L’assalto al gazebo di Futuro Nazionale riapre il confronto sulle responsabilità di un clima avvelenato. Prima la propaganda del generale punta a dissacrare la democrazia, poi fa appello a questa stessa per condannare le azioni degli “sghangherati e puzzolenti dei centri sociali”. Ma il suo linguaggio non è neutro mentre costruisce contrapposizioni, alimenta paura e rabbia
Tendiamo a credere che le idee più radicali siano destinate a rimanere ai margini, che la loro stessa eccentricità le renda innocue. E’ un errore che le democrazie talvolta commettono. Si ritiene che la loro natura eccessiva e grottesca, possa apparire irricevibile ai più dotati di raziocino o semplice buon senso. Con stupore acquisiscono credibilità enfatizzate dalla rabbia popolare e da una certa ripetitività del messaggio, grazie alle quali risultano familiari.
La stagione del generale Vannacci nasce (in parte si intende) da qui. Una sorta di palla di fango divenuta slavina.
Lessi un pezzo tempo fa, che definiva l’esponente di Futuro Nazionale un sintomo. Il dato che merita attenzione infatti, è il contesto culturale che ha reso possibile il suo successo (relativo ovvio), la naturalezza con cui un lessico fondato sulla contrapposizione identitaria, sull’esclusione e sulla ricerca del nemico abbia smesso di occupare le conversazioni da bar e sia finito nelle piazze, nelle case, nei talk. In modo ridondante, fastidioso e aggressivo.
Sarebbe un errore fermarsi alle provocazioni del generale, catalogarle come uscite sopra le righe e archiviare la questione nel repertorio dell’eccesso verbale. Le parole, soprattutto quando diventano linguaggio politico, non descrivono soltanto la realtà: la selezionano, la ordinano, stabiliscono chi appartiene alla comunità e chi ne resta fuori. Ogni volta che un individuo cessa di essere riconosciuto nella sua dignità per essere ridotto a una categoria, il migrante, l’omosessuale, la donna emancipata, lo straniero, chi dissente, si compie un passaggio che precede ogni altra forma di conflitto.
Una premessa necessaria per leggere i fatti accaduti nella giornata di sabato a Taranto, quando con le parole del leader del movimento, “sghangherati e puzzolenti dei centri sociali” avrebbero assaltato un gazebo allestito in piazza Immacolata per una raccolta firme, rovesciando la struttura e distruggendo i manifesti prima dell’intervento delle forze dell’ordine.
Vannacci interviene a mezzo social esordendo “la violenza è sempre a sinistra e a Taranto ne danno una dimostrazione“. La scelta delle parole non è casuale. In realtà sta compiendo un’operazione sottile, trasformando la violenza da fatto a identità, attribuendola per essenza all’avversario politico, mentre la città stessa cessa di essere luogo e diventa simbolo chiamato a confermare una tesi già scritta.
Un canovaccio che non è estraneo al linguaggio vannacciano, capace di svuotare di senso vero e alienare il dibattito dai principi.
Ma torniamo ai fatti rispetto ai quali molto di quel linguaggio, di quei codici e della propaganda che il generale e i suoi fidelis hanno diffuso senza freno alcuno, trova la sua interpretazione.
Il dibattito seguito all’aggressione del gazebo rischia di mancare il bersaglio, catalizzando l’attenzione sull’epilogo e quasi mai nessuna sul processo. La violenza è l’ultimo segmento di una catena molto più lunga, che prende forma quando il linguaggio pubblico trasforma le persone in simboli e le differenze in gerarchie.
Il filosofo Byung-Chul Han osserva che “la violenza non coincide necessariamente con l’aggressione fisica. Esiste una violenza più silenziosa, che si manifesta quando l’altro perde il diritto di essere riconosciuto nella propria irriducibile alterità”. È una violenza che non produce lividi, ma modifica il modo in cui una comunità guarda sé stessa.
Il fenomeno Vannacci diventa interessante non per la sua capacità di scandalizzare, ma per quella di normalizzare.
Nel suo racconto del Paese, la differenza non è una ricchezza ma un’anomalia. L’omosessualità diventa una condizione da misurare contro una presunta normalità. Il femminismo non è una conquista civile ma un fattore di disgregazione dell’ordine naturale. L’immigrazione non è un fenomeno storico da governare, bensì una minaccia identitaria. Il colonialismo italiano viene sottratto alle sue responsabilità storiche per essere restituito a una narrazione autoassolutoria. La convinzione in sostanza, che ogni apertura coincida con una perdita e che ogni diversità rappresenti un indebolimento della comunità nazionale. Mentre sovranismo, colonialismo e bianchitudine, come privilegio e supremazia, riemergono come parole del presente, dopo essere state a lungo confinate in bruttissime pagine di storia.
Provocazioni o marketing politico? In realtà raccontano un’idea precisa di società. Una società organizzata lo ripetiamo, attorno ad appartenenza, dove il conflitto fisiologico della democrazia è da sciocchi e creduloni, nel frattempo si cerca di capire chi merita di stare dentro e chi, no.
I sentimenti di esclusione, ribadiamolo, sono violenza. Vannacci costruisce la propria narrazione attorno a diritti esclusivi e altri negoziabili, laddove l’eguaglianza è un’eccezione, mentre assurge a martiri soggetti ritenuti responsabili di azioni esecrabili, (vedi caso Roggero), alimentando la ferocia di un popolo in direzioni sbagliate, in vicoli ciechi. Sminuendo il valore delle leggi e foraggiando l’idea di una giustizia da Far West, inaccettabile in uno stato di diritto, dove i pistoleri ci piacciono, “perchè la guerra è bella anche se fa male”.
E intanto si sdoganano fascisimi come atti di libertà, e si riscrive la storia. Una retorica populista che punta ad armare i sentimenti di avversione e frustrazione più reconditi, mentre si semplifica il reale, lo si decostruisce, eleggendo permanentemente un nemico. E’ una disposizione culturale pericolosissima e venefica, ma conserva una sorprendente attualità, perché descrive un metodo prima ancora di descrivere un’ideologia.
Se queste sono le premesse, non dovrebbe sorprendere che in una società attraversata da tensioni profonde e da veleni in forma di slogan, maturino anche reazioni esasperate e risposte di segno opposto. La violenza è una frattura, un cortocircuito della democrazia. Ma smettiamola di appellarci a quella stessa democrazia che tentiamo di dissacrare e interroghiamoci sulla coltura di certi semi, sparsi con generosa stoltezza.
Se poi Taranto deve diventare, nella narrazione vannacciana, il simbolo di qualcosa, allora lo sia davvero. Il simbolo di una città in perenne lotta per i diritti basilari, dove la stessa sopravvivenza è stata ed è, minacciata. Caro generale “la guerra è finita”, direbbe De Gregori. Deponga la divisa, non c’è spazio, non ci sono i margini. Acchiappare consensi con un rituale fatto di demagogia, paura e rabbia, non servirà alla lunga. Il Paese brucia, mentre le sue campagne fungono da distrattori modesti. E si ricordi che “una politica che vive soltanto di paure finisce per governare le paure, non i problemi”.



