Di Rosa Elenia Stravato
Viaggio a Statte, dove la storia millenaria si fonde con una clamorosa anomalia ottica che sfida la gravità e interroga la ragione
Situato sulle propaggini meridionali della Murgia tarantina, il territorio di Statte si configura storicamente come uno spazio di transizione e di cerniera tra l’altopiano carsico e l’arco ionico. Caratterizzato dalla presenza di profonde incisioni erosive — le gravine — il sito ha offerto, sin dall’antichità, condizioni ecologicamente favorevoli all’insediamento umano.
La genesi del toponimo, pur fluttuando tra suggestioni colte e filologia, viene frequentemente ricondotta alla radice latina Status (stazione, luogo di sosta), a testimonianza della sua natura di snodo viario e strategico. L’antropizzazione dell’area vanta radici remote, ascrivibili all’età del bronzo, per poi consolidarsi in epoca magnogreca e romana, periodi in cui il territorio stattese divenne fondamentale per l’approvvigionamento idrico della vicina Taranto, come attestato dai resti dell’imponente acquedotto del Triglio.
Nel corso del Medioevo, l’habitat rupestre conobbe la sua massima fioritura. Le comunità locali trovarono nei complessi ipogei delle gravine non solo un rifugio sicuro contro le incursioni saracene, ma un vero e proprio modello di integrazione simbiotica con l’ambiente naturale. Questo connubio tra architettura spontanea, masserie fortificate, insediamenti a trulli e ampie pinete ha strutturato un paesaggio culturale denso, capace di conservare una stratificazione storica in cui il dato materiale si fonde costantemente con la dimensione immateriale del mito.
Nell’articolato palinsesto viario che solca l’entroterra stattese, si inserisce un segmento stradale secondario assurto agli onori della cronaca locale e dell’interesse scientifico: il cosiddetto “Viottolo delle Streghe”. Il sito è divenuto teatro di una singolare anomalia cinetica che sfida l’immediata comprensione empirica.
Il nucleo della questione risiede in un’inversione della percezione dinamica. Arrestato un veicolo in folle e a motore spento lungo un tratto che la vista interpreta come un piano inclinato ascendente, si assiste al movimento spontaneo del mezzo nella medesima direzione della salita. Specularmente, percorrendo la medesima sezione d’asfalto in senso opposto (apparentemente in discesa), il veicolo manifesta una resistenza tipica dell’approccio a un declivio positivo.
Nel tentativo di decodificare l’evento, la vulgata popolare e l’appassionata speculazione ufologica hanno formulato, nel corso dei decenni, eterogenee ipotesi interpretative. È stata postulata l’esistenza di intensi campi geomagnetici endogeni o di radiazioni anomale nel sottosuolo, queste ultime talvolta correlate alla massiccia antropizzazione industriale che ha ridefinito il profilo della vicina area tarantina. Nel tempo, poi, si sono aggiunte segnalazioni di presunti fenomeni luminosi notturni hanno alimentato congetture circa l’interferenza di matrici extraterrestri, ascrivendo l’anomalia a perturbazioni della gravità locale causate da agenti esogeni.
L’approccio metodologico e strumentale, condotto da équipes di indagine razionale e ricercatori, ha ricondotto il fenomeno alveo delle illusioni ottico-ambientali. L’orografia del luogo si presenta strutturalmente priva di un “orizzonte vero” o di riferimenti ottici ortogonali affidabili (quali alberi ad alto fusto o strutture architettoniche lineari).
In questo specifico contesto, il sistema visivo umano subisce un errore di referenziazione geometrica.Le misurazioni altimetriche di precisione hanno dimostrato che il tratto stradale in questione è, in realtà, caratterizzato da una pendenza negativa (discesa) con un dislivello complessivo di circa 30 cm. L’azione del veicolo risponde pertanto, ineccepibilmente, alla legge della gravitazione universale: F=m⋅g⋅sin(θ). L’illusione risiede interamente nella discrepanza tra il dato topografico reale e l’elaborazione neuro-cognitiva del contesto spaziale, che induce il cervello a invertire i vettori di salita e discesa.
Nonostante la demistificazione scientifica, il Viottolo delle Streghe conserva intatta la sua carica sacrale e misterica, supportata da una stratificazione folklorica che affonda le radici nella memoria storica della comunità.
A corroborare l’aura di liminalità del sito concorre un tragico evento cronachistico risalente al 1949. Lungo il margine della carreggiata sorge un’edicola votiva, eretta a memoria di un giovane autotrasportatore fulminato da una scarica atmosferica mentre era intento alla sostituzione di uno pneumatico durante una precipitazione piovana.
La memoria collettiva ha traslato l’evento biografico nel piano del mito urbano. Secondo numerose testimonianze orali, l’anomalia cinetica della strada si manifesterebbe con maggiore intensità in prossimità del cenotafio, estendendosi anche a piccoli oggetti sferici. Il moto retrogrado dei corpi viene interpretato, nel codice del paranormale, come l’azione pneumatica dello spettro del giovane, teso a trattenere i viandanti o a replicare eternamente il momento del proprio arresto fatale.
Il viaggio per raggiungere il Viottolo delle Streghe — attraverso un itinerario accidentato fatto di masserie derelitte, frammenti rupestri e improvvisi scorci sul Golfo di Taranto — funge da vero e proprio percorso iniziatico.
L’isolamento geografico e la suggestione estetica del paesaggio murgiano agiscono come facilitatori psicologici, predisponendo l’osservatore all’accoglimento del prodigio. Va detto che, il caso di Statte evidenzia come la geografia antropica non sia una mera combinazione di coordinate spaziali e dati geologici.
Il Viottolo delle Streghe si configura come un pregevole esempio di “luogo di confine”, in cui la razionalità positivista abdica temporaneamente di fronte al bisogno umano di fascinazione e di trascendenza. La persistenza del mito, nonostante l’evidenza dell’errore prospettico, dimostra che la comunità esige lo spazio del mistero come strumento di resistenza culturale e di risignificazione del dolore storico.


