Nel Pd tarantino le posizioni sull’ex Ilva divergono. Da una parte la continuità produttiva indicata dalla Direzione provinciale, dall’altra la chiusura dell’area a caldo e la riconversione sostenute dal circolo Fratelli Cervi. Due idee della transizione che non chiariscono ancora quale modello industriale si voglia per Taranto, mentre il silenzio di alcuni esponenti del gruppo dirigente apre un interrogativo sull’autonomia delle scelte politiche
La sentenza della Corte d’Appello di Milano ha sollevato una domanda da tempo rimasta elusa: cosa si vuole fare dell’ex Ilva di Taranto? La questione naturalmente attiene innanzitutto il Governo, ma anche le forze di opposizione che in questo Paese hanno sostenuto temi storici legati ad ambiente, salute, sicurezza e lavoro, che non hanno trovato nella prassi coerenza, né equilibrio. Perché le forze che si candidano a rappresentare l’alternativa alla destra, e che in Puglia governano insieme, arrivano alla questione siderurgica da posizioni tutt’altro che sovrapponibili.
La gestione caotica non attiene solo i vertici del Pd e dei suoi alleati, percepito anche su fronti inferiori. Il comunicato della Direzione provinciale del Pd parla infatti di un progetto industriale serio, di risanamento ambientale, di decarbonizzazione e di garanzie occupazionali. Soprattutto, però, colloca la continuità produttiva dentro le condizioni che il partito considera necessarie per il futuro dello stabilimento.
Ma è proprio il concetto di transizione, così come viene formulato dal Pd cittadino, a porre un problema. Nello stesso comunicato si legge che “la transizione dal ciclo integrale alla produzione decarbonizzata deve essere governata attraverso un percorso industriale ordinato, credibile e verificabile, tutelando i lavoratori diretti e l’intero sistema dell’indotto”. Una posizione che sembra presupporre una fase nella quale il ciclo integrale possa ancora essere mantenuto in funzione fino al successivo passaggio alla produzione decarbonizzata.
È qui che si inserisce la posizione di Decaro, che parte invece da osservazioni differenti. In un’intervista apparsa oggi sulla Gazzetta il governatore pugliese spiega che “il futuro dello stabilimento è incompatibile con il ciclo integrale a carbone”. Se viene meno dunque, la possibilità di mantenere l’altoforno in marcia come fase transitoria verso il forno elettrico, viene meno anche il presupposto per governare quella transizione nei termini indicati dal Pd tarantino. Non si tratterebbe più, dunque, di accompagnare progressivamente il ciclo integrale verso la produzione decarbonizzata, ma di affrontare prima la bonifica e la riconversione e, successivamente, definire il nuovo assetto produttivo. Cosi come preteso dal tribunale milanese. È una distinzione che il Pd tarantino dovrebbe chiarire.
Nello stesso Partito Democratico esiste un ulteriore distinguo. Il circolo Fratelli Cervi ha chiesto la chiusura immediata dell’area a caldo, considerando conclusa la stagione della produzione integrale e indicando nella riconversione economica della città la strada da seguire. Non una fabbrica semplicemente meno impattante, dunque, ma un territorio che cominci a costruire il proprio futuro senza considerare la permanenza dell’area a caldo come una condizione preliminare. Visione condivisa pubblicamente anche dal consigliere comunale Luca Contrario, che ripropone la consueta dialettica tra segreteria e circolo, restituendo anche questo caso, schizofrenia politica.
Concezioni differenti della transizione e comunque anche in questo caso nessuna parola sul futuro industriale dello stabilimento. Quale dunque il piano industriale previsto? Decarbonizzare? Riconvertire? E sui forni elettrici ? Non basta sostenere le ragioni della chiusura dell’area a caldo, ma ridiscutere sulla centralità stessa della siderurgia nell’economia tarantina.
Ovvero, trovare le tecnologie, gli investimenti e le risorse necessarie a mantenere la produzione è un piano di discussione. L’altro attiene costruire, insieme alla tutela dei lavoratori, un’economia capace di assorbire progressivamente il peso che per decenni ha avuto l’acciaieria.
La parola “decarbonizzazione” non è una formula che insiste su una disputa complessa. La vicenda di Taranto implica l’inquinamento complessivo, la salute, le bonifiche, la collocazione dello stabilimento, il rapporto con la città e il destino delle aree industriali. Una fabbrica può diventare meno emissiva sul piano climatico e restare, nello stesso tempo, al centro di una discussione ambientale e sanitaria. Bisognerebbe affrontare questo dibattito con coraggio e onestà, e interrogarsi fino in fondo sul modello che si vuole conservare.
Ed è qui che la vicenda è ricondotta al Pd tarantino. Ci chiediamo ad esempio se il silenzio di alcuni esponenti del gruppo dirigente non sia ascrivibile al fatto che alcuni di loro lavorino nello stabilimento siderurgico.(?) Perché in questo caso sussisterebbe un’evidente conflitto di interessi che non poco inciderebbe sulle scelte e sull’orientamento assunti dallo stesso gruppo sui temi dell’industria.
Un interrogativo che indaga il rapporto tra classe dirigente e sistema industriale dentro al quale una parte di quella classe dirigente ha maturato la propria esperienza ed opera. É un silenzio imbarazzante e anche un cortocircuito con posizioni altre, assunte altrove o all’interno della stessa realtà territoriale.
Le diverse forze del centrosinistra devono rimandare idee che siano coerenti e perseguibili, tenendo conto delle decisioni assunte dalla magistratura, che in questi lunghi anni di decreti salva Ilva, sono state vilipese, con azioni che aggirando le norme, contravvenivano i diritti, asfaltandoli. Ora a queste forze va chiesto di sanare la contraddizione e lo scempio, partendo già da una chiarezza dei vertici, concertando una linea comune che abbia però questo come presupposto.
Dunque in sintesi, quale la linea perseguita, si vuole salvare la siderurgia a Taranto cambiandola, oppure si vuole salvare Taranto anche dal modello industriale che l’ha dominata per decenni?


