Di Rosa Elenia Stravato
L’analisi militante di Greco e Melchiorre svela il disegno neoliberista dietro il collasso della scuola italiana
Che cos’è questo spettro che chiamiamo neoliberismo? È forse solo un’algebra spietata del profitto, o non piuttosto un’invisibile architettura dello spirito che ridisegna i confini dell’umano, trasformando il cittadino in cliente e il pensiero in merce?
È il trionfo di una razionalità geometrica che non ammette deviazioni, dove l’esistenza stessa viene misurata esclusivamente sul metro dell’efficienza e della produttività. E quale terreno poteva essere più fertile, per una simile penetrazione ideologica, se non il luogo in cui l’essere umano impara a pensarsi libero? Si insinua in questa faglia critica “D’Istruzione Pubblica”, l’opera cinematografica distribuita da Open DDB Distribuzioni dal Basso che chiude la rigorosa trilogia sul neoliberismo firmata da Federico Greco e Mirko Melchiorre, già autori dei lucidi e graffianti PIIGS e C’era una volta in Italia.
I due registi dimostrano una sapienza acuta e una profondità intellettuale fuori dal comune: non si limitano a filmare il declino, ma applicano una vera e propria lente d’ingrandimento macroeconomica e sociologica sul sistema scolastico. Essi non cadono mai nella trappola del patetismo o della lamentela fine a se stessa; la loro è un’operazione di smontaggio analitico del potere; con passo giornalistico e rigore scientifico, i registi connettono i fili invisibili che legano la singola delibera d’istituto ai grandi trattati transatlantici, trasformando il documentario in un saggio visivo di rara potenza geopolitica.
Il cuore analitico dell’opera risiede in una spaventosa riflessione sul servilismo della mente. Assistiamo alla svendita del “cogito ergo sum” sull’altare di strategie globali che esigono dalla scuola una metamorfosi genetica: non più focolare di spiriti critici, ma catena di montaggio per menti progettate esclusivamente per il lavoro. Le aule si trasformano così in laboratori di addestramento, dove gli studenti non sono soggetti storici da emancipare, ma scatole operative, personal computer biologici al servizio di invisibili deus ex machina industriali.
Girato a Torino, il documentario intreccia la denuncia teorica con la carne viva della quotidianità, portando alla luce una situazione catastrofica in cui la scuola italiana versa ormai da anni: tra edifici scolastici fatiscenti, strutturalmente pericolosi, specchio materiale dell’abbandono istituzionale; un’insofferente instabilità cronica del lavoro docente con un precariato di massa che mortifica la dignità professionale e spezza ogni possibilità di continuità didattica e finanche a riforme pedagogiche che, dietro il paravento tecnocratico di una digitalizzazione imposta dall’alto e della mistificazione delle “competenze”, indeboliscono i livelli di preparazione e svuotano di senso l’insegnamento.
L’iniezione dei fondi del PNRR nel tessuto scolastico rappresenta, nella lucida disamina giornalistica e intellettuale dei registi, non già un’opera di salvataggio, bensì il colpo di grazia inferto al modello educativo classico. Sotto la dicitura tecnocratica di “Scuola 4.0”, la pioggia di miliardi destinata alla digitalizzazione forzata agisce come un acceleratore chimico del processo di aziendalizzazione; la critica sollevata dai registi non si scaglia contro lo strumento tecnologico in sé, ma contro l’uso ideologico che ne viene fatto.
I fondi non vengono stanziati per sanare le crepe strutturali degli istituti, né per restituire dignità economica a un corpo docente demotivato e precario. Al contrario, vengono vincolati all’acquisto di schermi, visori e piattaforme algoritmiche. Si compie così la mutazione della didattica ove l’aula smette di essere lo spazio del dialogo, della mediazione umana e del conflitto intellettuale in presenza, per trasformarsi in un incubatore digitale. Il PNRR. si rivela lo strumento perfetto per completare la transizione verso il “mercato delle competenze”;obbligando le scuole a ripensarsi come strutture flessibili e digitalizzate, si legittima l’idea che l’efficienza tecnologica debba sostituire la profondità del sapere. È l’instaurazione definitiva di una pedagogia della sottomissione, in cui il computer non è più un mezzo al servizio della mente, ma la mente stessa viene riprogrammata per funzionare come un terminale pronto per i processi produttivi del capitalismo digitale.
Questa catastrofe non è l’esito accidentale di una mala gestione o di una mancanza di fondi cronica: è, al contrario, il successo di un progetto politico. La distruzione della scuola pubblica è un’opera scientifica di disinvestimento, volta a destrutturare l’istruzione di massa per favorire la frammentazione privatistica ed eliminare alla radice la capacità critica delle nuove generazioni.
Una scuola che non produce più pensiero, ma solo competenze spendibili a breve termine, è una scuola che ha rinunciato alla sua missione costituzionale di emancipazione sociale. Questo smantellamento, del resto, non è il frutto di un’improvvisa emergenza contemporanea, ma l’esito di un preciso percorso storico le cui radici partono da molto lontano.
La genealogia di questa demolizione programmata prende infatti le mosse negli Stati Uniti di fine Ottocento, dove si consumarono i primi esperimenti volti a sottomettere l’istruzione alle rigide logiche e alle necessità del mondo industriale; questo paradigma ha poi trovato nuova linfa e una formale legittimazione oltreoceano durante gli anni Novanta, quando le politiche dell’Unione Europea hanno introdotto e istituzionalizzato i dogmi della competitività e della flessibilità strutturale all’interno dei sistemi educativi continentali.
Un processo che è infine approdato in Italia nei primi anni Duemila: attraverso le riforme Bassanini e Berlinguer, il nostro Paese ha consacrato il principio dell’autonomia scolastica, trasformandosi di fatto nell’anticamera di quella sistematica aziendalizzazione che oggi svuota la scuola della sua funzione originaria.
I registi orchestrano questo racconto alternando l’analisi teorica alle storie di chi abita la trincea scolastica ogni giorno. Tra queste spicca, per statura etica, la figura di Lorenzo Varaldo, alla guida dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino che, sistematicamente, ritorna su una semplice richiesta:”Non chiamatemi dirigente.” Questa richiesta è un rifiuto netto verso la neolingua burocratica non è un vezzo nostalgico, ma un preciso posizionamento politico.
Scegliere i titoli di “preside” o “direttore didattico” significa respingere l’idea che la scuola debba essere una succursale aziendale guidata da manager del capitale umano. Nella sua prassi quotidiana prende forma una resistenza consapevole che dura da quarant’anni. Il film ha il grande merito di non appiattirsi sul presente, ma di ricercare le radici storiche di questa deriva. Insieme a Varaldo, a voci autorevoli come quella di Marina Boscaino — insegnante, giornalista e instancabile attivista — e a un coro di esperti internazionali, il documentario ricostruisce la genealogia di questa demolizione programmata.
Il parallelismo tra l’indagine cinematografica di D’Istruzione Pubblica e l’opera teorico-saggistica di Rafael Spregelburd, Il teatro, la vita e altre catastrofi, appare naturale e si muove lungo il crinale di una comune ossessione intellettuale: la falsificazione del reale operata dai dispositivi del potere contemporaneo. Sia il duo registico Greco-Melchiorre sia il drammaturgo argentino si misurano con le macerie prodotte dal tardo capitalismo e dal neoliberismo, ma lo fanno aggredendo due istituzioni cardine della produzione di senso: la scuola e il teatro (e, per estensione, la lingua).
Mentre i registi italiani utilizzano lo strumento del documentario giornalistico per squarciare il velo sulla demolizione della scuola pubblica, Spregelburd usa la teoria teatrale come un grimaldello per smascherare i meccanismi di finzione del potere politico ed economico. Entrambi i lavori si rifiutano di essere pura rassegnazione: sono dispositivi intellettuali affilati, concepiti per costringere chi guarda a smettere di essere un cliente passivo della Storia e a tornare a essere un soggetto pensante.
D’Istruzione Pubblica si rivela così un’inchiesta necessaria e urgente. Nelle parole del regista Federico Greco, questo documentario smette di essere un semplice oggetto di fruizione cinematografica e si trasforma in uno strumento di autoformazione politica e pedagogica, un’opera che egli definisce “assolutamente da vedere”, in particolare per una precisa categoria: i nuovi docenti.
Il bersaglio ideale della pellicola sono gli insegnanti immessi in ruolo negli ultimi dieci anni; questa generazione di lavoratori della scuola è entrata in servizio quando il paradigma neoliberista era già ampiamente normalizzato, respirando l’aria dell’autonomia, delle scartoffie burocratiche e della didattica per competenze come se fossero elementi naturali e immutabili del paesaggio scolastico. Per loro, il film funge da potente svelamento archeologico: mostra che la giungla di sigle, algoritmi e scadenze aziendali in cui sono immersi non è l’unico modo possibile di fare scuola, ma il risultato di una demolizione controllata.
È un invito a riscoprire l’orgoglio e la natura intrinsecamente politica della professione docente, prima che la burocrazia ne anestetizzi definitivamente la funzione critica.Tuttavia, l’efficacia del documentario risiede nella sua capacità di allargare il fuoco oltre le mura della sala professori. Per gli studentioffre le coordinate per interpretare il proprio malessere e la propria alienazione dentro aule che assomigliano sempre più a uffici e sempre meno a spazi di libertà.
Li stimola a rifiutare il ruolo di clienti passivi di un servizio o di “scatole operative” da addestrare, spingendoli a rivendicare il diritto a una scuola che torni a insegnare l’arte del pensiero e della cittadinanza.
Per le famiglie, rappresenta una presa di coscienza necessaria per comprendere che le carenze strutturali, i continui cambi di cattedra dei figli e l’impoverimento dei programmi non sono disfunzioni casuali, ma gli effetti collaterali di un preciso modello economico che ha tagliato i ponti con il welfare pubblico.
Sarà possibile vedere il documentario venerdì 22 maggio, alle ore 17.30, presso la Sala del Polo della Protezione Civile di Martina Franca; Greco e Melchiorre hanno firmato una contro-narrazione essenziale che costringe lo spettatore a guardare dentro l’abisso di un sistema educativo che, smettendo di insegnare a pensare criticamente, rischia di addestrare soltanto a obbedire.


