di Vittorio Galigani
Matteo Marani non ha ancora realizzato che la situazione è fallimentare e che ai nastri di partenza, della prossima stagione, sarà impossibile “centrare” l’organico delle 60 squadre
Anacronistico. É l’aggettivo più appropriato da accostare al comportamento del presidente della Lega Pro. Sfugge a Matteo Marani che i suoi concetti sono obsoleti. Non è con la “salary cap” (peraltro irrealizzabile, come è stato ampiamente dimostrato a livello internazionale) che si combatte la pochezza delle risorse economiche della categoria. La terza serie professionistica (se professionistica la vogliamo chiamare ancora) si sta progressivamente “squagliando”.
La necessità di inasprire le norme (quella dell’indicatore di liquidità rimarrà “indigesta” a diversi club) fa coppia, si fa per dire, con quelle fantasiose invenzioni di “ingegneria” finanziaria, sempre più ricorrenti, poste in essere da diversi club, nel passato più recente. Dalla iniziale ricerca di scappatoie economiche, contenute nelle pieghe degli accordi contrattuali, alla “scoperta” degli inesistenti “crediti d’Imposta” che stanno inquinando il sistema calcio.
La fragilità economica del sistema e la mancanza di risorse porta, sempre più frequentemente, al compimento di gesti privi di ogni logica. Non ci si documenta e non si va tanto per il sottile affidandosi a organizzazioni delinquenziali. Più in generale a Lucca si da ancora spazio ai Benedetto Mancini di turno. A Messina Sciotto si defila affidando la Società al primo venuto. A Foggia l’uscente patron Nicola Canonico garantisce, come ultimo atto, soltanto l’iscrizione al campionato. Situazione analoga per Massimo Pulcinelli proprietario dell’Ascoli. Taranto e Turris sono state le punte di questo “iceberg” che sta accompagnando la categoria allo smantellamento.
Matteo Marani non ha ancora realizzato che la situazione è fallimentare e che ai nastri di partenza, della prossima stagione, sarà impossibile “centrare” l’organico delle 60 squadre. La selezione, prima ancora della riforma, sarà naturale.
Dopo il prossimo sei giugno si potrà procedere alla conta di coloro che sono in regola con il pagamento degli emolumenti scaduti al 30 aprile scorso e di quanto ad essi collegato. Come di coloro, non in regola con quello 0.8 dell’indicatore di liquidità, che dovranno mettere il coperchio a quella carenza con un esborso in denaro di 700 mila euro. Chi non si presenta va fuori.
Alla luce di quanto sopra, quello della terza serie non può più essere considerato un campionato di professionisti. Lo conferma, al proposito, quella pletora di contratti economici di tesserati, depositati in Lega, che al lordo superano a malapena i 25 mila euro, ma non arrivano ai 30. Nel merito dello status professionale spieghi Marani, da presidente di Lega Pro, come può considerarsi professionista chi, nella maggior parte dei casi, guadagna al netto 15/18 mila euro a stagione.
Marani vada a controllare. La sua sbandierata “salary cap”, per i tanti club dalla ridotta disponibilità finanziaria, è praticamente già in atto. Chi splafona il budget iniziale deve garantire l’eccedenza con fidejussioni aggiuntive. Al contrario, spieghi come vorrebbe mettere il bavaglio alle spese di chi, per disponibilità economica, può garantire qualsiasi importo in eccedenza. Tutti con il proprio denaro fanno quello che vogliono.
Sfugge al presidente di Lega Pro che quello della terza serie, con la formula attuale, è un campionato diseguale. Senza equilibrio tecnico e senza potere finanziario, pertanto senza futuro.
Tralasciamo poi ogni considerazione sul tanto caldeggiato, futuro inserimento dei giovani cresciuti (allevati) in casa. Un progetto che, solo a parole, riempie la bocca di tanti. Matteo Marani dimostra di non conoscere la precaria realtà delle strutture per le squadre giovanili. Dove, per esempio e nella maggioranza dei casi, sullo stesso terreno, si allenano in contemporanea due squadre, dividendosi le metà campo.
Trascurando poi l’aggravio dei costi per le squadre minori in una categoria (Serie C) dove, come accertato dai fatti, impera la fragilità economica e dove molti club fanno fatica anche a pagare i rimborsi spese mensili a tesserati, addetti al settore giovanile, che lavorano part-time.