La Federcalcio ha da tempo inserito nel proprio Piano Strategico un progetto di credito d’imposta destinato ai club che investono nella formazione e nell’utilizzo di giovani calciatori under 23 selezionabili per le Nazionali. Un tax credit che consentirebbe di alleggerire il costo del lavoro e, soprattutto, di rendere economicamente conveniente valorizzare il prodotto dei vivai anziché ricorrere sistematicamente al mercato estero. Ad oggi quella proposta non è stata ancora tradotta in legge, ma rappresenta una delle poche riforme realmente strutturali sul tavolo
La Nazionale e quella “mission” quasi impossibile della rinascita. Si può cambiare il commissario tecnico. Si può cambiare il presidente federale. Ma finché non cambierà il sistema, cambieranno soltanto i nomi, non i risultati.
La ricostruzione della Nazionale italiana assomiglia sempre più a un’impresa quasi impossibile. L’entusiasmo suscitato dall’arrivo di Claudio Ranieri quale coordinatore tecnico, il ritorno di Roberto Mancini alla guida degli Azzurri e la volontà del nuovo presidente federale Giovanni Malagò rappresentano certamente un segnale di discontinuità. Ma nessun uomo, per quanto preparato e autorevole, può ribaltare da solo un sistema che da anni mostra limiti strutturali.
I numeri raccontano meglio di qualsiasi opinione la profondità del problema. La Serie A conta circa 550 calciatori tesserati distribuiti tra venti società. Di questi, poco più di un centinaio sono italiani e appena una sessantina occupa stabilmente un posto da titolare. È da questo bacino estremamente ridotto che il commissario tecnico è chiamato a costruire una squadra capace di competere con le grandi potenze europee e mondiali. Una sfida che appare proibitiva.
La difficoltà è confermata anche dal rendimento internazionale dei club italiani. Al netto di qualche exploit, il nostro movimento fatica sempre più a imporsi con continuità nelle competizioni europee. Se il livello medio delle società è in calo, è inevitabile che anche la Nazionale finisca per risentirne.
C’è poi una seconda questione, meno tecnica ma altrettanto decisiva. La proprietà dei club italiani è cambiata profondamente. Oggi oltre la metà delle società di Serie A appartiene a gruppi stranieri. È una trasformazione che risponde alle logiche della globalizzazione del calcio e che non può essere demonizzata. Tuttavia è altrettanto evidente come una proprietà internazionale persegua, legittimamente, gli interessi economici e sportivi del proprio club, non quelli della Nazionale italiana. La valorizzazione di un giovane italiano diventa quindi una scelta subordinata alle esigenze di bilancio e di rendimento immediato.
È proprio qui che emerge una delle più grandi lacune del nostro sistema. Lo Stato e il mondo del calcio non hanno ancora costruito un vero meccanismo di incentivazione capace di premiare chi investe sui giovani italiani. Eppure una proposta concreta esiste già. La Federcalcio ha da tempo inserito nel proprio Piano Strategico un progetto di credito d’imposta destinato ai club che investono nella formazione e nell’utilizzo di giovani calciatori under 23 selezionabili per le Nazionali. Un tax credit che consentirebbe di alleggerire il costo del lavoro e, soprattutto, di rendere economicamente conveniente valorizzare il prodotto dei vivai anziché ricorrere sistematicamente al mercato estero. Ad oggi quella proposta non è stata ancora tradotta in legge, ma rappresenta una delle poche riforme realmente strutturali sul tavolo.
Accanto a questa misura sarebbe opportuno ripensare anche alcune norme federali, rafforzando la tutela dei club che investono nei propri vivai e offrendo maggiori garanzie sul mantenimento del vincolo sportivo dei giovani calciatori, così da giustificare gli importanti investimenti economici sostenuti dalle società.
I risultati delle Nazionali giovanili dimostrano, infatti, che il talento non manca. Dall’Under 17 all’Under 21, l’Italia occupa stabilmente le prime posizioni del ranking europeo; l’Under 20 è tra le migliori al mondo. Il problema nasce nel passaggio decisivo verso il professionismo. Molti ragazzi che brillano con la maglia azzurra trovano poi una porta sbarrata nelle rispettive prime squadre. Una mentalità conservatrice continua a privilegiare l’esperienza immediata rispetto alla crescita del talento. Viene quasi da pensare, con una provocazione forse non troppo lontana dalla realtà, che perfino un fenomeno come Lamine Yamal, se fosse nato calcisticamente in Italia, avrebbe probabilmente incontrato molte più difficoltà nel conquistarsi un posto da titolare.
Nemmeno la Lega Serie A sembra considerare la crescita della Nazionale una priorità. È comprensibile che il campionato difenda la propria autonomia e i propri interessi economici, ma resta il fatto che, troppo spesso, il calendario e le esigenze dei club finiscono per prevalere sulle necessità degli Azzurri. È un conflitto di interessi che il calcio italiano si trascina da anni e che, in alcune occasioni decisive, ha contribuito ad alimentare ulteriori difficoltà nel percorso della Nazionale.
Emblematico è anche il caso dell’Atalanta. Per anni il club bergamasco è stato il modello europeo nella valorizzazione dei giovani. Oggi continua a rappresentare un’eccellenza, ma perfino una società così virtuosa deve fare i conti con un sistema che non premia adeguatamente gli investimenti nei vivai. Senza adeguate tutele normative e senza incentivi fiscali, persino chi ha costruito la propria identità sulla crescita dei talenti è costretto a rivedere strategie e investimenti.
La rinascita del calcio italiano, dunque, non dipenderà esclusivamente dalle intuizioni di Ranieri, dalle scelte di Mancini o dall’azione politica di Malagò. Dipenderà soprattutto dalla capacità di riformare un sistema che oggi presenta criticità tecniche, economiche, culturali e organizzative.
Il tempo, però, non concede tregua. Già a settembre gli Azzurri saranno chiamati a un banco di prova delicatissimo nella UEFA Nations League contro Francia, Belgio e Turchia. Una qualificazione che non può essere fallita, non soltanto per il prestigio della competizione, ma perché rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di rilancio della Nazionale e nell’avvicinamento al prossimo Campionato Europeo.
Cambiare gli uomini può rappresentare l’inizio. Cambiare il sistema è l’unica strada per restituire all’Italia un posto stabile tra le grandi del calcio mondiale.
Le grandi Nazionali non nascono infatti per caso. Sono il prodotto di un’organizzazione che mette al centro il talento, lo protegge e lo valorizza. L’Italia continua invece a confidare nel talento dei singoli, dimenticando che senza una politica sportiva coerente nessun commissario tecnico, per quanto bravo, potrà compiere miracoli. La rinascita degli Azzurri non sarà il risultato di una partita vinta, ma di una riforma finalmente condivisa del nostro calcio.


