Di Rosa Elenia Stravato
Viaggio tra le dimore storiche dell’antica capitale ionica, custodi di potere, memorie aristocratiche ed eleganza architettonica
Taranto non è soltanto la città dei due mari, ma un autentico scrigno d’arte e di stratificazioni storiche il cui cuore pulsante risiede nell’isola della Città Vecchia. Passeggiare tra i suoi vicoli significa addentrarsi in un labirinto di pietra dove ogni scorcio e ogni facciata raccontano secoli di grandezza spirituale, economica e nobiliare.
Il patrimonio artistico tarantino – e in particolare la straordinaria fioritura di edilizia residenziale sorge tra il Cinque e il Settecento – rappresenta una testimonianza tangibile dell’identità culturale del territorio. I palazzi aristocratici non erano semplici dimore private: costituivano veri e propri palcoscenici del potere, espressioni visive del prestigio sociale e luoghi in cui la maestria artigianale incontrava le influenze stilistiche campane e salentine, dando vita a un barocco elegante e singolare. Custodire e riscoprire questo patrimonio significa restituire voce alle vicende umane, politiche e artistiche che hanno plasmato l’anima della comunità ionica.
Tra le maglie dell’antico tessuto urbano spicca Palazzo D’Aquino, edificato sul finire del XVI secolo. L’immobile vanta un valore simbolico inestimabile per la storia letteraria della città, poiché tra le sue mura vide la luce, nel 1665, il celebre poeta tarantino Tommaso Niccolò D’Aquino. Strutturato attorno a un suggestivo cortile centrale, l’edificio nasconde sul retro un ampio giardino, oasi di riservatezza e verde nel cuore della città murata.
Poco distante sorge Palazzo Galeota, costruito nel 1728 e splendido esempio di architettura di gusto napoletano. Nota oggi con il nome della famiglia che la rilevò nel secolo scorso, la dimora fu in realtà voluta da Don Vincenzo Cosa, canonico della Cattedrale. Avendo accumulato in pochi anni una discreta fortuna, il religioso promosse l’edificazione del palazzo barocco per attestare visibilmente il rango aristocratico conquistato dal proprio casato. Alla metà del Settecento, tuttavia, la morte di Don Vincenzo e del fratello Domenico spinse gli eredi a cedere la proprietà alla famiglia Calò per saldare un debito, prima di passare definitivamente ai Galeota, mentre la memoria dei Cosa e dei Calò andò gradualmente obliterata. Acquistato nel 1977 dal Comune di Taranto e sottoposto a un accurato restauro, il palazzo ospita oggi la sede dell’Assessorato Comunale alla Cultura.
Tra gli edifici di maggior fascino storico figura Palazzo Gallo, la cui struttura seicentesca, successivamente rivisitata in chiave barocca, si lega a un episodio di grande rilevanza storica. Nel Quattrocento, ben due secoli prima della configurazione attuale del palazzo, questo luogo fece da cornice ai solenni festeggiamenti per le nozze tra Maria d’Enghien, vedova del Principe di Taranto, e Ladislao di Durazzo, Re di Napoli.
Testimonianza di straordinaria integrità è Palazzo Pantaleo, attualmente adibito a sede di rappresentanza dell’Amministrazione Comunale. È una delle rarissime dimore settecentesche della Città Vecchia ad essersi conservata intatta. Situato nei pressi dell’antica porta cittadina, l’edificio cattura lo sguardo con una facciata arricchita da raffinati balconi in ferro battuto che offrono una vista panoramica spettacolare sul Mar Grande.
La continuità storica trova la sua massima espressione in Palazzo Carducci Artenisio. Costruito nella metà del XVII secolo da Ludovico Carducci-Artenisio, l’immobile si estende su circa 900 metri quadrati e continua a essere, da oltre tre secoli e mezzo, la dimora ininterrotta dei discendenti della famiglia. Nonostante le trasformazioni subite nel tempo – tra cui la rifacitura della facciata nel Settecento e l’adeguamento in stile Liberty dell’accesso al piano nobile a fine Ottocento –, il palazzo racchiude tesori di inestimabile pregio: un maestoso salone di rappresentanza decorato con medaglioni a grottesche attribuiti al Fracanzano, una ricca collezione pittorica dal Seicento all’Ottocento e una biblioteca storica che conta oltre 6.000 volumi.
L’urbanistica tarantina rivela dettagli singolari in corrispondenza di Palazzo Latagliata, situato lungo il versante costiero tradizionalmente abitato dall’aristocrazia e dal clero. Edificato verso la metà del XVIII secolo per la famiglia Buffoluti mediante l’inglobamento di preesistenti abitazioni e l’occupazione di suolo pubblico, il palazzo rappresenta un’eccezione unica. Grazie all’influenza della famiglia, a nessun altro fu mai concesso il permesso di edificare di fronte alla loro dimora (in quello che era Largo Buffoluto, oggi Latagliata).
Ciò spezzò la continuità della cortina muraria lungo la Strada delle Mura, garantendo al palazzo l’affaccio diretto sul Mar Grande. Privo della classica corte interna centrale del Seicento, l’edificio passò alla famiglia Latagliata a inizio Ottocento, quando i Buffoluti si estinsero, per divenire in seguito di proprietà comunale.
Infine, Palazzo Amati testimonia il profondo legame tra la nobiltà e il paesaggio marittimo. Concepito con un’imponente struttura di 37 stanze per rispondere alle esigenze della nobile famiglia romana di Giacomo Amati, l’edificio nacque dall’accorpamento di preesistenti stabili. Sebbene affacciato sul Mar Grande, presenta il suo elegante portale d’ingresso settecentesco sul lato opposto.
Nel 1869 la proprietà fu espropriata e parzialmente demolita dal Comune per consentire l’abbattimento delle mura cittadine e la riorganizzazione della Strada delle Mura (attuale Corso Vittorio Emanuele II), evento che portò al rifacimento della facciata a mare secondo i canoni dell’epoca. Dal 1899 Palazzo Amati è stato destinato a uso scolastico.
Ripercorrere la storia dei palazzi nobiliari della Città Vecchia di Taranto non è una semplice esercitazione mnemonica, ma un atto di consapevolezza civile. Queste architetture, scolpite nel tufo e modellate dalle correnti marine, rappresentano una mappa visiva delle ambizioni, dell’arte e della vita quotidiana di un’epoca in cui Taranto dialogava da protagonista con le grandi capitali del Mediterraneo.
L’alternarsi delle casate, le trasformazioni urbanistiche dell’Ottocento e le successive conversioni ad uso pubblico mostrano la natura dinamica di questo patrimonio, capace di sopravvivere ai mutamenti sociali e di risorgere come bene comune. Salvaguardare queste dimore – trasformandole in centri di cultura, sedi istituzionali o spazi di memoria condivisa – significa ricucire il legame profondo tra la comunità tarantina e la sua storia, dimostrando che il futuro della città risiede proprio nella capacità di valorizzare l’inestimabile eredità custodita nel suo cuore antico.


