Il Piano Straordinario Nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’Ex Ilva presentato il 4 agosto dalle organizzazioni confederali Fim, Fiom e Uilm denota una profonda sottovalutazione dell’attuale realtà economica, industriale ed energetica del settore siderurgico europeo. Pubblichiamo integralmente la nota di Gladys Spiliopoulos di Tracce Aps
Al netto delle condivisibili rivendicazioni sul piano sociale — quali le necessarie misure straordinarie per i lavoratori diretti di ADI in Amministrazione Straordinaria, Ilva in Amministrazione Straordinaria e dell’indotto (riconoscimento dei lavori usuranti, benefici previdenziali per esposizione all’amianto, strumenti di accompagnamento alla pensione e tutela occupazionale) — la proposta continua a fondare la prosecuzione del ciclo produttivo sulle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata dal MASE nel 2025 e su un modello industriale la cui sostenibilità è fantascienza più che utopia.
La proposta sindacale di realizzare quattro forni elettrici ad arco (EAF) — tre a Taranto e uno a Genova — integrati da un Polo DRI (Direct Reduced Iron) localizzato a Taranto e alimentati, nella fase iniziale, da gas naturale, non presenta più una reale coerenza con il contesto macroeconomico, energetico e regolatorio europeo.
Come recentemente evidenziato dall’Ing. Mapelli, tra i massimi esperti italiani di siderurgia, la costituzione di una cordata privata in grado di sostenere tale operazione rappresenta, allo stato attuale, un’ipotesi sostanzialmente inesistente. Nessun operatore privato appare infatti disponibile ad assumersi il rischio di investimenti stimati tra 2,5 e 5,5 miliardi di euro nell’arco di quattro-cinque anni per un impianto incapace da anni di produrre una redditività strutturale.
I costi dell’energia — sia derivante dal gas naturale sia dal futuro idrogeno —, uniti ai vincoli ormai consolidati del sistema europeo ETS (Emission Trading System) e del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) – i cui parametri il Governo non è riuscito a scalfire – comprimono ulteriormente i margini industriali, confermando anche le posizioni espresse negli ultimi anni da Federacciai circa la difficile sostenibilità economica della riconversione.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: la progressiva perdita di bancabilità degli asset industriali ad alta intensità emissiva. L’evoluzione della regolazione prudenziale europea impone infatti agli intermediari finanziari di integrare sistematicamente il rischio climatico nelle politiche di concessione del credito. Il rischio climatico non rappresenta più un elemento reputazionale, ma una vera variabile finanziaria che incide sul costo del capitale, sulle garanzie richieste e sulla stessa disponibilità di finanziamenti.
Dal punto di vista tecnico-infrastrutturale, la pretesa di produrre il DRI (Direct Reduced Iron) a Taranto incontra criticità strutturali di difficile superamento. Come già emerso nelle analisi tecniche sviluppatesi fin dal 2023, la realizzazione del polo del preridotto richiederebbe l’asservimento del parco minerali, delle aree interconnecting oggi in concessione ad Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria, nonché delle principali infrastrutture portuali e industriali condivise (pontili, nastri trasportatori, impianti di produzione di ossigeno e azoto, sistemi antincendio e reti di servizio).
A tali criticità logistiche si aggiunge un elemento spesso sottovalutato. Il minerale destinato all’alimentazione degli impianti DRI richiede caratteristiche metallurgiche significativamente differenti rispetto ai minerali normalmente utilizzati negli altoforni tradizionali. Si tratta di minerali ad elevato tenore di ferro e bassissimo contenuto di impurità, non disponibili in quantità adeguate sul territorio nazionale. La conseguente necessità di importare tali cariche da Paesi extra-UE, come il Brasile, espone l’intera filiera produttiva a rilevanti criticità geopolitiche, commerciali e ambientali, oltre ai futuri requisiti di certificazione delle filiere previsti dalla normativa europea in materia di decarbonizzazione.
Accettare tale modello industriale rischia, di fatto, di riprodurre sotto una diversa veste tecnologica molte delle criticità storicamente associate al modello Italsider.
Lo stoccaggio delle materie prime nei perimetri industriali, la movimentazione portuale dei minerali — già oggetto di numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie — e la permanenza di una filiera siderurgica fortemente dipendente dall’importazione di materie prime continuerebbero infatti a determinare rilevanti pressioni ambientali sul territorio.
Nemmeno i forni elettrici ad arco (EAF) possono essere considerati impianti a impatto nullo. La letteratura scientifica internazionale evidenzia come la fusione del rottame continui a produrre emissioni di particolato ultrafine, metalli pesanti, PCB, IPA e diossine.
Particolarmente significativo risulta lo studio epidemiologico di Cappelletti et al. (2016), pubblicato sulla rivista Environmental Research, relativo agli impianti EAF del Trentino, nel quale è stato osservato un incremento statisticamente significativo dell’incidenza di tumori polmonari e patologie cardiovascolari tra gli addetti rispetto alla popolazione generale.
In un territorio già gravato da decenni di esposizione cumulativa agli inquinanti industriali, tali evidenze scientifiche impongono un approccio estremamente prudenziale nella valutazione degli impatti della futura siderurgia elettrica.
A tali criticità tecnologiche si aggiunge un ulteriore profilo, quasi del tutto assente nel dibattito pubblico, ma centrale nell’economia della transizione: quello dei lavoratori incagliati (stranded workers).
La prosecuzione di un modello produttivo progressivamente meno competitivo rischia infatti di produrre un effetto paradossale. Anziché tutelare stabilmente l’occupazione, essa tende a mantenere migliaia di lavoratori ancorati a competenze che il mercato, la regolazione europea e l’evoluzione industriale stanno progressivamente superando.
Il capitale umano rischia di perdere progressivamente trasferibilità verso le nuove filiere produttive, aumentando la vulnerabilità occupazionale proprio nel momento in cui la trasformazione industriale diventerà inevitabile. La tutela del lavoro non può quindi essere misurata esclusivamente nel numero di posti conservati nel breve periodo, ma anche nella capacità di preservare il valore futuro delle competenze dei lavoratori e di accompagnarne l’evoluzione professionale, ormai necessaria.
In questo contesto, assume pertanto, particolare interesse la Proposta di Legge Speciale per Taranto elaborata da LMO Lavoratori Metalmeccanici Organizzati – Taranto, la quale ribalta l’impostazione tradizionale della continuità produttiva a tutti i costi e fonda il processo di risanamento del territorio sui principi costituzionali inviolabili (artt. 2, 3, 4, 9, 32, 35, 38 e 41 Cost.) e sulla piena attuazione delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
La proposta introduce un cambio di paradigma, separando finalmente la tutela dei lavoratori dalla necessità di mantenere in esercizio un determinato modello industriale.
Tra gli elementi di maggiore rilievo figurano l’istituzione del Registro Nazionale dei Lavoratori del Polo Siderurgico di Taranto, certificato dal Ministero del Lavoro, INPS, INAIL e ASL, comprendente lavoratori diretti, in amministrazione straordinaria, dell’indotto, somministrati e cessati.
Particolare rilevanza assume inoltre il riconoscimento formale dell’esposizione professionale agli agenti nocivi (amianto, benzene, IPA, PCB, diossine e metalli pesanti), la qualificazione delle attività dell’area a caldo quali lavori particolarmente usuranti, il conseguente accesso a un regime speciale di prepensionamento e ai benefici previdenziali integrativi, nonché l’istituzione della Sorveglianza Sanitaria Permanente e del Fondo Straordinario Nazionale destinato al risarcimento dei danni biologici, morali ed esistenziali subiti da lavoratori e cittadini.
L’elemento maggiormente innovativo della proposta risiede tuttavia nella Clausola Occupazionale, che prevede il trasferimento diretto dei lavoratori, ai sensi dell’art. 2112 del Codice Civile, verso le attività del Piano Straordinario di Bonifica del Sito di Interesse Nazionale, trasformando la bonifica ambientale da costo pubblico a vera politica industriale e occupazionale.
Sotto il profilo economico, tale impostazione appare coerente con un principio troppo spesso assente nel dibattito sull’ex ILVA: quello del costo opportunità.
Ogni euro destinato al mantenimento di un asset industriale caratterizzato da crescente fragilità economica, finanziaria e climatica rappresenta infatti un euro sottratto a investimenti alternativi in bonifiche, rigenerazione urbana, innovazione tecnologica, prevenzione sanitaria, infrastrutture ambientali e nuove filiere produttive. La scelta pubblica non può essere valutata esclusivamente in funzione della continuità produttiva, ma deve confrontarsi con il valore economico, occupazionale e sociale delle alternative sacrificate.
Si tratta di una dinamica ben nota nella letteratura economica come fallacia dei costi irrecuperabili (sunk cost fallacy). La vera alternativa non è tra continuità produttiva e perdita dell’occupazione. La vera alternativa è tra due differenti modelli di utilizzo del capitale pubblico.
Da un lato, il prolungamento di un paradigma industriale caratterizzato da crescenti costi climatici, sanitari e finanziari; dall’altro, la riallocazione delle medesime risorse verso la bonifica integrale del territorio, la rigenerazione ecologica e la costruzione di nuove filiere economiche in grado di generare occupazione stabile senza riprodurre le esternalità negative.
Ritardare la transizione non elimina i costi economici e sociali: li trasferisce nel tempo, aggravandoli.



