Nella pec inviata all’amministrazione comunale, il riferimento all’accesso agli strumenti agevolativi della ZES e alle opere di pubblica utilità è stato interpretato da alcuni come una semplice pressione esercitata sul Comune. Una lettura superficiale che rischia di non cogliere il significato più profondo della vicenda
Taranto, lo Iacovone, la ZES e il tempo che la politica non comprende. La discussione di queste ore sullo stadio Erasmo Iacovone rischia di essere letta attraverso una lente riduttiva. Da una parte la richiesta avanzata dal gruppo Ladisa di ottenere rapidamente una prospettiva certa sulla gestione dell’impianto. Dall’altra i tempi della pubblica amministrazione, inevitabilmente condizionati dalle procedure e dagli impegni connessi ai Giochi del Mediterraneo.
Eppure il vero nodo della questione non è né amministrativo né giuridico. È economico e strategico. Nella pec inviata all’amministrazione comunale, il riferimento all’accesso agli strumenti agevolativi della ZES e alle opere di pubblica utilità è stato interpretato da alcuni come una semplice pressione esercitata sul Comune. Una lettura superficiale che rischia di non cogliere il significato più profondo della vicenda.
La domanda che occorre porsi è un’altra: quale imprenditore sarebbe disposto a investire tra i 10 e i 12 milioni (se non di più) di euro in un progetto sportivo destinato a svilupparsi nell’arco di sei o sette stagioni senza conoscere con certezza il destino dell’infrastruttura principale sulla quale quel progetto dovrebbe poggiare?
Il calcio, soprattutto nelle categorie inferiori, non è un’attività economicamente autosufficiente. È noto a chiunque abbia esperienza del settore che un percorso di crescita dalla ripartenza fino al calcio professionistico richiede anni di investimenti, spesso senza ritorni immediati. I ricavi sportivi non bastano. Servono una programmazione di lungo periodo, un’organizzazione strutturata e soprattutto la disponibilità stabile dell’impianto destinato a diventare il centro dell’intero progetto.
Lo Iacovone, quindi, non rappresenta semplicemente uno stadio. È il principale asset operativo del piano industriale. Per questa ragione il richiamo alla ZES non può essere liquidato come un pretesto. È piuttosto il linguaggio tecnico attraverso il quale viene rappresentata un’esigenza molto più concreta: la necessità di avere certezza giuridica e gestionale per programmare investimenti significativi.
La vera questione è che i tempi dell’impresa e quelli della pubblica amministrazione non coincidono. Gli investitori ragionano sulla base di business plan, cronoprogrammi, assunzione di rischi e allocazione di capitali. Le amministrazioni pubbliche ragionano attraverso procedure, bandi, autorizzazioni e vincoli normativi. Quando questi due tempi si dilatano troppo, il rischio è che l’investimento non parta nemmeno.
Ed è esattamente questo il punto che sembra emergere dalla posizione del gruppo Ladisa. Non si tratta di una semplice richiesta di accelerazione burocratica. Si tratta della richiesta di una decisione politica e amministrativa che consenta di comprendere se esistano o meno le condizioni per avviare un progetto pluriennale.
La città dovrebbe interrogarsi seriamente su questo aspetto. Negli anni Taranto ha assistito all’indebolimento del proprio patrimonio calcistico fino ad arrivare a una delle fasi più difficili della sua storia recente. Oggi si presenta un gruppo imprenditoriale che dichiara di voler investire risorse consistenti, assumendosi il rischio di un percorso sportivo lungo e complesso, con l’obiettivo dichiarato di riportare il calcio tarantino verso categorie più consone alla sua tradizione.
Di fronte a una prospettiva del genere, il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di ostacolare o rinviare, ma di creare le condizioni affinché gli investimenti possano essere valutati e, se ritenuti validi, accompagnati. Nessuno, ci sembra, chiede scorciatoie o deroghe alle norme. Nessuno pretende privilegi. Si chiede però che la macchina amministrativa comprenda la portata strategica della decisione che è chiamata ad assumere.
Se davvero l’attuale situazione impedisce fino a settembre qualsiasi definizione sulla futura gestione dello Iacovone, allora è legittimo domandarsi se la città abbia valutato adeguatamente le conseguenze di questa incertezza. Perché il rischio non riguarda soltanto uno stadio. Riguarda la credibilità di Taranto nei confronti di chi è disposto a investire nel suo futuro.
Ed è proprio qui che il riferimento alla ZES assume un significato più ampio. Non come cavillo burocratico, ma come simbolo di una questione fondamentale: gli investimenti hanno bisogno di certezze, mentre l’incertezza è il principale nemico dello sviluppo. La pec dei Ladisa, letta in questa prospettiva, appare meno come una diffida e più come un punto di non ritorno. Un messaggio chiaro rivolto alla città prima ancora che all’amministrazione: senza una prospettiva certa sullo Iacovone, il progetto rischia di fermarsi prima ancora di cominciare.


