Federacciai ha presentato, per conto di 14 società siderurgiche italiane, una manifestazione di interesse preliminare per l’ex Ilva, con l’ipotesi di costituire una newco per rilevare gli stabilimenti del gruppo in amministrazione straordinaria. Un progetto ancora non vincolante, subordinato alla verifica delle condizioni industriali, economiche e finanziarie dell’operazione. Pubblichiamo integralmente la nota di Gladys Spiliopoulos di Tracce Aps
Nel luglio del 2025 Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e AD di Duferco, evidenziava con scetticismo le criticità della transizione siderurgica italiana. Il nodo centrale non risiedeva nella disponibilità tecnologica, bensì nella sostenibilità economico-finanziaria del modello: costi energetici superiori alla media europea, vincoli nell’approvvigionamento delle materie prime, necessità di ingenti investimenti in conto capitale e una pressione competitiva globale sempre più serrata. A un anno di distanza, lo stesso Gozzi è al vertice di una cordata di quattordici imprese italiane interessate ad alcuni asset dell’ex Ilva.
Ciò che a prima vista potrebbe apparire come una smentita delle sue tesi trova invece piena coerenza se analizzato alla luce dello studio PwC (2026) sulla competitività della siderurgia continentale – di cui avevo parlato precedentemente. Il report evidenzia la progressiva perdita di competitività della produzione primaria (upstream) in Europa, penalizzata dal differenziale nei costi energetici e dai crescenti costi della transizione. Al contrario, il vantaggio competitivo europeo tende a consolidarsi nei segmenti downstream: lavorazioni a maggior valore aggiunto, metallurgia secondaria e acciai ad alte prestazioni.
È in questa precisa cornice strategica che si colloca l’operazione Gozzi. L’interesse della cordata non riguarda infatti il rilancio dell’intero ciclo integrato a caldo di Taranto, ma si concentra sugli impianti di laminazione, zincatura e trasformazione. Si tratta dei segmenti della catena del valore che continuano a presentare profili di redditività e condizioni di mercato relativamente più favorevoli.
Le dichiarazioni del 2025, le evidenze PwC e il perimetro dell’offerta convergono dunque verso un’unica matrice interpretativa: la crescente difficoltà economica della produzione primaria di acciaio nel contesto europeo.
Risulta perciò debole e fuorviante la narrazione del “salvataggio dell’ex Ilva” veicolata da una parte della stampa mainstream. Una narrazione che questo contributo prova a ricondurre entro il perimetro delle evidenze economiche disponibili. Non per sostenere una posizione ideologica, ma perché la qualità delle decisioni collettive dipende dalla qualità delle informazioni su cui si fondano. Cittadini e lavoratori hanno il diritto di distinguere tra ciò che viene effettivamente proposto e ciò che viene invece raccontato.
Garantire un reale futuro a Taranto richiederebbe la risoluzione sistemica dei suoi nodi storici: sostenibilità ambientale, bonifica dei siti contaminati, gestione delle passività ambientali, transizione occupazionale e costruzione di una struttura economica diversificata e libera da servitù.
Ciononostante, nessuno di questi elementi sembra costituire il nucleo dell’operazione oggi in discussione. Ciò a cui si assiste appare piuttosto come un’operazione di cherry-picking: il mercato individua e assorbe gli asset ancora profittevoli, lasciando sostanzialmente irrisolti gli oneri e le criticità strutturali che hanno caratterizzato la vicenda ex Ilva.
Da questa prospettiva, la cordata non rappresenta la soluzione del dossier ex Ilva, bensì la presa d’atto della ridefinizione della siderurgia europea, nella quale i private actor tendono a concentrare capitale e rischio industriale esclusivamente nelle fasi della filiera caratterizzate da maggiore marginalità.
Il rischio è quindi quello di sovrapporre due piani analitici profondamente distinti. Da un lato vi è la salvaguardia di specifici asset manifatturieri considerati strategici e redditizi per l’iniziativa privata; dall’altro vi è la soluzione della questione ex Ilva, intesa come risanamento ambientale, gestione delle passività, riconversione occupazionale e tutela degli interessi di lungo periodo del territorio.
Le bonifiche, la gestione delle passività ambientali, il destino dell’area a caldo, la riqualificazione della forza lavoro e la diversificazione della base economica locale non trovano infatti una risposta automatica nella sola acquisizione degli impianti downstream. Si tratta di questioni che continuano a esistere indipendentemente dall’appetibilità industriale dei singoli asset.
Per questa ragione il termine “salvataggio” rischia di risultare improprio. Gli elementi oggi disponibili sembrano descrivere non il superamento della questione ex Ilva, ma la selezione delle componenti della filiera considerate ancora economicamente sostenibili.
Paradossalmente, più si analizzano le dichiarazioni di Gozzi, le conclusioni dello studio PwC e la struttura stessa della cordata, più emerge una considerazione difficilmente contestabile: esiste una strategia per gli asset che possono ancora generare valore economico, ma non una strategia altrettanto definita per le questioni che hanno reso l’ex Ilva uno dei più complessi casi industriali europei.
È per questo che la rappresentazione dell’iniziativa come «salvataggio di Taranto» appare economicamente discutibile. Ciò che sembra prendere forma è piuttosto un processo di messa in sicurezza di una parte della filiera siderurgica nazionale, mentre restano aperte le questioni che incidono direttamente sul futuro della città.
Sono due obiettivi diversi. Confonderli rischia di trasformare una strategia industriale selettiva in una soluzione complessiva che, allo stato attuale, non solo non esiste ma non viene affrontato dallo Stato.



