La gestione degli impianti sportivi realizzati con i Giochi. I due bandi del Comune, uno per lo Iacovone, e l’altro per tutte le altre infrastrutture considerate assieme. Taranto e’ pericolosamente sospese sopra il proprio futuro. L’interesse della collettività viene prima degli appetiti privati
Taranto, dopo i Giochi non servono promesse: occorre un modello industriale. Lo Iacovone, costato oltre 60 milioni di euro pubblici, non può diventare il terreno di una scelta già scritta. La città ha bisogno di una gestione professionale dell’intero patrimonio sportivo. E il modello Legends, per esperienza e dimensione internazionale, sembra oggi quello più coerente con questa esigenza.
Ci sono momenti nei quali una città deve avere il coraggio di scegliere il futuro. Taranto è arrivata a uno di questi momenti. I Giochi del Mediterraneo stanno per cominciare: il 21 agosto lo Iacovone ospiterà la cerimonia inaugurale e il 3 settembre quella conclusiva.
Ma mentre la città si prepara alla grande festa, c’è una partita assai più importante che rischia di essere giocata con troppa lentezza: quella della gestione degli impianti quando i Giochi saranno finiti. Perché il vero lascito di Taranto 2026 non sarà la cerimonia inaugurale. Sarà ciò che accadrà dal 4 settembre. E qui qualche domanda è ormai inevitabile.
Sessanta milioni di euro non possono diventare una scommessa. Partiamo dallo Iacovone. La ristrutturazione dell’impianto ha richiesto un investimento superiore ai 60 milioni di euro. Denaro pubblico. Un patrimonio della città.
E allora una domanda dovrebbe essere considerata quasi obbligatoria: può il futuro di un bene pubblico di queste dimensioni essere costruito principalmente intorno alle esigenze di un singolo soggetto sportivo?
La risposta, a nostro avviso, dovrebbe essere no. Non perché quel soggetto non abbia diritto di partecipare alla partita. Non perché una proposta privata debba essere pregiudizialmente respinta. Ma perché lo Iacovone non è la proprietà privata di una società calcistica. È patrimonio pubblico. E, come tale, deve produrre il massimo valore possibile per tutta Taranto.
Il problema non sono i Ladisa. Il problema è il metodo. Qui bisogna essere molto chiari. Non è in discussione il diritto del gruppo Ladisa a presentare una proposta. Non è in discussione neppure la legittimità, in astratto, dello strumento del project financing. Il Codice dei contratti pubblici prevede espressamente procedure di partenariato pubblico-privato e proprio il Comune di Taranto ha utilizzato l’articolo 193 del decreto legislativo 36/2023 per sollecitare proposte relative alla gestione e valorizzazione degli impianti dei Giochi. La scadenza indicata dall’amministrazione era il 7 agosto 2026.
Il problema è un altro. Perché lo Iacovone deve viaggiare su un binario diverso? La stessa amministrazione ha spiegato che lo stadio è escluso dal percorso generale perché interessato dalla proposta di project financing del gruppo Ladisa e che questa dovrà essere prima valutata tecnicamente e amministrativamente.
Ed è qui che nasce il legittimo interrogativo politico. È corretto che un patrimonio pubblico di oltre 60 milioni venga sottratto al confronto complessivo sul modello gestionale degli impianti perché esiste una proposta privata? Oppure sarebbe più utile mettere tutte le proposte, tutte le competenze e tutti i modelli industriali davanti allo stesso interesse pubblico? La domanda non è retorica. È il cuore della questione.
Perché attendere? In città circola da tempo la convinzione che la gestione dello Iacovone sia legata anche agli equilibri politici che hanno accompagnato il passaggio del Taranto Calcio alla famiglia Ladisa. Su questo punto, però, sarebbe scorretto trasformare indiscrezioni o convinzioni politiche in fatti accertati senza documenti. Ma proprio per questo la domanda deve essere rivolta pubblicamente all’amministrazione: quali sono oggi gli atti formali che regolano il rapporto fra la proposta Ladisa e il futuro dello Iacovone?
Qual è il progetto? Qual è il piano economico-finanziario? Quali investimenti privati sono previsti? Quali ricavi? Quale durata della concessione? Quali obblighi manutentivi? Quale equilibrio economico? Quale ritorno per il Comune? Quali garanzie nel caso in cui gli obiettivi economici non vengano raggiunti?
E soprattutto: perché il Comune dovrebbe ritenere preferibile quel modello rispetto a una proposta industriale che riguardasse l’intero patrimonio sportivo cittadino?
Sono domande semplici. Ma sono domande che una città che ha investito decine di milioni di euro ha il diritto di porre. La “cittadella dello sport” non può essere la condizione per entrare dalla porta dello Iacovone
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: l’ipotesi di una “cittadella dello sport” nelle aree prospicienti lo stadio. Anche qui, nessun pregiudizio. Se esiste un progetto serio, lo si presenti. Se è economicamente sostenibile, lo si dimostri. Se è urbanisticamente possibile, lo si verifichi. Se produce occupazione, si quantifichi. Se porta investimenti privati, si mettano sul tavolo cifre e tempi. Ma una cosa deve essere evitata: che la gestione di un bene pubblico diventi il presupposto per ottenere, direttamente o indirettamente, ulteriori possibilità edificatorie o di valorizzazione immobiliare senza un confronto trasparente sull’interesse pubblico complessivo.
Prima si stabilisce quanto vale l’interesse della città. Poi si costruisce il progetto. Non il contrario.
Ed è qui che entra in campo Legends In questo scenario esiste un’alternativa che merita di essere valutata senza pregiudizi e, anzi, con particolare attenzione. È Legends Global. Non perché sia americana. Non perché sia più grande. Ma perché rappresenta un modello industriale che sembra rispondere esattamente alla domanda che Taranto deve porsi: come si trasforma uno stadio da costo di gestione a piattaforma economica capace di produrre attività per tutto l’anno?
Legends oggi documenta una presenza in alcune delle più importanti realtà sportive e di intrattenimento europee: Arsenal, Chelsea, Real Madrid, FC Porto, Valencia, OVO Arena Wembley e altre strutture internazionali. Non è quindi il curriculum di un semplice concessionario di impianti. È quello di un operatore abituato a lavorare sull’intera economia della azienda.
Hospitality. Food & beverage. Eventi. Esperienza del pubblico. Commerciale. Sponsorizzazioni. Meeting. Attività nei giorni senza partita. E soprattutto capacità di trasformare lo spazio fisico in un’attività economica permanente.
L’esempio dell’Arsenal è illuminante: dal 2026/27 Legends è stata scelta come official caterer dell’Emirates Stadium per le attività food & beverage nei giorni di partita e non-matchday, per l’hospitality e per lo sviluppo delle attività Meetings & Events. A Porto, il gruppo ha ottenuto un accordo quinquennale per gestire le attività di food & beverage dell’Estádio do Dragão, comprese le aree ordinarie e quelle premium.
Questo è il punto. Legends non vende semplicemente la gestione di uno stadio. Vende un modello di business per uno stadio. La differenza è enorme Un modello tradizionale ragiona così: partita, apertura dello stadio, servizio, chiusura.
Un modello industriale ragiona diversamente: partita, hospitality, ristorazione, sponsor, merchandising, eventi, congressi, concerti, meeting, attività commerciali, turismo, nuove manifestazioni, formazione, occupazione. È la differenza fra avere un impianto e avere una azienda. Ed è esattamente ciò di cui Taranto avrebbe bisogno.
Non uno stadio. Un sistema sportivo. Ma c’è un’altra ragione per cui Legends dovrebbe essere valutata con particolare attenzione. La proposta più interessante per Taranto non sarebbe quella di affidarle soltanto lo Iacovone. Sarebbe quella di verificare la possibilità di un modello integrato per l’intero patrimonio sportivo dei Giochi.
Iacovone. PalaMazzola. Stadio del nuoto. PalaRicciardi. Gli altri impianti strategici. Il Comune ha già impostato il percorso di affidamento dei diversi impianti proprio nella prospettiva di una gestione capace di produrre valore anche dopo i Giochi. Allora perché non chiedere al mercato chi sia capace di farlo?
E se esiste un operatore internazionale che ha già dimostrato di saper gestire realtà sportive, hospitality, food & beverage, eventi e attività commerciali in alcune delle principali strutture europee, sarebbe davvero singolare non sottoporlo a un confronto serio.
La vera domanda è il lavoro. Qui arriviamo al punto che interessa maggiormente una città come Taranto. Il lavoro. Non si può promettere un numero di occupati senza un business plan. Non possiamo scrivere che Legends produrrà automaticamente 2.000 posti di lavoro. Sarebbe giornalisticamente debole. Possiamo però pretendere che il Comune chieda a Legends, come a qualsiasi altro candidato: quanti posti di lavoro siete in grado di creare? Quanti saranno diretti? Quanti nell’indotto? Quanti residenti a Taranto? Quali professionalità? Quante giornate lavorative? Quale piano di formazione? Quanti giovani? Quanti tirocini? Quale percentuale di personale locale? E per quanti mesi all’anno?
Questa sarebbe una vera politica industriale. Perché uno stadio gestito per dodici mesi può generare lavoro molto oltre il perimetro del campo. Catering. Ristorazione. Pulizie. Sicurezza. Manutenzione. Tecnici audio e video. Allestimenti. Trasporti. Alberghi. Comunicazione. Marketing. Commercio. Merchandising. Servizi.
È una filiera. E Taranto ha bisogno di filiere. Soprattutto adesso. Perché la città sta vivendo uno dei passaggi economici più delicati della propria storia. La crisi dell’ex Ilva pesa sul presente e soprattutto sul futuro industriale e occupazionale del territorio. Non possiamo pensare che lo sport possa sostituire la grande industria. Ma possiamo pensare che lo sport diventi uno dei nuovi settori della diversificazione economica di Taranto. Ed è proprio per questo che la scelta dei gestori non può essere considerata una pratica amministrativa ordinaria. È una scelta di politica economica.
La lentezza diventa un problema. Il Comune ha avviato a marzo una consultazione preliminare per raccogliere modelli innovativi e sostenibili di gestione. A giugno ha pubblicato l’avviso per la sollecitazione di proposte PPP, con scadenza il 7 agosto. E mentre il conto alla rovescia verso il 21 agosto è ormai quasi concluso, la questione più importante resta quella del dopo.
È qui che la lentezza dell’amministrazione rischia di diventare un problema. Non perché il Comune debba affidare frettolosamente gli impianti. Al contrario. Ma perché più si arriva tardi alle decisioni, meno tempo resta per costruire seriamente il modello gestionale che dovrà partire dopo i Giochi. E il 4 settembre arriverà. I cancelli si riapriranno. Gli impianti torneranno al Comune. E qualcuno dovrà farli funzionare. La città non ha bisogno di un vincitore già scritto Questa è forse la cosa più importante. Non bisogna scegliere prima il nome del gestore.
Bisogna scegliere prima i criteri. E poi vedere chi li soddisfa.
Ma se il confronto viene fatto sulla base di esperienza internazionale, capacità finanziaria, organizzazione, numero di eventi, capacità commerciale, hospitality, food & beverage, marketing, formazione, occupazione e capacità di riempire le strutture per 12 mesi, allora Legends parte inevitabilmente da una posizione di enorme credibilità. E sarebbe miope non riconoscerlo. Non perché debba avere la concessione. Ma perché ha un modello industriale che Taranto dovrebbe mettere seriamente alla prova.
La partita decisiva. Alla fine, la domanda è molto semplice. Taranto vuole uno Iacovone per il Taranto Calcio? Oppure vuole uno Iacovone per Taranto? Vuole impianti che funzionino quando c’è una partita? Oppure vuole impianti che producano economia anche quando non c’è una partita? Vuole affidare semplicemente le chiavi? Oppure vuole affidare un progetto industriale? La differenza è tutta qui.
Perché dopo avere investito oltre 60 milioni di euro nello Iacovone ed oltre 300 in totale sulle strutture, somme ingenti nell’intero patrimonio sportivo legato ai Giochi, il vero errore sarebbe scegliere il futuro sulla base di rapporti, consuetudini o aspettative.
Il futuro deve essere scelto sulla base del migliore progetto per Taranto. E se quel progetto sarà quello dei Ladisa, dovrà essere dimostrato con numeri, investimenti, garanzie e benefici pubblici. Se sarà quello di Legends, dovrà essere dimostrato allo stesso modo.
Ma una cosa non può accadere: che un patrimonio pubblico costruito per la città venga consegnato al futuro senza avere prima verificato quale modello sia realmente capace di produrre più sport, più eventi, più occupazione, più impresa e più valore. Taranto non ha bisogno di cattedrali nel deserto. Ha bisogno di una macchina economica che funzioni 365 giorni l’anno.
E questa, oggi, è la vera partita dei Giochi del Mediterraneo.


