di Rosa Elenia Stravato
Tra i boschi di Statte sopravvivono i dolmen del Nord Tarantino, solenni monumenti megalitici di quattromila anni fa carichi di fascino, mistero e memoria archeologica dell’Età del Bronzo
Nascosti tra la vegetazione lussureggiante e i pini aromatici che coronano il territorio di Statte, a due passi dalle sue scoscese gravine, riposano guardiani millenari che il tempo non è riuscito a scalfire. Sono i dolmen del Nord Tarantino, imponenti architetture megalitiche risalenti alla Media Età del Bronzo, edificate nel corso del secondo millennio avanti Cristo. Il termine stesso affonda le sue radici nell’antica lingua bretone, dall’unione delle parole tol, ovvero tavola, e men, pietra. Queste magnifiche strutture di pietra, diffuse in una vasta area dell’Europa centro-occidentale, proiettano la Puglia in una posizione di assoluto rilievo nel panorama archeologico continentale, permettendole di contendere a regioni celebri come la Bretagna, la Scozia e la Sardegna il primato per concentrazione di siti primevi. Insieme ai menhir, le pietre lunghe infisse verticalmente nel terreno, i dolmen pugliesi si concentrano principalmente in tre snodi geografici ben definiti: la fascia costiera barese, il Salento e il territorio tarantino.
Tra gli esemplari più maestosi e ricchi di suggestione spicca il cosiddetto Dolmen di San Giovanni della Masseria, ubicato nei pressi della storica masseria Leucaspide, all’interno del giovane comune di Statte. Per trovarlo occorre addentrarsi lungo le strade interne che collegano Massafra a Taranto, superare la masseria Accetta Grande e imboccare sentieri dove la verzura selvaggia tende a soffocare le indicazioni. L’esplorazione richiede spesso la presenza di una guida esperta a causa del tragitto disarmonico e dell’erba alta, ma l’arrivo alla radura regala un’emozione profonda. Il monumento, secondo per importanza regionale soltanto a quello di Bisceglie, si mostra in tutto il suo granitico e tetragono splendore. Portato alla luce nel 1884 dal professor Luigi Viola, salì all’onore delle cronache internazionali nel 1887 grazie alla celebre viaggiatrice e scrittrice inglese Janet Ross, che visitando il sito rinvenne tra le pietre persino una mascella umana. Dal punto di vista strutturale, il Dolmen di San Giovanni si erge con un grande lastrone orizzontale di copertura, lungo circa tre metri e largo due, che poggia su due monoliti verticali da un lato e su un singolo blocco dall’altro, mentre il lato opposto all’imboccatura risulta parzialmente occluso da una massa rocciosa. L’ingresso, rivolto a est verso il sole nascente, era preceduto da un corridoio delimitato da selci di dimensioni minori. Sebbene il sito recchi i segni incancellabili del tempo e delle spoliazioni perpetrate da incivili — come la scomparsa dei lastroni che componevano l’antico pavimento della camera funeraria — conserva intatta la sua sacralità.
La storiografia concorda nel ritenere che questi complessi servissero primariamente come camere di sepoltura collettiva. Tuttavia, la presenza di scanalature incise sui massi, ideali per il deflusso di liquidi, lascia aperto il fascino dell’ipotesi che la pietra superiore potesse fungere anche da altare per sacrifici e riti legati al culto dei defunti. Ad appena tre chilometri di distanza, adagiato quasi sul bordo occidentale della Gravina di Leucaspide e immerso nell’ombra di una rigogliosa pineta, sorge il secondo grande testimone neolitico della zona: il Dolmen di Accettulla. Scoperto nel 1909 dall’archeologo Angelo Mosso al di sotto di un tumulo protettivo di terriccio e pietre, questo monumento presenta sostanziali differenze rispetto al primo.
La sua tipologia architettonica è a cella unica con lastrone di copertura di forma quadrata — poggiato in parte direttamente al suolo e in parte su tre lastroni interrati — e non presenta il corridoio d’ingresso. Tale conformazione lo riallaccia direttamente alla tradizione dolmenica tipica del Leccese, distinguendolo dalle strutture con dromos proprie della Puglia centrale. Le campagne di scavo condotte negli anni Ottanta del secolo scorso hanno confermato la rilevanza archeologica del sito di Accettulla, svelando resti antropici e importanti reperti ceramici della Media Età del Bronzo, tra cui un bicchiere e una tazza a pareti convesse. Ognuno di questi reperti contribuisce a ricostruire la vita quotidiana e la sfera spirituale delle comunità che quattromila anni fa abitavano questo lembo di terra ionica. Nel silenzio incantato del sottobosco, al cospetto di questi colossi muti che hanno attraversato i millenni, la mente compie un salto inevitabile all’indietro nel tempo, permettendo al rumore frenetico del presente di ammutolirsi per lasciare spazio alla meraviglia della storia. (Crediti foto Tripadvisor)


