di Rosa Elenia Stravato
Dietro a una pagina stampata, l’identità ed i valori saldi di un mestiere che differisce dal semplice “mettere assieme parole”
Che cosa definisce un editore? Di cosa si occupa esattamente? Nella nostra mutevole complessità quando si è davvero difronte ad una casa editrice non improvvisata? Partiamo da un concetto necessario: l’editore non è uno stampatore, né un anonimo ingranaggio dell’industria culturale; è un architetto del pensiero, un custode della parola e un artigiano della civiltà. In un’epoca in cui la pubblicazione è diventata un atto immediato e spesso incontrollato, la figura dell’editore di spessore riafferma il suo valore più alto e insostituibile: quello di selezionare il rumore di fondo della storia per trasformarlo in voce, di dare forma e rigore alla sostanza delle idee e di assumersi la responsabilità etica di ciò che viene consegnato alla memoria collettiva.
Stampare libri, per chi intende questo mestiere come una vera e propria missione civile, significa tracciare solchi nel dibattito pubblico, costruire ponti tra culture e offrire alle comunità gli strumenti critici per comprendere il presente e immaginare il futuro. Non è un caso che la storia della cultura italiana del secondo Novecento trovi uno dei suoi snodi più originali e fecondi lontano dai tradizionali centri di produzione dell’industria libraria settentrionale. Fondata a Manduria nel 1947, la casa editrice di Piero Lacaita ha rappresentato un’esperienza etico-politica ed editoriale irripetibile, tratteggiando il ritratto a tutto tondo di un uomo di cultura che ha attraversato la storia del Secolo Breve facendo del libro un presidio di democrazia, un’arma di riscatto e un ponte di dialogo tra il Mezzogiorno, l’Italia e l’Europa. La figura di Lacaita incarna una sintesi rara e preziosa tra ascendenze familiari, vocazione culturale, rigore intellettuale e coraggio imprenditoriale. Intriso di un socialismo umanitario e laico, alieno dai dogmatismi di partito e guidato da una vera e propria vocazione mentale prima ancora che da una fede politica, Lacaita concepiva il lavoro editoriale nell’accezione più alta e militante del termine: un’attività di discussione, di lotta, di riformismo e di aperto dibattito, destinata a dare voce a quell’Italia radicale e a quelle minoranze critiche capaci di rinnovare il tessuto morale del Paese.
L’ispirazione ideale dell’editore salentino affonda le sue radici nella lezione etico-politica di Piero Gobetti, figura che Lacaita ammirava incondizionatamente e di cui condivideva la incrollabile fiducia nel potere trasformativo della pagina stampata. Come l’intellettuale torinese, Lacaita ha vissuto il mestiere dell’editoria non come una sterile attività commerciale, ma come l’incarnazione tangibile di un intero movimento di idee. Il libro e il giornale diventavano così, secondo una suggestione di matrice hegeliana cara all’editore, vere e proprie preghiere laiche: strumenti pedagogici indispensabili per radicare la formazione della società nella storia, per infondere rigore alla vita municipale, al vivere civile e persino alla sensibilità religiosa.
L’intento profondo di Lacaita è stato costantemente quello di spezzare la cerchia del provincialismo e di abbattere ogni complesso di subalternità culturale del Sud nei confronti del Nord.
La sua viva passione meridionalistica non si è mai ripiegata in un sterile folklore locale, ma si è espressa nella volontà di ristabilire un fecondo equilibrio tra le forze intellettuali del Paese all’interno di una visione politica di respiro rigorosamente nazionale e internazionale. In questa prospettiva, la vicenda biografica dell’editore è venuta a coincidere inestricabilmente con quella della sua Casa editrice, trasformata nel tempo in un crocevia d’eccezione per i protagonisti del dibattito civile e filosofico dell’epoca. Lungo questo cammino si inseriscono gli incontri e i sodalizi con alcune delle personalità più illustri della cultura laica e progressista: da Benedetto Croce a Gaetano Salvemini, da Tommaso Fiore a Luigi Russo, passando per Norberto Bobbio, Lelio Basso, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Arturo Carlo Jemolo, Sandro Pertini e Giovanni Spadolini. Accanto alla pubblicistica di sferzante impegno civile, la Casa editrice ha affiancato saggi e studi di cultura moderna e contemporanea, dando vita a collane di grande rilievo saggistico e letterario nei campi della filosofia, della storia, dell’arte, dell’etnologia e della sociologia.
Con il trascorrere dei decenni, la linea culturale tracciata da Lacaita — originariamente mossa da una spinta al riscatto del Meridione — ha saputo precorrere i tempi aprendosi con intuizione profetica alle nuove dinamiche geopolitiche. Il problema del Sud è stato così ricompreso, da un lato, nel bacino culturale ed economico del Mediterraneo e, dall’altro, nel processo di costruzione della dimensione politica europea. Coerentemente con questi principi e in concomitanza con le prime elezioni del Parlamento europeo, l’editore di Manduria ha dato vita a una storica collana europeista, accogliendo tra i suoi autori Altiero Spinelli, il fondatore del federalismo europeo.
Questo instancabile lavoro, condotto sul territorio d’origine con eroica coerenza e profonda tenacia, è stato affiancato da continue collaborazioni con i più prestigiosi complessi culturali italiani, quali il Centro Studi Piero Gobetti di Torino, la Fondazione di Studi storici Filippo Turati e l’Associazione Nazionale Sandro Pertini di Firenze, il Centro Studi Danilo Dolci di Partinico, il Centro Studi Giustino Fortunato di Rionero in Vulture, l’A.N.I.M.I. di Roma e vari istituti universitari. Un impegno premiato nel corso degli anni da numerosi e prestigiosi riconoscimenti, tra i quali spiccano il Premio Guido Mazzali a Milano nel 1962, la laurea Honoris Causa in Materie Letterarie conferitagli dall’Università degli Studi di Lecce nel 1992, il Premio Guido Dorso nel 2004 e, nello stesso anno, la concessione motu proprio da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi dell’alta onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Ripercorrere oggi l’itinerario umano e professionale di Piero Lacaita non risponde a una semplice esigenza di memoria storica, ma offre l’occasione per una meditazione urgente sulla funzione dell’editoria di spessore nel tempo presente. Nel panorama contemporaneo, dominato dall’ipertrofia dell’informazione e dall’esplosione dello smodato self-publishing — una pratica che troppo spesso prescinde da un severo vaglio critico, sacrificando la cura formale, il rigore filologico e la densità dei contenuti sull’altare della rapidità di consumo — la lezione di Lacaita risuona con straordinaria forza etica. L’editoria militante e di progetto ci ricorda che pubblicare un testo non equivale alla mera immissione sul mercato di un prodotto digitale o cartaceo, ma rappresenta un insostituibile atto di mediazione culturale e di responsabilità civile. Il lavoro dell’editore autentico consiste nel vaglio critico, nella disciplina dell’editing, nella ricerca della forma adeguata alla sostanza del pensiero e, soprattutto, nella costruzione di una visione del mondo capace di stimolare il dibattito pubblico.
In un’epoca in cui la pubblicazione incontrollata rischia di smarrire il senso stesso della cultura in un rumore di fondo privo di filtro e di gerarchie di valore, la storia di Piero Lacaita testimonia come il libro, se pensato e curato con rigore, rimanga ancora lo strumento più alto per restituire tensione morale alla società e per innalzare la coscienza civile di un Paese.


