Beccalossi apparteneva a una specie che oggi sembra scomparsa: quella dei numeri dieci puri, egoisti nel senso più romantico del termine, capaci di prendersi la scena e di prendersi anche il rischio. “Datemi il pallone, non parlate”, sembra dire ancora oggi la sua storia. Perché il resto, schemi, tattiche e giudizi, veniva dopo
C’era qualcosa di irripetibile in Evaristo Beccalossi. Non solo nel modo in cui accarezzava il pallone, ma nell’idea stessa di calcio che incarnava: istinto puro, libertà creativa, una sorta di anarchia tecnica che sfuggiva a qualsiasi schema. In un’epoca che iniziava a chiedere disciplina e geometrie, lui restava un artista, uno di quelli che giocano “perché sentono”, non perché devono.
Beccalossi era il fantasista nel senso più autentico del termine. Lento, a tratti indolente, ma capace di illuminazioni improvvise che ribaltavano partite e umori. Bastava un controllo orientato, una finta di corpo, un passaggio filtrante fuori logica per accendere Inter e San Siro intero. Era un calcio che non si insegnava e non si spiegava: si subiva, come una folgorazione.
Eppure, dentro quella grazia tecnica, c’era anche una fragilità tutta umana. Beccalossi non è mai stato un campione “completo” secondo i canoni tradizionali. Troppo umorale, troppo legato all’ispirazione del momento, forse poco incline al sacrificio continuo che il calcio moderno iniziava a pretendere. È anche per questo che la maglia della Nazionale maggiore gli è sempre sfuggita: un paradosso, se si pensa al talento che possedeva.
Il racconto, a metà tra mito e leggenda, dei due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava il 15 settembre 1982, nei sedicesimi di Coppa delle Coppe, restituisce perfettamente la sua essenza. Non tanto per l’errore in sé, che può capitare a chiunque, ma per ciò che accadde dopo. Sbagliare un rigore in una partita europea è un peso enorme. Ripresentarsi sul dischetto pochi minuti dopo richiede qualcosa di diverso: incoscienza, coraggio, o forse entrambe le cose. Beccalossi lo fece. E sbagliò ancora.
In quei due momenti c’è tutto il suo calcio: la sfida aperta al destino, la fiducia incrollabile nei propri mezzi, ma anche quell’ombra di sfortuna, o di imperfezione, che lo ha accompagnato per tutta la carriera. Non era un calcolatore, non era uno che si tirava indietro. Era uno che sentiva di dover prendere quella responsabilità, anche a costo di fallire.
Eppure, ridurre Beccalossi a quegli errori sarebbe profondamente ingiusto. Perché lo stesso giocatore è quello che, in un derby del 1979, segnò due gol decisivi al Milan, consacrandosi davanti al suo pubblico. È quello che faceva ribollire San Siro con un tocco, che trasformava il fango in un alleato e non in un limite. È quello che viveva il calcio come un atto creativo, quasi artistico, più che come una prestazione atletica.
Beccalossi apparteneva a una specie che oggi sembra scomparsa: quella dei numeri dieci puri, egoisti nel senso più romantico del termine, capaci di prendersi la scena e di prendersi anche il rischio. “Datemi il pallone, non parlate”, sembra dire ancora oggi la sua storia. Perché il resto, schemi, tattiche e giudizi, veniva dopo.
Forse non è mai diventato ciò che avrebbe potuto essere. Forse il calcio, a un certo punto, ha smesso di aspettarlo. Ma resta la sensazione, forte e condivisa da chi lo ha visto giocare, di aver assistito a qualcosa di speciale. Imperfetto, sì. A tratti persino contraddittorio. Ma autentico.
E in fondo, è proprio questo che lo rende indimenticabile: non un campione perfetto, ma un uomo con il talento tra i piedi e l’imprevedibilità nel cuore. Un fantasista vero. Uno di quelli che, anche sbagliando, ti fanno venire voglia di guardare ancora.


