Gli attivisti ambientalisti incalzano: “Ecco che riemergono tutti gli enormi nodi legati alla fabbrica, meno che uno: l’ottusaggine di una certa classe imprenditoriale, sindacale e politica”
Il gruppo di ambientalisti di Giustizia per Taranto scrive nella nota stampa: “Vedono l’ex Ilva come una Fenice da far risorgere dalle proprie ceneri, mentre è un cappone cotto e decotto. E’ per questo che sarebbe un errore imperdonabile considerare chiusa la partita. Il quadro attuale, infatti, fa comprendere quanto ancora ci sia bisogno di una città che spinga verso soluzioni di respiro e prospettiva.
Dopo il decreto, Jindal e Arvedi hanno acquisito ancora più determinazione nel voler rilevare la fabbrica e il primo si dice interessato anche all’area a caldo, probabilmente con l’intenzione di tenerla in vita con un forno elettrico da costruirsi fra qualche anno. Ovviamente con soldi pubblici: ha chiesto allo Stato 800 milioni di euro. Arvedi sarebbe interessata alla sola area a freddo.
Sul fronte sindacale Fim, Fiom e Uilm sembrano essersi ricompattati su posizioni tanto retrograde e fuori contesto da essere difficili da credere: chiedono la rifondazione della fabbrica con quattro forni elettrici e l’impianto DRI, passando in poche ore dall’illusione di una nazionalizzazione di stampo sovietico alla turbo industrializzazione all’americana con una visione, ancora una volta, di cortissimo raggio e senza alcun presupposto ambientale, sanitario ed economico. Un vero peccato, perché le parole del Segretario Uilm Sperti all’indomani dell’incontro di Roma avevano aperto a un’auspicabile e salvifica convergenza attorno all’interesse della città e dei lavoratori e non già della fabbrica. Non differente dalle posizioni sindacali, come sempre, il fronte industriale con Confindustria, Aigi e Federmanager che simulano interesse per l’ambiente ma implorano la continuità produttiva ad ogni costo. Addirittura Aigi mettendo in discussione la decisione della magistratura in un film che vediamo ormai da venti lunghi e tristi anni.
Dunque c’è aria di restaurazione, motivo per cui gli incontri che si avranno col Governo, a partire da quello di martedì prossimo, dovranno vedere gli enti locali quanto mai a schiena dritta nel rivendicare poche ma chiare cose: il superamento della fabbrica in favore di una legge speciale che tuteli i redditi, metta le premesse per nuove opportunità occupazionali – a partire dalle doverose bonifiche – e che rilanci finalmente Taranto. Il Sindaco in primis non sia pecora coi lupi e detti le condizioni al tavolo. Il decreto di Milano, assieme alle migliaia di pagine di studi, analisi e sentenze accumulate negli anni, gli danno oggi uno straordinario strumento in più per pretendere tutto senza alcun compromesso. Il tempo della fabbrica è finito, sia ora quello di Taranto” concludono così la nota.



