Non c’è retorica e non ce ne può essere nella storia di Simona Giliberto, universale classe duemila, capitano della Corim Città di Taranto, che nella Giornata Internazionale della donna, si racconta in esclusiva a CosmoPolis
Quando da bambina, l’idea di andare ad un compleanno infiocchettata che nemmeno una bomboniera, non è che ti faccia impazzire e sopratutto quando a quel compleanno ti tocca guardare per imposizione materna, quasi morendo dentro, i maschietti prendere a calci qualsiasi cosa possa avere un moto similare alla rotazione, senza saperlo hai scoperto cosa sia uno stereotipo.
Quando poco dopo la porta dei tuoi sogni non corrisponde esattamente a quella della canonica casa di Barbie, ma assomiglia molto di più a quella in cui David Beckham spara, senza soluzione di continuità le sue traiettorie fiabesche, ecco quello è il momento in cui metti in chiaro alla vita che quel concetto di stereotipo di cui prima, non farà parte del tuo percorso.
Se a sette, massimo otto anni ti vedi col numero dieci sulle spalle e sogni la maglia della nazionale e lo desideri a tal punto da riuscirci, vuol dire che lo stereotipo l’hai ribaltato.
Non c’è retorica e non ce ne può essere nella storia di Simona Giliberto, universale classe duemila, capitano della Corim Città di Taranto, che nella Giornata Internazionale della donna, si racconta in esclusiva a CosmoPolis, parlando di sé, ma affrontando con il sorriso sulle labbra anche temi delicati, partendo dallla parità di genere, passando l’abbattimento dei pregiudizi sessuali fino a chiudere con uno sguardo attento sul prossimo futuro del movimento calcistico a tinte rosa.

“Perché lo sport sembra un territorio prettamente maschile? Vivendo l’ambiente calcio da quando avevo 5-6 anni, credo si tratti di una questione di stereotipi. Molto spesso sin da piccolissimi i bambini vengono indirizzati a sport di squadra, forse perché ritenuti più adatti a praticare sport in generale, le bambine invece a discipline più “semplici” come la danza o verso sport individuali. Posso dire di aver toccato con mano questa differenza, stando a contatto con ragazzi e bambini di ogni età ma mi piace sottolineare come che questa divisione negli ultimi anni sta andando sempre più a svanire. Si dice che la performance di un ragazzo sia più brillante rispetto a quella di una ragazza, ma io credo che ci siano proprio caratteristiche diverse a partire proprio dal fisico. I ragazzi sono più fisici, probabilmente hanno una migliore resa atletica, ma noi abbiamo sicuramente più mentalità e spirito di sacrificio”.

“Il nostro impegno deve servire come trampolino per tutte quelle bambine che sognano di affermarsi nel mondo dello sport. Negli ultimi anni, le cose stanno cambiando molto e tanta gente che magari prima giudicava negativamente il movimento femminile, adesso si sta ricredendo. Viaggiamo lentamente verso una sorta di uguaglianza, sia a livello di competizioni, che in ambito economico e sociale. Se il calcio è uno sport per donne? Si, certo. Parliamo di sport, cosa sarebbe lo sport senza la passione? È grazie alla passione che insegui i tuoi sogni, che vai oltre i pregiudizi, superando tutti i limiti che ci possono essere perché le soddisfazioni arrivano, quindi si, il calcio è anche uno sport per signorine”.

“Vedo più di qualcuno rimanere a bocca aperta nell’osservare che anche noi calciatrici abbiamo un lato femminile. Siamo donne, molte di noi sono mamme, è assurdo vedere qualcosa di strano in questo, poi attenzione, avere femminilità non vuol dire che in campo non ci siano fisico e cattiveria, anzi. Cos’è l’emancipazione? È proseguire nel percorso che portiamo avanti da anni. Abbattere i pregiudizi e tutti i limiti che ci sono nel mondo sportivo e non solo in quello. Quotidianamente nel mio piccolo combatto per questo, dimostrando che noi ragazze possiamo regalare le stesse emozioni dei nostri colleghi uomini. È una corsa che non fermeremo, perché c’è passione nelle vene ed è per questo non smetteremo mai”


