di Rosa Elenia Stravato
Oltre la ricorrenza, il mare sommerso delle battaglie in via d’estinzione
Non regalateci mimose se il vostro omaggio dura il tempo di una foto sui social e si dissolve il 9 marzo, quando torniamo a essere interrotte mentre parliamo, giudicate per come vestiamo, penalizzate perché potremmo, un giorno, scegliere di diventare madri. Non regalateci mimose se dietro quel gesto sopravvive l’idea che la donna sia ornamento, presenza decorativa, eccezione brillante in un mondo ancora disegnato a misura maschile.
La Giornata internazionale della donna non nasce come festa. Nasce come conflitto. Nasce dalle lotte operaie di inizio Novecento, dalle rivendicazioni per il diritto al lavoro dignitoso, al voto, all’istruzione, alla rappresentanza politica. Nasce dal sangue e dalla fatica di donne che hanno sfidato padroni, governi e pregiudizi. Non è una celebrazione galante: è una memoria di resistenza. Eppure, ogni anno, assistiamo a una sistematica operazione di addomesticamento. L’8 marzo viene trasformato in una ricorrenza consumistica: cene “solo donne”, sconti nei negozi, spot pubblicitari che parlano di empowerment mentre sfruttano corpi femminili per vendere prodotti.
È la caricatura commerciale di una giornata che dovrebbe interrogarci, metterci a disagio, costringerci a guardare in faccia le disuguaglianze ancora radicate nella nostra società. Perché sì, la donna è ancora bistrattata. Lo è quando guadagna meno a parità di ruolo. Lo è quando il lavoro di cura, figli, anziani, casa, ricade quasi interamente su di lei, come se fosse un destino biologico e non una costruzione culturale. Lo è quando la maternità diventa un ostacolo professionale e la non maternità una colpa sociale. Lo è quando i suoi successi vengono raccontati come eccezioni straordinarie, non come espressioni di talento e competenza.
Viviamo in un tempo che si proclama moderno, ma che continua a giudicare le donne per la loro età, il loro corpo, la loro vita affettiva. Se una donna è ambiziosa, è aggressiva. Se è autorevole, è antipatica. Se è libera, è “troppo”. Se denuncia una molestia, deve dimostrare di non aver provocato. Se subisce violenza, viene interrogata sulla sua condotta più che sull’atto dell’aggressore.
Il femminicidio non è un raptus, non è follia improvvisa: è l’esito estremo di una cultura del possesso che fatica a morire. È la convinzione, radicata e trasversale, che la donna sia proprietà, che il rifiuto sia un affronto intollerabile, che l’autonomia femminile sia una minaccia.
E allora l’8 marzo non può essere un giorno di sorrisi forzati: deve essere un giorno di denuncia. Una donna, badate bene, non chiede privilegi, chiede giustizia. Non invoca una guerra contro gli uomini, ma una rivoluzione culturale contro il patriarcato, quel sistema di potere che assegna ruoli, gerarchie, silenzi. Un sistema che danneggia anche gli uomini, costringendoli in modelli di virilità tossica, incapaci di vulnerabilità e cura. Ma che sulle donne scarica il peso maggiore: controllo, violenza, invisibilità.
L’8 marzo è anche memoria delle conquiste ottenute. Il diritto di voto, l’accesso alle professioni, le leggi contro la discriminazione e la violenza non sono piovute dal cielo: sono state strappate con lotte ostinate. Ogni passo avanti è stato preceduto da accuse di eccesso, di isteria, di ingratitudine. E ancora oggi, quando chiediamo parità salariale o congedi parentali equamente distribuiti, veniamo accusate di pretendere troppo.
Ma cosa significa “troppo”? Troppo rispetto? Troppa sicurezza? Troppa autonomia sul nostro corpo e sulle nostre scelte? Il senso dell’8 marzo, nella società contemporanea, sta proprio qui: nel ricordarci che l’uguaglianza formale non basta. Non basta una legge se la mentalità resta immutata. Non basta una donna in posizione apicale se il sistema continua a scoraggiare, escludere, marginalizzare le altre. Non basta un linguaggio inclusivo se poi si tollerano battute sessiste nei corridoi del potere.
Non vogliamo essere celebrate come muse o angeli del focolare in versione aggiornata. Vogliamo essere riconosciute come soggetti politici, economici, culturali. Vogliamo che il lavoro di cura sia redistribuito. Vogliamo che le bambine crescano senza sentirsi dire che sono “troppo emotive” per guidare o “troppo belle” per non essere guardate. Vogliamo che i ragazzi imparino che l’amore non è controllo, che la forza non è dominio.
È singolare, sapete? Nel 2026, un tempo in cui tutto scorre rapido, ci si sofferma spesso su quella pancia che quella donna non ha. Come se fosse, poi, un obbligo istituzionale procreare. Come se fosse un dovere avere una fede al dito, un lavoro che non porti fuori di casa per più di qualche ora e la rinuncia. Vi siete mai chiesti se le vostre figlie si sentono sicure o avvolte da una montagna di responsabilità sociali già dai primi mesi a scuola? Vi siete mai interrogati sul peso delle parole, delle illazioni e dei commenti affrettati? La risposta è “no”. Non l’avete fatto perché “è una cosa per divertirsi”. Eppure, dietro tutto ciò si cela la becera macchina del fallocentrismo, della misoginia che dal passato, ripiomba.
L’8 marzo deve tornare a essere una piazza, non un palco pubblicitario. Deve essere assemblea, confronto, conflitto se necessario. Deve essere il giorno in cui la società si guarda allo specchio e si chiede quanta strada resta da fare. E la strada è ancora lunga.
Non regalateci mimose, dunque, se non siete pronti a mettere in discussione i vostri privilegi. Non offriteci frasi di circostanza se non siete disposti a condividere il potere, lo spazio, la parola. Non chiamatela “festa” se non riconoscete che è, prima di tutto, una giornata politica.
Noi continueremo a esserci. Nelle scuole, nei tribunali, nei luoghi di lavoro, nelle case, nelle piazze. Continueremo a parlare, anche quando ci diranno che esageriamo. Continueremo a pretendere ciò che è nostro di diritto. Perché l’8 marzo non è un fiore appuntato sul bavero. È una promessa di trasformazione. Ed è una promessa che non abbiamo alcuna intenzione di dimenticare il giorno dopo.


