La sua storia comincia a Cecina, tra mare e pallone, prima del grande salto: a soli 14 anni la chiamata della Sampdoria. Qui cresce, si forma, impara. E soprattutto incontra un maestro destinato a segnare la sua visione del calcio: Marcello Lippi, allora giovane tecnico alla guida della Primavera blucerchiata. Disciplina, lettura del gioco, mentalità: lezioni che Brunetti porterà con sé per tutta la carriera
Il difensore che ha vinto anche fuori dal campo. C’è un calcio che non fa rumore, che non vive di copertine, ma di sostanza, sacrificio e coerenza. È il calcio di uomini come Luca Brunetti: difensore centrale moderno prima ancora che il termine diventasse di moda, veloce, pulito nei piedi, grintoso senza eccessi. Uno di quelli che allenatori e compagni hanno sempre voluto al proprio fianco.
La sua storia comincia a Cecina, tra mare e pallone, prima del grande salto: a soli 14 anni la chiamata della Sampdoria. Qui cresce, si forma, impara. E soprattutto incontra un maestro destinato a segnare la sua visione del calcio: Marcello Lippi, allora giovane tecnico alla guida della Primavera blucerchiata. Disciplina, lettura del gioco, mentalità: lezioni che Brunetti porterà con sé per tutta la carriera.
L’esordio tra i professionisti, appena diciottene, arriva grazie alla fiducia di Renzo Ulivieri, ma come si diceva una volta, “bisogna farsi le ossa”: un anno in Serie C con la Rondinella Marzocco. È il trampolino giusto. Nel 1984, a soli vent’anni, Brunetti è già protagonista a Perugia, voluto da Aldo Agroppi, tecnico carismatico, autentico gestore di uomini prima ancora che di schemi.
Quella stagione resta impressa: la Serie A sfumata per un solo punto e il rimpianto di un’espulsione, proprio nella gara decisiva. Episodi che segnano, ma che forgiano.
Il passo successivo porta alla Lazio, trasferimento orchestrato da Luciano Moggi su richiesta di Eugenio Fascetti, il “visionario” del calcio a zona, quello del celebre “casino organizzato”. Una stagione complicata, segnata da una penalizzazione pesante, ma anche da una salvezza epica conquistata allo spareggio di Napoli, era in campo contro il Taranto FC, in quella partita decisa dal gol di Antonio De Vitis.
È quasi un segno del destino: Taranto diventa casa. Quattro stagioni intense, viscerali, indimenticabili. Il legame con il presidente Donato Carelli è profondo, così come quello con la tifoseria rossoblù. Brunetti rifiuta il trasferimento al Lecce, nonostante il corteggiamento di Mimmo Cataldo e della dirigenza salentina: una scelta di appartenenza, rara già allora.
A Taranto arrivano anche i numeri, tredici gol e gli episodi che diventano leggenda, come quella rete da 75 metri contro il Pescara. Oggi Brunetti sorride e “confessa”: più rinvio che tiro. Ma il calcio, si sa, vive anche di magia involontaria. Sono anni di spogliatoio vero: la vicinanza all’allenatore Enzo Nicoletti che attraversava un momento difficile, la panchina salvata evitando l’arrivo di Tarcisio Burgnich e figure come Orlando, tifoso solitario ma instancabile, voce unica ad accompagnare gli allenamenti dagli spalti dello Iacovone. La salvezza passa ancora dagli spareggi, questa volta ad Ascoli contro la Casertana FC nella stagione 1991/92. Taranto resta nel cuore, ma le esigenze del club, “fare cassa”, portano Brunetti al Brescia Calcio.
In Lombardia vive altre stagioni importanti, tra Serie A e B, lavorando con un altro maestro, Mircea Lucescu. Poi l’infortunio ai tendini, il lungo recupero, e il ritorno in campo con la Lucchese 1905, ancora sotto la guida di Fascetti. La carriera si avvia lentamente verso la conclusione, tra sacrifici e resilienza.
Un tentativo da allenatore, anche nello staff dell’amico Giuseppe Papadopulo, ma senza grande convinzione. Perché Brunetti, in fondo, aveva già chiaro il suo futuro. Fuori dal campo, infatti, emerge forse il tratto più distintivo della sua figura: la lucidità. Riservato, concreto, attento ai consigli di papà Franco, investe, con intelligenza, i proventi del calcio nel settore immobiliare. Nessun azzardo, nessuna deriva: solo visione e prudenza. Oggi, superati i sessant’anni, gestisce personalmente le sue proprietà e il suo agriturismo. Vive tra il lavoro e le passioni di sempre: il mare di Cecina, la pesca a traino, il suo gozzo. La famiglia. Una vita piena, equilibrata, costruita senza clamore.
Sul calcio moderno ha idee chiare e non sempre concilianti: critica il poco spazio dato ai giovani italiani, le difficoltà nella loro crescita e un sistema che percepisce sempre più appiattito. La differenza più grande rispetto al suo tempo? “Non c’è più fame”, dice. Forse è proprio qui il punto. Perché la storia di Luca Brunetti non è solo quella di un difensore affidabile e di una carriera lunga vent’anni. È la storia di un uomo che ha saputo leggere il proprio tempo, dentro e fuori dal campo. Che ha scelto, spesso controcorrente. E che oggi può guardarsi indietro con una certezza rara: aver vinto, davvero, la partita più importante.


