L’ associazione: “Ubriacatura collettiva di fronte alla chiusura dell’ area a caldo”
Pubblichiamo per intero la nota
C’è un’immagine che da giorni torna alla mente di chi, come AIGI, vive ogni ora la crisi del siderurgico tarantino: quella dell’orchestra del Titanic che continuava a suonare mentre lo scafo si inabissava. Le note, allegre e rassicuranti, coprivano il rumore dell’acqua che saliva. Nessuno voleva ammettere che la nave stava affondando davvero.
È esattamente ciò che sta accadendo a Taranto. Dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che dispone lo stop dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva, la città intera sembra avvolta da un torpore collettivo, da un’ubriacatura che coinvolge cittadini, forze politiche e istituzioni, dal governo nazionale fino alle articolazioni locali. Si moltiplicano tavoli, dichiarazioni, prese di posizione. Si naviga a vista tra sciopero, tavolo tecnico al Mimit ed exit strategy annunciate. Ma la sostanza resta immobile: nessuno assume fino in fondo la responsabilità di una decisione che riguarda il destino di migliaia di famiglie e di un intero territorio.
Lo scaricabarile invece della responsabilità
Le varie amministrazioni, ciascuna per la propria parte, sembrano impegnate più a scaricare le colpe sull’anello precedente della catena che a costruire una soluzione. Il governo rimanda ai giudici, i giudici richiamano anni di inadempienze datate al 2012, la politica locale si divide al proprio interno invece di parlare con una voce sola. Nel frattempo, l’indotto – le imprese vere, quelle che pagano gli stipendi e portano avanti le commesse – è già entrato nello stato di agitazione e ha avviato le procedure che porteranno ai licenziamenti collettivi, prima per gli addetti dell’area a caldo, poi per quelli dell’area a freddo.
AIGI lo ha detto con chiarezza al tavolo permanente costituito insieme a Confindustria, Confapi, Confartigianato e Federmanager: serve un decreto urgente che scongiuri il disastro socio-economico. Ma un decreto, da solo, non basta se non è accompagnato da una visione. E la visione, oggi, manca.
L’occasione persa di coniugare salute e lavoro
Il punto più amaro è proprio questo: per la prima volta in decenni, Taranto aveva davanti a sé la possibilità concreta di tenere insieme due diritti che per troppo tempo sono stati messi in contrapposizione – la salute dei cittadini e il lavoro. Non l’uno contro l’altro, ma l’uno accanto all’altro, attraverso una transizione industriale seria, finanziata, accompagnata da ammortizzatori sociali all’altezza e da un piano credibile di decarbonizzazione. Quell’occasione, tra rinvii, promesse mancate e un percorso di riconversione mai davvero avviato con i tempi necessari, è stata bruciata. E ora la si paga tutta insieme, nel modo più traumatico: con una sentenza che impone in poche settimane ciò che si sarebbe dovuto pianificare in anni.
Dopo i Giochi, la realtà
C’è un ultimo elemento di questa ubriacatura collettiva che AIGI non può tacere. In queste settimane la città è proiettata verso i Giochi del Mediterraneo, un evento importante, che porta visibilità e che vede peraltro le imprese del nostro indotto tra le protagoniste silenziose delle infrastrutture consegnate a regola d’arte. Ma i riflettori dei Giochi rischiano di funzionare come un’ulteriore anestesia collettiva, un diversivo che allontana lo sguardo dal problema reale. Quando l’entusiasmo si spegnerà, quando le bandiere saranno riposte, Taranto si risveglierà da questo sogno collettivo e dovrà fare i conti, senza più alibi, con una realtà durissima: fabbriche ferme, lavoratori senza stipendio, un indotto allo stremo.
AIGI chiede oggi, con la massima urgenza, che si smetta di suonare mentre la nave affonda. Serve una assunzione di responsabilità piena e condivisa, un piano industriale credibile per la decarbonizzazione, tutele reali per i lavoratori dell’indotto e delle imprese, e una politica locale capace di parlare con una voce sola all’interno di un confronto nazionale che non può più permettersi ritardi. Il tempo delle geometrie e dei distinguo è finito. È il tempo delle scelte.



