La partita di calcio tra Cremonese ed Entella. La serie B. Arvedi. Gozzi. E quel sogno nel cassetto che riguarda il mio Taranto
Lasciatemi sognare: il derby dell’acciaio e il futuro che vorrei per Taranto. C’è una vocina che ogni tanto mi si mette accanto e mi dice: “Ma che ti interessa?” Già. Che mi interessa? Sto guardando Cremonese-Entella. Lo Zini di Cremona, la Serie B, una partita che apparentemente con Taranto c’entra poco o niente. Anzi, proprio niente. E invece no.
Perché da una parte c’è la Cremonese di Giovanni Arvedi, dall’altra l’Entella di Antonio Gozzi. Due presidenti. Due imprenditori. Due uomini profondamente legati alle proprie squadre e alle proprie città. E, soprattutto, due nomi pesanti della siderurgia italiana. E allora quella vocina che prima mi chiedeva cosa c’entrasse Taranto comincia a capire. Perché oggi Arvedi e Gozzi sono avversari sul campo. Uno spera che vinca la Cremonese, l’altro naturalmente farà il tifo per l’Entella. Novanta minuti, pallone, gol, arrabbiature, gioie. Poi, però, il calcio finisce. E la partita diventa un’altra. Quella dell’acciaio. Quella dell’ex Ilva. Quella di Taranto.
Federacciai, presieduta proprio da Antonio Gozzi, ha presentato insieme a quattordici imprese associate una manifestazione d’interesse per gli stabilimenti ex Ilva. Tra quelle imprese c’è anche Acciaieria Arvedi, insieme a nomi importanti della siderurgia italiana. Attenzione: non stiamo parlando di un’acquisizione già fatta, né di una soluzione già scritta.
La manifestazione d’interesse è preliminare e non vincolante e dovrà essere verificata nelle sue condizioni industriali, economiche e giuridiche. E la partita dell’ex Ilva è tutt’altro che semplice. Ma il fatto che una parte così importante della siderurgia italiana abbia deciso di sedersi allo stesso tavolo, questo sì, è un fatto che merita attenzione.
E a me, sinceramente, fa venire voglia di sognare. Perché Arvedi e Gozzi non sono uomini arrivati ieri nel mondo dell’acciaio. L’acciaio lo conoscono. Conoscono gli impianti, i mercati, gli investimenti, i costi dell’energia, la tecnologia. Conoscono soprattutto la difficoltà di produrre acciaio in Europa e di farlo in maniera competitiva.
E allora penso a Taranto. Penso a quella gigantesca fabbrica che per decenni è stata contemporaneamente ricchezza, lavoro, orgoglio industriale, dolore, conflitto, paura, inquinamento, speranza. Penso a una città che da troppo tempo vive con una domanda appesa sulla testa: che cosa vogliamo diventare?
E qui torna la mia vocina. “E tu che ne sai?” Niente. Non sono un siderurgico. Non sono un ingegnere ambientale. Non sono un economista. E infatti non mi metto a spiegare quale tecnologia sia migliore, quale forno sia più conveniente, quale modello produttivo sia più sostenibile. Queste cose le lascio a chi ha studiato per occuparsene.
Io sono un tarantino. E da tarantino posso permettermi una speranza. Quella di vedere finalmente arrivare qualcuno che, oltre ai numeri, abbia un progetto industriale. Qualcuno che sappia che dietro una tonnellata di acciaio non ci sono soltanto bilanci e margini, ma persone, famiglie, quartieri, attività commerciali, futuro.
Qualcuno che abbia il coraggio di dire che Taranto non deve scegliere necessariamente tra lavoro e ambiente. Che la siderurgia del futuro dovrà essere diversa da quella del passato. Più moderna, più efficiente, più tecnologica, più attenta all’ambiente. E soprattutto capace di produrre.
Perché una città industriale senza industria rischia di diventare soltanto la fotografia sbiadita di quello che è stata. E Taranto non merita di essere una fotografia. Merita di tornare a essere una città che produce, che investe, che assume, che innova. Una città nella quale un ragazzo possa ancora immaginare di costruirsi il futuro senza essere costretto a fare la valigia.
La manifestazione di interesse della cordata italiana, peraltro, riguarda al momento le attività a valle delle bramme e non l’area a caldo, che resta al centro delle vicende giudiziarie e industriali. È quindi ancora presto per parlare di rinascita e sarebbe sbagliato vendere sogni come certezze. Ma una cosa diversa possiamo permettercela. Possiamo guardare quella porta che si è aperta e chiederci cosa potrebbe esserci dall’altra parte.
E io, dall’altra parte, vorrei vedere un’industria. Non quella vecchia, con le sue contraddizioni e le sue ferite. Un’industria nuova. Capace di coniugare lavoro e ambiente. Capace di fare profitto senza considerare il territorio un dettaglio. Capace di restituire a Taranto non soltanto posti di lavoro, ma anche dignità industriale. E magari, perché no, capace di riportare nella nostra città quella parola che abbiamo quasi smesso di usare: futuro.
Poi c’è il calcio. E qui la faccenda si fa ancora più personale. Perché guardando Cremonese-Entella penso che Arvedi e Gozzi appartengano a una categoria che nel calcio italiano sta diventando sempre più rara: quella del presidente-imprenditore che mette faccia, soldi, passione e anche una parte della propria identità dentro una squadra. Quelli che allo stadio soffrono. Quelli che si arrabbiano. Quelli che gioiscono. Quelli che magari il giorno dopo una sconfitta non hanno neppure voglia di parlare.
Uomini di un’altra epoca, forse.Ma proprio per questo affascinanti. E allora mi concedo un’ultima divagazione. Una di quelle che la vocina, a questo punto, mi proibirebbe categoricamente. “Adesso non esagerare.”
E invece esagero. Perché se davvero Arvedi e Gozzi dovessero trovarsi dalla stessa parte nella partita industriale per il futuro dell’ex Ilva, lasciatemi fantasticare. Lasciatemi immaginare che due presidenti di calcio abituati a contendersi tre punti possano, fuori dal campo, contribuire a costruire una prospettiva per una città che di punti ne ha persi fin troppi.
E allora, per una volta, voglio fare il tifoso anch’io. Non della Cremonese. Non dell’Entella. Ma di Taranto. Tifo per chiunque abbia davvero la capacità, la serietà e la voglia di rimettere in piedi una grande industria senza sacrificare la salute delle persone. Tifo per gli investimenti. Tifo per la tecnologia. Tifo per il lavoro. Tifo per l’ambiente. Tifo per i giovani che possano restare. Tifo per una città che non debba più scegliere se essere operaia o vivibile, industriale o sana.
E, già che ci siamo, mi concedo anche un ultimo sogno.Quello rossoblù. Perché se due presidenti “vecchio stampo” possono ritrovarsi avversari allo stadio e alleati nella grande partita dell’acciaio, chissà che un giorno qualcuno di quel mondo non possa guardare anche verso Taranto e pensare che questa città, oltre a una grande fabbrica, avrebbe bisogno di tornare ad avere anche una grande squadra.
“Ma tu veramente stai pensando che Arvedi o Gozzi possano occuparsi del Taranto?” No. Non sto dicendo questo. Sto sognando. E i sogni, almeno quelli, non hanno bisogno della due diligence. Perciò, cara vocina curiosa, per una volta lasciami stare.
Lasciami guardare la partita. Lasciami pensare che oggi, allo Zini, Cremonese ed Entella si giochino soltanto novanta minuti. E che domani, magari, Arvedi e Gozzi possano contribuire a giocare una partita molto più importante. Quella per restituire a Taranto un futuro industriale. E, perché no, un giorno anche un futuro calcistico all’altezza della sua storia. Lasciatemi sognare. Per la mia città. Per il mio lavoro. Per il mio calcio. Per Taranto.


