Dopo l’Italia che non si qualifica ai mondiali, Lele Adani che fa il telecronista Rai. Cosa abbiamo fatto di così male per meritarci tutto questo? Ridateci i Nicolò Carosio. I Nando Martellini. I Sandro Ciotti. I Bruno Pizzul. Ridateci la competenza e lo stile alle recite buffonesche
È arrivato il momento di far scendere Lele Adani dal carro della telecronaca. Sta crescendo, e finalmente senza timori, un dissenso diffuso nei confronti del modo di fare telecronaca di Lele Adani. Era anche ora.
Non c’era bisogno di attendere le esplosioni verbali che hanno accompagnato la vittoriosa prestazione dell’Argentina contro l’Inghilterra ai Mondiali per accorgersi che qualcosa, da tempo, non funziona. Quell’episodio è stato soltanto il punto di rottura di un malcontento che molti appassionati covavano da anni.
Chi, come me, ha avuto la fortuna di innamorarsi del calcio ascoltando i grandi maestri della telecronaca italiana conosce bene quale fosse il senso autentico di questo mestiere.
C’era Nicolò Carosio, il padre di tutti i cronisti sportivi italiani. Fu lui a inventare un linguaggio capace di raccontare il calcio prima alla radio e poi in televisione. Milioni di italiani impararono a “vedere” la partita attraverso le sue parole, sempre misurate, precise, eleganti.
Poi arrivò Sandro Ciotti, con quella voce roca inconfondibile, un ritmo narrativo unico, una straordinaria capacità di evocare immagini senza mai diventare protagonista dell’evento. Con “Tutto il calcio minuto per minuto” entrò nella leggenda.
Come dimenticare Nando Martellini, che nel 1982 consegnò alla storia dello sport italiano quel semplice e immortale: “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. Nessun eccesso, nessuna recita. Solo la forza irripetibile del momento. E ancora Bruno Pizzul, esempio di competenza, equilibrio e sobrietà. Mai una parola fuori posto, mai il desiderio di sovrastare la partita. Fino ad arrivare a Marco Civoli che, dopo il rigore trasformato da Fabio Grosso nella finale del 2006, trovò un’espressione destinata a restare nella memoria collettiva: “Il cielo è azzurro sopra Berlino”.
Potrei citarne molti altri, tutti diversi tra loro, ma accomunati da una caratteristica fondamentale: avevano uno stile. Sapevano che il protagonista era il calcio, non il telecronista. La telecronaca dovrebbe essere questo: un racconto essenziale, competente, rispettoso del gioco. Una voce che accompagna lo spettatore senza invaderlo, lasciando che siano il pallone, le immagini e perfino il silenzio, nei momenti decisivi, a trasmettere le emozioni.
È una filosofia narrativa ben precisa: il cronista è al servizio dell’evento, non viceversa. Ed è proprio qui che nasce la distanza con Lele Adani. Il suo modo di intervenire è continuo, quasi incessante. Il linguaggio è costantemente enfatico, spesso sopra le righe e finisce per sovrapporsi alla voce del telecronista. Più che accompagnare la partita, sembra volerla interpretare per conto dello spettatore.
La telecronaca, invece, dovrebbe raccontare ciò che accade, non guidare il giudizio di chi guarda. Le analisi tattiche sono certamente legittime e rappresentano un valore aggiunto quando arrivano con misura. Ma quando diventano continue, assolute, perentorie, finiscono per trasformarsi in una lezione permanente, quasi nell’imposizione di una chiave di lettura unica.
Lo spettatore non ha bisogno di qualcuno che gli spieghi continuamente cosa deve pensare. Ha bisogno di essere informato, accompagnato e lasciato libero di costruire la propria interpretazione della partita. Adani, invece, da troppo tempo sembra aver oltrepassato questo confine.
Più che una seconda voce tecnica, appare il protagonista della telecronaca. Interviene su tutto, commenta tutto, enfatizza tutto. Indossa, a seconda delle circostanze, i panni del tifoso, dell’ideologo del calcio, del predicatore di una visione personale del gioco, piuttosto che quelli del commentatore discreto al servizio del pubblico. Il rischio è evidente: la telecronaca smette di essere il racconto della partita e diventa il racconto della partita secondo Adani.
È una differenza enorme. Lele Adani conosce il gioco, lo studia, lo vive con passione. Ma la competenza, da sola, non basta per fare una grande telecronaca. Occorrono misura, equilibrio, capacità di lasciare spazio alle immagini, rispetto per chi ascolta e per il ruolo che si ricopre.
Le emozioni più grandi del calcio non hanno mai avuto bisogno di essere urlate. Sono bastate le parole giuste, pronunciate al momento giusto. Forse è proprio questo che oggi manca.
Il calcio non ha bisogno di un protagonista in cabina di commento. Ha bisogno di una voce che sappia raccontarlo con autorevolezza, senza occupare la scena. Per questo il dissenso che oggi si sta manifestando non è un attacco personale, ma la richiesta di recuperare uno stile che ha fatto grande la scuola italiana della telecronaca sportiva.
Il carro dell’enfasi continua sembra aver percorso abbastanza strada. Forse è davvero arrivato il momento di scendere e tornare all’essenza del racconto sportivo: lasciare che sia il calcio a parlare.
Le grandi telecronache della nostra storia non sono diventate immortali perché chi le raccontava parlava di più. Sono rimaste nella memoria perché parlavano meglio. È questa la differenza. Ed è proprio questa differenza che oggi, più che mai, sentiamo il bisogno di ritrovare.


