Decaro ha sempre difeso la propria scelta sostenendo che, nelle condizioni del 2018, avrebbe agito allo stesso modo. Una posizione comprensibile sul piano dell’emergenza amministrativa. Tuttavia, governare significa anche valutare gli scenari futuri e predisporre tutele capaci di proteggere gli interessi della comunità nel lungo periodo
Bari, il peso di una scelta: perché la decisione di Decaro nel 2018 continua a dividere la città. A distanza di anni dal fallimento del Bari e dall’assegnazione del titolo sportivo alla famiglia De Laurentiis, una domanda continua ad accompagnare il dibattito cittadino: Antonio Decaro scelse davvero la soluzione migliore per il futuro del calcio barese?
Nel 2018 la situazione era drammatica. Il Bari era appena precipitato nel baratro del fallimento e la priorità assoluta era evitare che la città perdesse il proprio patrimonio sportivo. Da sindaco, Decaro si assunse personalmente la responsabilità di una decisione destinata a segnare il futuro del club: affidare la rinascita del Bari alla famiglia De Laurentiis.
Le motivazioni furono spiegate chiaramente, allora e ribadite negli anni successivi. Secondo Decaro, tra le candidature presentate quella dei De Laurentiis appariva la più affidabile sotto il profilo economico, organizzativo e sportivo. Esperienza nel calcio professionistico, solidità finanziaria e capacità manageriali rappresentavano, agli occhi dell’amministrazione comunale, le migliori garanzie per riportare il Bari nel calcio che conta.
Nessuno può negare che quella scelta abbia consentito al club di sopravvivere e ripartire. Ma il punto centrale del dibattito odierno non riguarda il salvataggio immediato della società. Riguarda invece la capacità di prevedere le conseguenze future di quella decisione.
Lo stesso Decaro ha successivamente ammesso di aver sottovalutato un elemento fondamentale: gli effetti della multiproprietà tra Napoli e Bari. Un’ammissione significativa perché proprio quel tema rappresenta oggi il principale motivo di tensione tra la proprietà e una parte consistente della tifoseria. La domanda che molti si pongono è semplice: era davvero impossibile prevedere nel 2018 che la convivenza tra due club appartenenti alla stessa famiglia potesse generare conflitti di interesse, limiti strategici e diffidenza da parte della piazza?
Con il senno di poi appare evidente quanto la multiproprietà non fosse un dettaglio marginale, ma un elemento strutturale destinato a influenzare il futuro del club. Bari e Napoli avevano inevitabilmente obiettivi potenzialmente divergenti e la normativa federale già lasciava intravedere la necessità, prima o poi, di una separazione. Proprio qui emerge la principale responsabilità politica di Decaro. Non tanto nell’aver scelto i De Laurentiis, quanto nell’aver privilegiato l’emergenza rispetto alla pianificazione strategica di lungo periodo.
Sorge spontanea una serie di interrogativi. Furono richieste garanzie precise sugli investimenti futuri? Esistevano impegni verificabili sulle infrastrutture, sul settore giovanile, sugli obiettivi sportivi o sui tempi di crescita del club? Furono previste clausole o strumenti capaci di tutelare la città nel caso in cui la multiproprietà fosse diventata un ostacolo allo sviluppo del Bari?
Altrettanto legittimo è chiedersi quale ruolo abbiano avuto l’imprenditoria locale e le istituzioni territoriali nel processo decisionale. Vi fu un reale coinvolgimento delle forze economiche della città? Oppure la valutazione fu concentrata prevalentemente sulla capacità immediata di garantire continuità al calcio barese? Su questi aspetti il confronto pubblico non è mai stato del tutto chiarito. E proprio questa mancanza di trasparenza comparativa tra le diverse candidature rappresenta uno dei punti più controversi della vicenda.
Decaro ha sempre difeso la propria scelta sostenendo che, nelle condizioni del 2018, avrebbe agito allo stesso modo. Una posizione comprensibile sul piano dell’emergenza amministrativa. Tuttavia, governare significa anche valutare gli scenari futuri e predisporre tutele capaci di proteggere gli interessi della comunità nel lungo periodo.
Oggi il contesto è profondamente cambiato. Il malcontento di una parte della tifoseria è diventato un dato politico rilevante. I rapporti tra Comune e proprietà si sono progressivamente deteriorati e il sindaco Vito Leccese, suo delfino, ha assunto posizioni decisamente più critiche rispetto al passato, alimentando uno scontro istituzionale che rischia di compromettere ulteriormente il clima attorno al club.
In questo scenario emerge un dato politico difficilmente contestabile: Decaro non è più chiamato a gestire direttamente le conseguenze della decisione che prese nel 2018. Eppure quella scelta continua a produrre effetti concreti sulla città, sulla società sportiva e sul rapporto tra il Bari e la sua tifoseria.
Va precisato un punto fondamentale. Questa riflessione non intende attribuire responsabilità alla famiglia De Laurentiis. I proprietari hanno investito risorse economiche nel club e hanno garantito la continuità della società dopo il fallimento. Il giudizio riguarda esclusivamente la valutazione politica compiuta dall’allora sindaco. Per questo il nodo della questione non è stabilire se i De Laurentiis fossero o meno in buona fede, ma se il Comune abbia scelto il modello proprietario più adatto alle ambizioni e alle esigenze del calcio barese.
A distanza di anni, il vero limite della decisione di Decaro sembra essere stato quello di non aver lasciato una soluzione strutturale alla questione della multiproprietà e del futuro assetto societario del Bari. Ha risolto l’emergenza del presente, ma senza costruire adeguate garanzie per il domani. Ed è proprio per questo che il giudizio storico su quella scelta resta aperto. Perché le decisioni politiche più importanti non vengono valutate soltanto per ciò che risolvono nell’immediato, ma anche per i problemi che lasciano in eredità alle generazioni successive.


