Jindal ha già presentato un’offerta vincolante, mentre la cordata coordinata da Federacciai guarda per ora all’area a freddo. Sul tavolo del Governo anche continuità produttiva e occupazione
Entro il 15 ottobre dovranno essere presentate le offerte finali per rilevare gli asset dell’ex Ilva. Al momento sono quattro i potenziali acquirenti in campo, ma con posizioni e livelli di interesse molto diversi.
Il gruppo Jindal ha già presentato un’offerta vincolante, comprensiva sia dell’area a freddo sia dell’area a caldo, e l’ha successivamente aggiornata alla luce del decreto con cui la Corte d’Appello di Milano ha disposto la fermata dell’area a caldo. Una seconda proposta arriva da una cordata composta da 15 imprese siderurgiche italiane e coordinata da Federacciai. La manifestazione di interesse presentata finora è però limitata all’area a freddo. C’è poi Flacks Group, che non ha ancora formalizzato la comfort letter richiesta dai commissari straordinari. Infine, il gruppo ceco CE Industries sarebbe ancora in una fase esplorativa del dossier.
Nel pomeriggio, a Palazzo Chigi, è previsto l’incontro con le associazioni d’impresa, i sindacati e gli enti locali. Dal vertice, tuttavia, non sono attese decisioni sulla vendita degli asset. La complessità del dossier, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, non esclude inoltre la possibilità di un breve differimento della scadenza del 15 ottobre.
Al centro dell’incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ci sarà soprattutto la tenuta dello stabilimento siderurgico in vista della chiusura dell’area a caldo, prevista per il 28 ottobre.
Domani è invece in programma l’udienza davanti alla Corte d’Appello di Milano sull’istanza di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e da Ilva contro il provvedimento di fermata. Secondo Il Sole 24 Ore, un eventuale accoglimento del ricorso, scenario che al momento appare molto difficile, rafforzerebbe l’ipotesi di un rilancio dell’ex Ilva che comprenda anche l’area a caldo, già inclusa nell’offerta di Jindal.
Il Governo dovrà fare oggi il punto anche sulle risorse necessarie a garantire la continuità produttiva. L’ultimo prestito statale, infatti, dovrebbe assicurare all’azienda margini di operatività al massimo fino alla fine di ottobre. Sul tavolo ci sarà inoltre il nodo occupazionale, destinato a diventare sempre più critico.
Il 4 settembre, proprio in vista della chiusura dell’area a caldo, l’associazione delle imprese dell’indotto Aigi ha comunicato ai sindacati che 28 aziende associate, collegate al siderurgico tra appalto e indotto, avvieranno procedure per oltre 2.500 licenziamenti collettivi.
Ma il dossier più delicato resta quello dei lavoratori diretti. Il rischio è che la crisi occupazionale esploda in una fase politica particolarmente sensibile, con la legislatura che si avvia verso la sua conclusione e sullo sfondo le prossime elezioni.
A complicare ulteriormente il quadro è il periodo di transizione tra la chiusura dell’area a caldo, salvo una pronuncia sospensiva della Corte d’Appello, e il passaggio dello stabilimento al nuovo acquirente. Una fase che potrebbe durare almeno tre mesi, fino alla fine di gennaio.
Per coprire questo intervallo potrebbe quindi rendersi necessario un massiccio ricorso alla cassa integrazione, mantenendo auspicabilmente in attività soltanto una quota degli addetti, stimata tra 1.500 e 2mila lavoratori, impiegati nei laminatoi.



