Intervista a Biagio Marzo, già presidente della Commissione Bicamerale per le Partecipazioni Statali. E storico esponente del PSI. “Sul siderurgico, l’approccio di Bitetti ricorda quello di certi geometri del catasto. Decaro, invece, è schiavo della logica del rimorchio. I primi a parlare di ‘legge speciale per Taranto’ fummo noi socialisti negli anni ’80 del secolo scorso”
Onorevole Marzo, lei ha definito l’Ilva di Taranto un moderno Leviatano.
“Si, il mostro marino secondo la Bibbia. Il mostro di acciaio, invece, per i tarantini”.
Il Leviatano è anche lo Stato-Mostro nel racconto del filosofo inglese, Thomas Hobbes.
“E’ vero, ma più che un mostro lo Stato è un gigante con i piedi di argilla. Apparentemente forte, in realtà debolissimo. Senza idee. Senza risorse finanziarie. In balia degli eventi. Taranto è la dimostrazione plastica di questo schema che non prevede sbocchi, vie d’uscita”.
L’area a caldo chiude, si spegne. Sull’Ilva scorrono i titoli di coda.
“Si tratta di una sconfitta. Per tutti. Per i lavoratori. Per gli ambientalisti. Per la manifattura italiana. Difficile poter effettuare le bonifiche con una fabbrica dismessa”.
Difficile anche poter produrre se si viola la legge. Se la salute è un dettaglio. Se l’ambiente è un intralcio. Se la vita, alla fine, conta meno del profitto.
“Tutto vero; tutto giusto. Ma tenere assieme i diritti non è mica un’eresia. La soluzione industriale per Taranto passa dalla costruzione di due forni elettrici e dall’impianto di preridotto, il DRI, per ricostruire una filiera capace di produrre acciaio e bramme. Farlo con tecnologie decarbonizzate”.
Dovrebbe farsene carico lo Stato. Impegnare risorse per un valore pari a cinque miliardi di euro. Dove li trova tutti questi soldi?
“Il problema è proprio questo, mancano i quattrini. E, ripeto, mancano le idee. Un’idea compiuta di politica industriale. La gestione del ministro Urso è stata un fallimento. Deve ringraziare i commissari Ilva che, in diverse circostanze, hanno supplito all’inconcludenza di questa destra di governo”.
La destra è stata inconcludente; la sinistra risulta assente, non pervenuta, su Taranto. Siamo al bipolarismo dei disastri annunciati, non crede?
“Siamo dinanzi ad una politica debole, modesta a voler essere buoni. Situazioni eccezionali come quelle che viviamo oggigiorno, come il caso Taranto c’insegna, necessiterebbero di ben altro personale pubblico. Competente. Attento. Giudizioso. La destra non ha cultura di governo; la sinistra non regali più sogni. Tutti i problemi, per costoro, ruotano su chi debba essere il candidato premier alle prossime elezioni. Che desolazione!”.
Come giudica l’operato del sindaco di Taranto e del presidente della Regione? Stanno facendo quanto è nelle loro possibilità sul ‘fine vita’ dell’Ilva?
“In questa vertenza a mancare sono proprio gli enti locali. Bitetti ha un approccio sulla questione neanche fosse un geometra del catasto, con tutto il rispetto per i geometri del catasto. Non dice niente: in principio, così come alla fine. Fa l’industrialista i giorni pari, l’ambientalista in quelli dispari. Un papocchio gigantesco. Decaro è vittima, invece, della logica del rimorchio”.
La logica del rimorchio?
Si, fateci caso. Lui non propone. Non indirizza. Non governa la scena. Si mette in scia alle decisioni di altri. E’ un’ottima spalla, un coprotagonista impeccabile. Mi ricorda Mario Castellani nei film di Totò”.
In molti auspicano una “legge speciale” per Taranto. Non si capisce bene in cosa possa consistere, ma evocarla è cool. Fa scena.
“La legge speciale per Taranto fu un’intuizione dei socialisti nei primi anni ’80 del secolo scorso. Prevedeva un disegno strategico in grado di sganciare gradualmente, la città pugliese, dai destini delle monoculture produttive. Era un piano articolato d’interventi e suggestioni. Non se ne fece niente perché i partiti della conservazione, la Dc e Il Pci, si opposero. Quella attuale non sa di niente. E’ più pan bagnato che zuppa”.


