Ci sono calciatori che inseguono il successo ovunque li porti il pallone. E poi ci sono quelli per cui il calcio è indissolubilmente legato alle proprie radici. Vittorio Insanguine appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: un attaccante dal fiuto del gol straordinario, ma incapace, quasi fisicamente, di esprimersi lontano dalla sua Puglia
Vittorio Insanguine, il goleador che non sapeva vivere lontano dal suo mare. Ci sono calciatori che inseguono il successo ovunque li porti il pallone. E poi ci sono quelli per cui il calcio è indissolubilmente legato alle proprie radici. Vittorio Insanguine appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: un attaccante dal fiuto del gol straordinario, ma incapace, quasi fisicamente, di esprimersi lontano dalla sua Puglia.
La sua storia comincia a Monopoli, città che non è mai riuscito davvero a lasciare. Ancora oggi vive alle spalle dello storico stadio Veneziani, lo stesso luogo dove è nato il suo amore per il pallone.
Quando era poco più di un bambino, gli osservatori dell’Inter si accorsero di lui. Videro, in quel ragazzo, il talento naturale del bomber: fisico importante, tecnica pulita e un innato istinto per il gol. Lo portarono a Milano, convinti di aver trovato una promessa del calcio italiano. Ma il talento non sempre basta. Milano era lontana, troppo lontana dal mare di casa. La nostalgia prese presto il sopravvento sul prestigio della maglia nerazzurra. Dopo pochi mesi di allenamenti arrivò la decisione: un biglietto del treno ed il ritorno a casa.
L’Inter, tuttavia, continuava a credere nelle sue qualità e tentò ancora. L’anno successivo lo girò in prestito al Napoli. Ma anche quella esperienza durò pochissimo. Ancora la lontananza dalla Puglia trasformò entusiasmo e speranza in malinconia. L’ansia cresceva, le prestazioni calavano. Un anno di inattività portò inevitabilmente allo svincolo.
La carriera di Insanguine sembrava già smarrita quando entrò in scena un grande estimatore del suo talento, Gianni Laquintana, ex osservatore del Milan, che me lo propose al Fano. Sarebbe stata un’occasione importante, la Serie C, ma il copione fu ripetuto: con una scusa il ragazzo rifiutò. Nella realtà la distanza dalla sua terra era un ostacolo insormontabile.
Sembrava che di lui si fossero perse le tracce, finché nel 1987, a Taranto, mi arrivarono notizie di un giovane attaccante poco più che ventenne, segnava gol a raffica in Serie D. Giocava a Fasano, allenato da un vero maestro di calcio come Angelo Carrano. Era lo stesso Vittorio Insanguine.
In quel campionato di serie D, dove per norma potevano giocare soltanto cinque over 27 e tutti gli altri erano under, Insanguine trovò finalmente l’ambiente ideale. L’aria di casa faceva la differenza. L’anno successivo, con 25 gol messi a segno, fu capocannoniere, segnava con una facilità disarmante. Era entrato in squadra per sostituire temporaneamente l’infortunato numero nove Alampi. A suon di gol non uscì più dalla formazione.
Il suo talento non passò inosservato. Tra gli altri piacque anche a Toni Pasinato, al quale lo feci vedere e prima della fine della stagione lo portammo a Taranto. Fu un investimento azzeccato. Con la maglia rossoblù fu poi protagonista nel campionato dei record vinto dal presidente Carelli con Roberto Clagluna in panchina.
Le sue prestazioni attirarono l’interesse della Sampdoria dei gemelli del gol Vialli e Mancini. Una proposta importante, forse irripetibile. Ma anche Genova era troppo lontana. Insanguine scelse di nuovo con il cuore. Rifiutò.
La carriera lo condusse ad Andria, visse tre splendide stagioni tra Serie C e Serie B, contribuendo alla vittoria del campionato di terza serie e dimostrando tutto il suo valore tra i cadetti: un attaccante potente, forte nel gioco aereo e dotato di grande tecnica. Ovunque giocasse lasciava un segno, dentro e fuori dal campo.
Diversa l’esperienza a Ravenna, lontano dalla Puglia. Un periodo da dimenticare, anche per divergenze con l’allenatore Alberto Cavasin, che voleva modificare la sua alimentazione sostituendo le proteine con una dieta ricca di integratori. Un’ esperienza che finì presto, seguita dall’inevitabile ritorno vicino casa.
Nei campionati successivi Insanguine si confermò come uno dei grandi goleador della terza serie. Rimini provò a convincerlo con un ricco contratto biennale, ma disse di no a se stesso. Aveva già iniziato a pensare al futuro. Aveva investito il denaro guadagnato nel calcio in un progetto nella sua Monopoli: un impianto sportivo che avrebbe seguito personalmente.
Rimase a Fasano, lì dove tutto era ricominciato. Lì ritrovò anche un caro amico, Totò Mazzarano. In ritiro dividevano la stanza e i ricordi di quella squadra biancoceleste che nel 1988 aveva conquistato il campionato con Elia Greco allenatore.
Decise di scrivere l’ultimo capitolo della sua brillante carriera, proprio a casa. Vinse il suo ultimo campionato in Eccellenza regionale con la squadra, guarda un po’, dei fratelli Ladisa. Era però arrivato il momento di appendere gli scarpini al chiodo.
Oggi Vittorio Insanguine è ancora lì, a Monopoli, dove tutto era iniziato. La nostalgia che da giovane lo tormentava si è trasformata in radici profonde. Dirige la sua academy e insegna calcio a circa 250 bambini, insieme al fratello Angelo e all’assessore allo sport Vincenzo La Neve.
Il ragazzo che non riusciva a vivere lontano dal suo mare è diventato un punto di riferimento per il calcio locale. La sua storia dimostra che esistono talenti che non appartengono soltanto al calcio, ma anche alla terra che li ha fatti nascere.
Vittorio è stato uno degli attaccanti pugliesi più prolifici ed interessanti negli anni Ottanta e Novanta: potente fisicamente, tecnico, formidabile nel gioco aereo e con un istinto del gol naturale. Ma soprattutto è stato un calciatore che ha fatto della propria identità territoriale una scelta di vita. E per questo, ovunque abbia giocato, ha lasciato non solo gol. Ma anche un autentico ricordo umano.


