È proprio qui che occorre tracciare una linea di demarcazione: il Taranto Calcio non può diventare la porta d’ingresso per perseguire obiettivi che riguardano la città e i suoi interessi economici. La maglia rossoblù non è una leva negoziale, né può essere utilizzata per rendere più forte una posizione in partite che si giocano fuori dal campo. A Taranto si viene per contribuire alla crescita della città, non per far pesare la propria forza economica sulla città stessa
Taranto non è in vendita: l’orgoglio rossoblu si riprende il suo futuro. Dopo sedici mesi di risultati deludenti e ripetute minacce di abbandono, l’imprenditoria tarantina è pronta a rispondere. Perché la maglia del Taranto non può diventare uno strumento per perseguire interessi che nulla hanno a che vedere con il calcio.
Prima o poi doveva succedere. Perché anche la pazienza di una città ha un limite e perché esiste un orgoglio che, prima o dopo, torna a farsi sentire. A Taranto qualcosa si sta muovendo. E questa volta la risposta arriva proprio da quel territorio che qualcuno potrebbe aver considerato incapace di provvedere da sé al futuro del proprio calcio.
I fratelli Ladisa, imprenditori baresi affermati nel settore della ristorazione collettiva e proprietari della S.S. Taranto da poco più di sedici mesi, hanno avuto l’opportunità di dimostrare il valore del proprio progetto sportivo. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti: oltre settanta calciatori avvicendati, tre direttori sportivi, quattro allenatori e un campionato di Eccellenza regionale concluso senza raggiungere l’obiettivo della promozione in Serie D. Anche l’avvio del torneo attuale non ha restituito le certezze attese.
Non è una questione di denaro. Le disponibilità economiche dei Ladisa non sono in discussione. Ma i soldi non bastano per vincere, così come non possono sostituire competenza, programmazione e conoscenza del mondo del calcio. E soprattutto non comprano automaticamente il legame con una città e con i suoi colori.
Il problema, infatti, non è la provenienza geografica dei proprietari, ma il modo in cui si sceglie di rapportarsi al territorio. Le ripetute dichiarazioni di disimpegno, i continui “ce ne andiamo” seguiti da ripensamenti, hanno alimentato incertezza e preoccupazione. Come se la solidità economica della proprietà dovesse diventare un argomento sufficiente a mettere la città davanti a un bivio: accettare le condizioni imposte oppure rischiare di ritrovarsi nuovamente senza calcio. Ma Taranto non può vivere sotto scacco. E la forza economica non può trasformarsi in uno strumento di pressione su una comunità che ha già pagato prezzi altissimi per le vicissitudini della propria squadra.
C’è poi una questione ancora più delicata: il rapporto tra il Taranto e il progetto pubblico-privato da circa 82 milioni di euro. Un’operazione che, per come è stata concepita e per le criticità sollevate, pone interrogativi sostanziali sulla sua effettiva fattibilità e sulla tutela della pubblica utilità. Perché un progetto di queste dimensioni non può prescindere dall’interesse collettivo, dalle garanzie per i cittadini e dalla sostenibilità concreta dell’intervento. Se viene meno la pubblica utilità, viene meno un presupposto fondamentale dell’operazione. E nessuna disponibilità finanziaria, per quanto rilevante, può sostituire questo principio.
È proprio qui che occorre tracciare una linea di demarcazione: il Taranto Calcio non può diventare la porta d’ingresso per perseguire obiettivi che riguardano la città e i suoi interessi economici. La maglia rossoblù non è una leva negoziale, né può essere utilizzata per rendere più forte una posizione in partite che si giocano fuori dal campo. A Taranto si viene per contribuire alla crescita della città, non per far pesare la propria forza economica sulla città stessa.
Ed è in risposta a questo clima che l’imprenditoria tarantina, quella che vive il calcio con passione e considera il Taranto parte della propria identità, ha deciso di uscire allo scoperto.
Qui non siamo davanti a una suggestione o a un’ipotesi lanciata per alimentare il dibattito. Il progetto alternativo è pronto. Un gruppo di imprenditori tarantini, tifosi rossoblù, ha elaborato una proposta concreta per intervenire nella gestione della società e riportare il Taranto nel calcio professionistico. Un piano industriale con una precisa finalità sportiva, senza secondi fini legati ad attività collaterali o a interessi imprenditoriali estranei al club. L’obiettivo è restituire al Taranto una prospettiva, alla tifoseria certezze e alla città la consapevolezza di poter costruire il proprio futuro anche attraverso le proprie risorse.
Non si tratta di una guerra contro i Ladisa, né di una contrapposizione tra Taranto e Bari. Si tratta di dimostrare che esiste un’alternativa e che la città non è condannata a dipendere dalla volontà di chi, a più riprese, minaccia di abbandonarla se …
Ai proprietari attuali spetta ora il compito di dimostrare, con i fatti, quale sia il loro reale progetto per il Taranto. Non bastano le risorse economiche, non bastano le dichiarazioni e non possono bastare le continue oscillazioni tra permanenza e addio. Occorrono programmazione e rispetto.
Se davvero si vuole riportare il Taranto ai livelli che la sua storia merita, è il momento di presentare alla città un piano sportivo chiaro, credibile e verificabile. Unico per il calcio. Se invece la volontà è quella di lasciare, non si può pretendere che la paura dell’abbandono diventi uno strumento per condizionare le scelte della comunità. Perché il Taranto viene prima di ogni proprietà. Prima di ogni ambizione personale. Prima di qualsiasi interesse economico. Quella maglia non è il tramite per arrivare a mettere le mani sulla città.
L’imprenditoria tarantina ha quindi deciso di rispondere non con le minacce, ma con un progetto. Non con gli ultimatum, ma con una prospettiva. Non rivendicando il diritto di comandare sulla città, ma assumendosi la responsabilità di costruire.
La maglia rossoblù appartiene alla storia e alla passione di Taranto. Chi la indossa da proprietario ne è custode, non padrone. E se qualcuno pensa che una città possa essere messa alle strette facendo pesare il proprio portafogli, è arrivato il momento di ricordargli che Taranto ha orgoglio, competenze e imprenditori pronti a fare la propria parte. Perché i soldi possono acquistare una società. Ma non possono comprare una città. E, soprattutto, l’orgoglio rossoblù non si sottomette a nessuno!


