essere una risorsa climatica e non una semplice superficie impermeabile.
Se si vuole costruire una città vivibile nei prossimi decenni, gli strumenti urbanistici devono orientarsi verso una città capace di integrare natura, geometrie urbane e materiali, cioè verso una vera città-natura adattata ai cambiamenti climatici.”
Quale strategia propone TRACCE per Taranto?
“TRACCE nasce dall’idea di assumere i servizi ecosistemici come infrastrutture regolative e criteri di pianificazione per una città post-industriale.
Nell’approccio TRACCE, le decisioni su rigenerazione urbana, bonifiche, corridoi verdi, infrastrutture di mobilità e spazi costieri non vengono valutate solo in termini edilizi o trasportistici, ma rispetto alla loro capacità di generare o distruggere servizi ecosistemici misurabili: regolazione climatica, qualità dell’aria, gestione delle acque, biodiversità, servizi culturali e salute preventiva.
L’impostazione si fonda su tre livelli integrati: una valutazione biofisica e cartografica dei servizi ecosistemici, comprese mappe di isole di calore e di isole di freschezza; una lettura bioculturale dei luoghi; e un sistema di monitoraggio civico capace di misurare nel tempo gli impatti ambientali, sociali e di governance delle scelte pubbliche.”

Come dovrebbero comportarsi le amministrazioni?
“Passare innanzitutto, da una logica di verde residuo a una logica di infrastruttura ecosistemica, definendo un Piano del Verde e della Biodiversità che stabilisca obiettivi quantitativi e qualitativi su alberi per abitante, connettività ecologica, accesso all’ombra e agli spazi freschi entro 15 minuti a piedi per ogni quartiere.
In secondo luogo, è necessario integrare depavimentazione, alberature e gestione delle acque nei grandi cantieri urbani, BRT, waterfront e rigenerazioni, con criteri vincolanti: ogni progetto dovrebbe presentare una valutazione prima e dopo l’intervento, non solo un semplice elenco degli alberi piantati.
Infine, va rafforzato il coinvolgimento della cittadinanza tramite strumenti di governance partecipata e monitoraggio civico, affinché le scelte su alberi, depavimentazione e rigenerazione degli spazi pubblici siano trasparenti, comprensibili e socialmente condivise.
Taranto, per le sue fragilità cumulative, è uno dei casi in cui questa prospettiva non è un lusso concettuale, ma una condizione minima di razionalità economica, sanitaria e territoriale.”
C’è stato finora un confronto con il sindaco Bitetti e l’assessora all’Ambiente Gravame?
“Abbiamo avuto un primo incontro con l’assessora Gravame, insieme all’assessore Patronelli, alcuni mesi fa, ma senza che ne siano seguiti sviluppi concreti. Più recentemente abbiamo incontrato due volte il sindaco, a giugno e il 4 luglio, oltre a un confronto in commissione Ambiente. Vedremo se ci sarà modo di presentare concretamente i nostri progetti. Forse abbiamo pagato il fatto di esserci esposti molto nella critica. Qualcuno probabilmente ci ha percepiti come quelli del “no”, senza cogliere invece la volontà di essere di supporto. Oppure, vedendoci “giovani”, hanno sottovalutato le nostre competenze.”



