Tra i massimi esperti italiani di siderurgia, Carlo Mapelli è stato intervistato dal giornalista Filippo Santelli de La Repubblica e spiega: “L’ipotesi di una cordata italiana è inesistente, nessun privato può sostenere i costi”. Ecco riportata l’intervista integrale
«Una chiusura dell’ex Ilva di Taranto mi sembra l’opzione più probabile, forse anche la più seria», dice Carlo Mapelli, professore del Politecnico di Milano, super esperto di siderurgia che dieci anni fa scrisse, insieme al commissario Bondi, un piano per la decarbonizzazione dell’impianto. È consigliere indipendente di varie aziende del settore.
Qualcuno dice che la sentenza di Milano, togliendo di mezzo l’area a caldo, renda il resto dell’Ilva più appetibile. Non è così?
«Gli impianti di Genova e Novi Ligure possono avere un mercato, se associati ad altre imprese. Ma per i laminatoi di Taranto è più complicato perché, senza area a caldo, bisogna importare una quantità significativa di bramme. Questo comprime i margini e oggi non ci sono neppure le infrastrutture per farlo. In sostanza, Taranto, nella sua attuale configurazione, smetterà di vivere».
Si può tornare a produrre acciaio con forni elettrici o di altro tipo?
«Ci vorrebbero come minimo quattro o cinque anni, considerate anche bonifiche e demolizioni, e investimenti da 2,5 a 5,5 miliardi. È una mole che nessun investitore privato è in grado di sostenere».
Jindal dice di sì, anche dopo la sentenza. Sta barando?
«Bisogna verificare con attenzione l’affidabilità di queste offerte. Se è vero che i soggetti sono in grado di affrontare l’investimento, non dovrebbero avere problemi a garantirlo con una fideiussione da un miliardo. Lo Stato deve evitare che le aree finiscano ostaggio di chi poi utilizza il ricatto dei posti di lavoro per ottenere nuovi fondi pubblici, come avvenuto altrove. Inoltre deve riservarsi il diritto di rientrare in possesso dell’asset se gli accordi non vengono rispettati. In una situazione così critica servono garanzie concrete, il buon nome non basta».
Si evoca una cordata di salvatori italiani. Ipotesi credibile?
«Direi inesistente: gli imprenditori italiani sono seri e credo che nessuno possa proporsi per un’operazione che sa di non poter sopportare».
Può essere lo Stato a guidare il risanamento, come chiedono i sindacati e anche il Pd?
«È l’unica opzione davvero agibile. Senza una consistente immissione di denaro pubblico Taranto è destinata alla chiusura. A quel punto meglio che lo Stato, magari con uno o più partner privati affidabili, resti proprietario di maggioranza degli asset per poi venderli alla fine del piano. Sempre se li si considerano strategici e si trovano le risorse necessarie».
L’acciaio di Taranto è strategico?
«Non più. I nuovi impianti in costruzione in Italia o nei Paesi vicini soddisferanno gran parte della domanda nazionale. Una “nuova” acciaieria a Taranto potrebbe contribuire in modo limitato alla competitività del sistema, ma comunque non dovrebbe eccedere i 4 milioni di tonnellate e occuperebbe non più del 30% della forza lavoro attuale».
Meglio chiudere dunque? Le spese non sarebbero finite, tra bonifiche e ammortizzatori sociali…
«Ma sarebbero inferiori alla prosecuzione di un’attività insostenibile. Un’azienda che non produce utili da così tanto tempo non è solo “inutile”, può diventare dannosa poiché continua a bruciare risorse pubbliche garantite dallo sforzo dei contribuenti e che andrebbero destinate a settori o imprese in grado di generare altra ricchezza. A cominciare dall’area industriale di Taranto, che è assai appetibile dal punto di vista logistico». (Fonte e Crediti foto: La Repubblica)



