di Vittorio Galigani
La telefonata arrivò nel cuore della notte: “A Vittò, ve stanno a frega! A Taranto se so venduti la partita. Hanno fatto fori pure a me. Non va bene. Ho registrato tutto. Vedemose che li denuncio a tutti, te faccio salvà!” Era la voce inconfondibile, con spiccato accento in romanesco, di Angelo Becchetti, l’allenatore che solo da pochi giorni, dopo l’ennesimo passo falso della sua squadra, era stato esonerato dal Taranto. La storia mai raccontata di come andarono realmente i fatti nella partita tra gli jonici e il Padova
Sono trascorsi 40 anni, eravamo a fine di maggio del 1985. Venivo da una bellissima esperienza a Fano dove, da pochi giorni, avevamo vinto il campionato di serie C2. Inaspettata arrivò la chiamata da Cagliari. In serie B mancavano da giocare ancora 3 partite essendo il campionato più lungo. Il fascino della Sardegna, del Sant’Elia, su tutto mi convinse il piacere di avere al mio fianco Gigi Riva, che di quella Società era il Vice Presidente. Diventammo buoni amici da subito. In quella squadra, allenata da Renzo Ulivieri, giocavano ancora il portiere Roberto Sorrentino e Gigi Piras. Anche se la classifica non era delle migliori accettai con entusiasmo.
In B erano previste quatto retrocessioni dirette. Alla vigilia dell’ultima di campionato la zona bassa della classifica vedeva Monza, Bologna, Cesena e Sambenedettese a 35 punti, Arezzo, Campobasso e Catania 34; Cagliari, Varese e Padova 33; Parma 25 e Taranto 23 già retrocesse.
Il 16 giugno si sarebbe giocata l’ultima del girone di ritorno, tra le altre si dovevano giocare Taranto – Padova. I veneti avevano la necessità di fare bottino pieno per avere la garanzia della permanenza tra i cadetti. Per gli ionici una gara senza interesse, essendo già retrocessi. Al Sant’Elia si sarebbe contemporaneamente disputata Cagliari – Catania. Per salvarci avremmo dovuto vincere lo scontro diretto con il Catania di Angelo Massimino al quale, invece, bastava 1 solo punto.
La telefonata arrivò nel cuore della notte: “A Vittò, ve stanno a frega! A Taranto se so venduti la partita. Hanno fatto fori pure a me. Non va bene. Ho registrato tutto. Vedemose che li denuncio a tutti, te faccio salvà!” Era la voce inconfondibile, con spiccato accento in romanesco, di Angelo Becchetti, l’allenatore che solo da pochi giorni, dopo l’ennesimo passo falso della sua squadra, era stato esonerato dal Taranto.
Becchetti era un amico. Vivevamo entrambi nelle Marche. Lui a Pesaro da tempo immemorabile. Al tempo era uno dei “maestri” (così si diceva in quegli anni) più esperti della serie cadetta. Parlammo a lungo quella notte, mi raccontò nei dettagli quanto stava succedendo nello spogliatoio dei rossoblu. Non ero molto convinto. Alla fine ci lasciammo con la promessa di risentirci quanto prima.
Il mattino successivo convocai in sede il presidente Fausto Moi, sua moglie che faceva vita di azienda, Gigi Riva ed il nostro tecnico Renzo Ulivieri. Li informai di tutto, dettagliatamente. Decidemmo, di comune accordo, di approfondire i fatti. Contattai telefonicamente un mio amico di Pesaro, allora vicepresidente della Società marchigiana, pregandolo di recarsi a casa di Becchetti per verificare la bontà delle registrazioni in suo possesso.
Nella stessa mattinata venni richiamato: “Vittorio – disse il mio amico – Angelo ha in mano delle ‘bombe’. Ancor più gravi di quanto tu possa immaginare. E’ tutto vero”. Riferii ai miei dirigenti e fui autorizzato a mantenere i contatti. In attesa dei prossimi risultati dell’ultima di campionato. L’eventuale vittoria contro il Catania avrebbe dissolto tutti i nostri timori sulla retrocessione. Diversamente.
Per tutta la settimana mantenni vivo in rapporto con Becchetti, il quale, imperterrito proseguiva nel registrare tutte le sue chiacchierate telefoniche con Sgarbossa. Il giocatore del Taranto, ex del Padova, più di tutti coinvolto nella combine con i biancoscudati.
Il 16 giugno 1985, come nelle previsioni, i patavini fecero bottino pieno allo Iacovone, vincendo per 2 a 1. Alcuni ragazzi del Taranto, tra i quali Pasquale Traini, Guido Biondi e Bizzotto, si rifiutarono di scendere in campo. Al Sant’Elia chiudemmo sullo zero a zero la partita con il Catania. Con una scialba prestazione. Marco Branca, a porta sguarnita, sbagliò la più facile delle occasioni. Sulla carta il Cagliari era sceso in serie C.
A fine partita Fusto Moi e tutto lo staff, compreso “Rombo di tuono”, mi guardavano con gli occhi sbarrati sollecitandomi ad intervenire. Dallo spogliatoio del Sant’Elia, con un telefono a gettoni, chiamai Becchetti avvisandolo che la mattina successiva sarei andato a trovarlo in compagnia del presidente. Riuscimmo, miracolosamente, a imbarcarci sull’ultimo volo per Roma, il 17 giugno alle sei del mattino eravamo già in autostrada diretti verso Pesaro. Arrivammo in tarda mattinata.
Becchetti sentitosi abbandonato, escluso e tradito dai suoi giocatori era incontenibile. Voleva vendetta. Aveva registrato, con un marchingegno dell’epoca, collegato all’apparecchio telefonico di casa, tutte le ultime conversazioni avute con Sgarbossa. Il ragazzo gli aveva ingenuamente ammesso tutta la combine, l’importo ricevuto ed il nome degli altri quattro compagni di squadra che aveva coinvolto. Era tutto conservato sul nastro di una bobina. In nostra presenza, a viva voce, fece l’ultima chiamata registrando anche quella. Minacciò il giocatore di “sputtanare” tutto pubblicamente.
Sgarbossa intimorito e nel tentativo (inutile) di tacitare il suo ex allenatore, peggiorò la situazione. Gli promise la consegna, immediata, della sua parte di denaro. Parlava in dialetto veneto, fissò un appuntamento per il giovedì successivo, all’uscita del casello autostradale di Pesaro. Doveva salire a Padova per motivi personali e si sarebbe fermato appositamente, durante il viaggio, proprio per soddisfare le pretese del tecnico.
Le prove, a quel punto, erano schiaccianti, ma bisognava passare alla seconda fase, quella più importante. Bisognava informare i competenti Organi della Federcalcio. Becchetti sapeva già come contattare Manin Carabba, allora a capo dell’ufficio Indagini. Sentii come spiegò, telefonicamente, l’accaduto. Lo informò anche dell’appuntamento già fissato con Sgarbossa, per il giovedì successivo. L’inquisitore assicurò che a quell’incontro sarebbe stato presente anche lui e invitò Becchetti a spedire, immediatamente, in Federcalcio la sua denuncia di illecito. Accompagnai personalmente Angelo al più vicino ufficio postale trattenendo per me, per maggiore sicurezza, una fotocopia di quella preziosa “raccomandata”.
Fausto Moi, esterrefatto non credeva ai suoi occhi, promise a Bacchetti che a giochi fatti, per riconoscenza, gli avrebbe fatto un bel regalo. Angelo possedeva una Fiat 132, allora ammiraglia della casa torinese, si presentò, puntuale, all’appuntamento. Manin Carabba, per non essere riconosciuto, si era sdraiato sul sedile posteriore della vettura. Immobile ed invisibile, totalmente coperto da un vecchio impermeabile sgualcito. Giunto fuori dal casello parcheggiò anche Sgarbossa ed entrò nell’auto del suo vecchio allenatore, sedendosi al suo fianco.
Teneva in mano una copia del Corriere del Giorno nel quale erano avvolti 9 milioni delle vecchie lire. Mentre consegnava quel denaro a Becchetti, Manin Carabba uscì dal suo “nascondiglio” afferrando quel prezioso pacchettino, qualificandosi. Avevo inoltre munito Becchetti della strumentazione necessaria per registrare la conversazione che si stava svolgendo all’interno dell’auto.
Il resto è storia. Sgarbossa confessò di aver organizzato tutto da tempo. Aveva ricevuto dalle mani di Angelo Zarpellon, vicepresidente del Padova, cento milioni di lire in due tranche. Ammise che oltre al tecnico romano aveva coinvolto quattro compagni di squadra, Paese, Vito Chimenti, Frappampia e Dino Bertazzon. Vennero tutti squalificati. Compreso Zarpellon. Il Padova retrocesso in serie C ed il Cagliari venne ripescato tra i cadetti.
Fausto Moi non mantenne mai la parola data. Becchetti non ottenne mai la ricompensa promessagli. Era già avanti con gli anni e quella squalifica segnò la fine della sua carriera. A Cagliari viveva anche l’avvocato Carlo Porceddu, a quei tempi uno dei migliori collaboratori di Manin Carabba, mi dette la “caccia” per un lungo periodo (sulle labbra aveva il sorriso di quello che sa, ma non ha le prove) cercando, inutilmente, di carpirmi la verità sull’accaduto.
Era l’estate del 1985. Quel Taranto, retrocesso e dichiarato fallito, durante l’estate passò dalle mai del Cavaliere Pignatelli all’ingegner Vito Fasano che, in una sola stagione, riportò i rossoblu tra i cadetti. Destino volle che nel primo anno di B, a fine febbraio 1987 chiamò il sottoscritto per fare il direttore generale. La squadra era ultima in classifica. Ci salvammo agli spareggi, battendo Lazio e Campobasso.


