Picci percorre tutta la trafila nel Torino, arrivando fino alla Primavera sotto la guida di Sergio Vatta, autentico maestro di calcio e di vita. Vatta non si limitava ad allenare: formava. Lavorava sul singolo, curava la tecnica, insegnava il senso della posizione e la lettura del gioco. Era un calcio fatto di dettagli, di crescita individuale, lontano anni luce da certe logiche moderne
Silvio Picci, il valore della scuola granata e il ritorno al calcio vero. Ci sono storie che non fanno rumore, ma raccontano il calcio meglio di tante luci della ribalta. Quella di Silvio Picci è una di queste: un centrocampista duttile, cresciuto in uno dei vivai più fertili del calcio italiano, quello del Torino degli anni ’80, quando il settore giovanile granata rappresentava una vera fucina di talenti.
Picci percorre tutta la trafila nel Torino, arrivando fino alla Primavera sotto la guida di Sergio Vatta, autentico maestro di calcio e di vita. Vatta non si limitava ad allenare: formava. Lavorava sul singolo, curava la tecnica, insegnava il senso della posizione e la lettura del gioco. Era un calcio fatto di dettagli, di crescita individuale, lontano anni luce da certe logiche moderne.
L’esordio in Serie A arriva l’11 dicembre 1983, con il Torino allenato da Eugenio Bersellini, in una gara pareggiata contro il Verona. È solo l’inizio di un percorso che lo porterà a conoscere il calcio vero, quello delle categorie dure, dove si cresce davvero. Nel 1985 Luciano Moggi, allora diesse del Torino, lo indirizza al Catania di Angelo Massimino, in Serie B. Una stagione formativa sotto la guida di Gennaro Rambone, uomo di campo capace di gestire il gruppo con intelligenza e pragmatismo.
Ma è a Taranto che Picci vive le stagioni più intense e significative. Con il Taranto trova continuità e identità. L’arrivo di Fernando Veneranda segna una svolta: metodi duri solo in apparenza, ma capaci di tirare fuori il massimo dai giocatori. Indimenticabile un girone di ritorno giocato con entusiasmo e consapevolezza, suggellato da prestazioni di alto livello. Tra i ricordi più vivi, la partita in campo neutro a Lecce contro il Genoa, dominato per gioco e risultato e gli spareggi salvezza contro la Lazio, con Picci protagonista nell’azione decisiva che portò al gol vittoria di De Vitis.
La stagione successiva, sotto la guida di Toni Pasinato, è altrettanto significativa. Rimane nella memoria quel clamoroso 6 – 4 a Trieste contro la Triestina, una partita folle e spettacolare, in cui Picci segna un gol emblematico: recupero caparbio da trenta metri e conclusione vincente allo scadere del primo tempo.
A Taranto arrivano anche successi importanti, come la promozione dalla Serie C sotto la presidenza Carelli, con le intuizioni tattiche di Roberto Clagluna, tra i primi a sperimentare soluzioni oggi comuni, come gli attaccanti a piede invertito.
Nel 1990 Picci approda alla Triestina, vivendo un’altra stagione positiva anche grazie alla sensibilità del direttore sportivo Nicola Salerno. Poi il 1991, un crocevia amaro: il trasferimento alla Lazio salta all’ultimo momento, nonostante gli accordi già firmati.
Si apre così l’esperienza al Pisa di Romeo Anconetani. L’inizio è promettente, ma un infortunio alla cartilagine rotulea spezza il ritmo e cambia il corso della carriera. I contrasti con la società e un lungo periodo fuori rosa rendono difficile il ritorno ai livelli precedenti. Picci capisce, con lucidità, che qualcosa si è incrinato.
Le ultime tappe tra Matera, Aosta e Palazzolo segnano il naturale epilogo di una carriera durata undici anni. Poi la scelta di cambiare vita: imprenditore nel settore immobiliare, nella ristorazione e nell’intrattenimento. Ma il calcio, quello vero, non si dimentica.
Oggi Picci è tornato alle origini. Insieme a Riki Di Bin gestisce una struttura sportiva che rappresenta una piccola oasi in un panorama spesso confuso. Qui si insegna calcio nel senso più autentico: tecnica individuale, coordinazione, crescita del singolo, educazione allo sport. Un approccio che richiama direttamente l’insegnamento di Sergio Vatta: pochi ragazzi, seguiti bene, lavorando sulla qualità e non sulla quantità.
Ed è proprio qui che emerge la differenza più netta con molte realtà attuali. Troppo spesso le scuole calcio moderne sono “ammucchiate”, prive di identità tecnica, affidate a istruttori improvvisati, part-time, mal pagati e senza una vera formazione. Il risultato è un appiattimento generale, dove il talento rischia di perdersi.
La scelta di Picci va in controtendenza: meno numeri, più qualità. Meno apparenza, più sostanza. Un ritorno a un calcio che forma prima uomini e poi calciatori. Ed è forse questa la sua vittoria più grande.


