La domanda, allora, non è se il Taranto abbia le risorse per competere. Quelle ci sono. La domanda è un’altra: quando finiranno gli esperimenti e comincerà finalmente il campionato del Taranto? Perché allo Iacovone il pubblico è già pronto. E da quelle parti, dopo settanta calciatori, tre direttori sportivi e quattro allenatori, forse è arrivato il momento di trovare finalmente la formula giusta
Eccellenza pugliese, il campionato delle sorprese, e a Taranto il laboratorio è ancora aperto. Sette giornate sono bastate per rimettere in discussione pronostici, gerarchie e certezze. Avevamo indicato Taranto, Canosa e Squinzano tra le principali candidate al successo finale, con il Trani possibile sorpresa. Oggi il campionato ci invita a rivedere qualcosa. Non per rinnegare le previsioni, ma perché il campo, come spesso accade, ha deciso di non leggere il copione.
Non c’è una squadra imbattuta. Cinque formazioni sono racchiuse in appena tre punti e persino il Taranto, con tutta la sua ambizione, se il campionato finisse oggi sarebbe sesto, fuori dalla zona playoff. Certo, pesa quella penalizzazione di due punti. Il problema rossoblù è però più profondo e riguarda la costruzione di una squadra che, a quanto pare, è ancora alla ricerca della propria identità.
Intanto, lassù, meritano rispetto tutte. Lo Squinzano, neopromosso dalla Promozione, ha mostrato di avere un progetto societario solido, una rosa di qualità e un direttore sportivo, Massimo Vadacca, che ha lavorato con oculatezza. Per qualità individuali, i bianconeri hanno probabilmente poco da invidiare a chiunque. Eppure, nell’ultimo turno, sono caduti contro un Taurisano che non si è lasciato incantare dalle belle giocate avversarie. Lo Squinzano si specchiava nella propria qualità, il Taurisano badava alla sostanza. E mentre gli uni ammiravano il proprio riflesso, gli altri colpivano due volte.
Il calcio, del resto, non assegna punti per l’eleganza del palleggio. Il Taurisano, dopo aver incassato cinque gol alla prima giornata contro il Canosa, ha saputo risalire la classifica con pazienza, concretezza e una difesa tra le meno perforate. Segna poco, ma concede altrettanto. Una squadra che non fa rumore, ma che rischia di diventare un cliente scomodissimo per tutti. La domanda è legittima: i granata riusciranno a tenere il passo anche nel girone di ritorno? Per ora, sarebbe imprudente considerarli una comparsa.
Il Canosa, invece, è oggi la sorpresa in negativo. Sulla carta aveva tutto per recitare da protagonista assoluto: gioco, compattezza, qualità e un allenatore come Pasquale De Candia, che per conoscenza della categoria ed esperienza rappresenta una garanzia. Eppure, dopo aver rifilato una tripletta al Taranto, è inciampato contro il Racale. Una prestazione deludente, quella di Di Piazza e compagni, che ridimensiona almeno momentaneamente le ambizioni rossoblù. Il campionato è lungo, ma il blasone e i pronostici non vincono le partite.
L’Ostuni di Andrea Solidoro, tarantino doc, merita attenzione. Ha già battuto il Canosa e dimostrato di poter complicare la vita alle migliori. Pensare oggi che possa inserirsi stabilmente nella corsa al primo posto forse è prematuro; immaginarlo nella lotta per i playoff, invece, è tutt’altro che azzardato. È una squadra scorbutica, capace di rendere difficile la domenica a chiunque.
E poi c’è il Trani, la sorpresa più bella. Una piazza dalla storia importante, che dopo anni bui ha ritrovato voglia, entusiasmo e ambizione. Il merito è anche di Fabio Moscelli, uno che la determinazione non deve farsela insegnare da nessuno. Da calciatore sapeva cosa significasse lottare; da allenatore sembra aver trasmesso alla squadra la stessa mentalità. Persino Loiodice, che a Taranto qualcuno aveva già archiviato, ha ritrovato nuova vita sotto la sua guida. Il Trani non è soltanto una bella storia: è un avversario vero, da rispettare e da temere.
E arriviamo al Taranto. La seconda città della Puglia, una proprietà economicamente ambiziosa, un progetto che punta dichiaratamente in alto e una tifoseria che non ha bisogno di presentazioni. Sulla carta, gli ingredienti per dominare la categoria ci sarebbero tutti. Nella pratica, qualcosa continua a non funzionare.
In sedici mesi, oltre settanta calciatori tesserati, tre direttori sportivi e quattro allenatori. Più che una squadra, una stazione ferroviaria: c’è sempre qualcuno che arriva, qualcuno che parte e qualcuno che, dopo essere sembrato indispensabile la domenica precedente, finisce in tribuna quella successiva. Il tutto mentre la formazione cambia continuamente e il progetto sembra sottoposto a una revisione permanente.
Benvenuti nel laboratorio Taranto. Qui si sperimenta di tutto: moduli, interpreti, gerarchie e, quando serve, persino nuove idee su ciò che non andava nella formazione precedente. Il problema è che nel calcio, prima o poi, bisogna smettere di provare e cominciare a costruire. Perché una squadra non è un mobile da montare e smontare ogni settimana seguendo le istruzioni di giornata. E neppure un puzzle nel quale, appena manca un pezzo, si decide di ricominciare da capo.
I Ladisa non hanno lesinato sulle spese. Sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Ma il calcio ha una sua contabilità particolare: non sempre a una maggiore spesa corrisponde un risultato migliore. Il denaro acquista giocatori, non automaticamente equilibrio, sintonia e continuità. Queste ultime richiedono tempo, competenza e, soprattutto, la capacità di resistere alla tentazione di cambiare tutto alla prima difficoltà.
A Taranto, invece, la tentazione sembra irresistibile. Una sconfitta apre crepe, una vittoria le richiude provvisoriamente, una nuova partita rimette tutto in discussione. Il passo falso di Canosa aveva riacceso gli interrogativi; il successo contro l’Ugento, squadra con un potenziale offensivo apparso assai limitato, ha contribuito a rasserenare l’ambiente. Poi, contemporaneamente, sono arrivate le sconfitte dello Squinzano e del Canosa, con la possibilità di accorciare sulla vetta. E i proprietari, contrariamente a quanto minacciato, erano sugli spalti.
Forse anche loro hanno capito che il laboratorio, per quanto interessante, non può diventare la destinazione finale. A un certo punto bisogna chiudere le porte, scegliere gli uomini, concedere fiducia e permettere a una squadra di diventare tale. Altrimenti ogni domenica sarà un nuovo esperimento e ogni risultato una sentenza provvisoria.
C’è però una certezza che a Taranto non ha bisogno di esperimenti: il pubblico. Settemila tifosi allo Iacovone, in Eccellenza, sono un patrimonio straordinario. Una partecipazione che farebbe invidia a tante piazze di categorie superiori. La spinta che scende dagli spalti è impressionante, la passione non conosce retrocessioni e la fedeltà rossoblù resiste anche alle stagioni più complicate. I tifosi, la loro partita, la vincono sempre. Ora sarebbe bello che la squadra cominciasse a fare altrettanto con la propria.
Il Taranto è sesto, ma ha ancora tempo e mezzi per risalire. La penalizzazione pesa, il campionato è equilibrato e nessuno, al momento, può sentirsi padrone della vetta. Proprio per questo, però, non c’è bisogno di un altro rivoluzionario esperimento. C’è bisogno di una squadra riconoscibile, di scelte coerenti e di una proprietà capace di accompagnare il progetto senza farsi trascinare dall’impazienza.
Perché il campionato è ancora tutto da giocare. Lo Squinzano ha qualità, il Canosa deve ritrovare certezze, Taurisano e Ostuni hanno dimostrato di poter sorprendere, il Trani ha entusiasmo e personalità. Tutti meritano rispetto e nessuno può essere liquidato con leggerezza.
La domanda, allora, non è se il Taranto abbia le risorse per competere. Quelle ci sono. La domanda è un’altra: quando finiranno gli esperimenti e comincerà finalmente il campionato del Taranto? Perché allo Iacovone il pubblico è già pronto. E da quelle parti, dopo settanta calciatori, tre direttori sportivi e quattro allenatori, forse è arrivato il momento di trovare finalmente la formula giusta.
Anche perché, se il laboratorio resterà aperto ancora a lungo, il rischio è che a fine stagione si scopra una verità tanto semplice quanto scomoda: mentre a Taranto si cercava la squadra perfetta, le altre avranno continuato a giocare.


